Le Capre a Sonagli: “andiamo in pace verso la morte”. Beh, in pace mica tanto

Se c’è una cosa di cui, in generale, si tende a parlare con fatica è la morte. O magari, una certa idea di temporalità che necessariamente da questa viene tirata in ballo. Può quindi capitare che, alla maniera quasi di un gesto irriflesso, si sia portati non dico ad ammirare, ma perlomeno a nutrire una sincera ed interessata curiosità nei confronti di chi invece ci riesce, senza troppe difficoltà o patemi d’animo. Parlare della e sulla morte.

Sui metodi e le configurazioni del risultato finale se ne potrà sempre discutere, per carità, ma già solo il fatto di scegliere di trattare insistentemente e, perché no, anche con una certa dose di sfacciataggine, un tabù di questo genere, è da considerarsi come un’invidiabile cifra caratteristica. Le Capre a Sonagli si collocano tra coloro che, fuori di dubbio, possono far vanto di una tale attitudine. Non solo, il gruppo bergamasco, nei lavori finora pubblicati – i tre album Sadicapra (2012), Il fauno (2015), Cannibale (2017) – , si distingue per il fatto di portare avanti, in maniera anti convenzionale, un immaginario costellato di “sogni lisergici e narrazioni freak”, “personaggi e luoghi scordati” e paure ancestrali, a tratti con toni al limite dell’horror, grotteschi e caricaturali.  Spunta allora “la vecchia maledetta infame” che incarna la iella – nell’omonima track, contenuta nell’ultimo lp -, Nerone che, in un tempo come dilatato, guarda compiaciuto Roma andare in fiamme per mano sua, il pagliaccio ridens che promette di “mangiare tutti” noi.

Già il bizzarro nome della band – frutto di “svarione” collettivo da serata particolarmente balorda – gode di una certa aura evocativa.

Personalmente, il collegamento (magari neanche troppo giustificato) che scatta in automatico riguarda quelle figure mitologiche dell’antica Grecia, associate a Dioniso, divinità del vino e dell’ebbrezza, conosciute come satiri. Demoni sensuali e maliziosi, a metà tra la natura caprina e quella umana, assieme alle menadi seguivano Bacco popolandone il corteo e prendendo parte ai famosi riti orgiastici: trionfo della sfrenatezza, alimentare e sessuale, dell’estasi mistica, dell’abbandono ai sensi, trionfo degli istinti più inconsci e reconditi sulla parte razionale.

Ecco, Le Capre si fanno portatori di questo tipo di sentire, arricchito da un riconoscibilissimo gusto per la psichedelia, e lo riescono a comunicare sia attraverso un insolito, ma ben ragionato, uso della voce, sia servendosi di “ritmiche tribali e ancestrali”. E se l’espressione più usata per racchiudere in una sola parola la loro essenza artistica è “necronaif” (“ossessione per l’estetica della morte che tutto ferma e trasforma”), beh forse ora il perché ci potrà sembrare più chiaro.

16.03.2019 Capre a Sonagli in concerto allo sPAZIO211

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *