Sergio Beercock a colloquio con se stesso

Questo è quello che è venuto fuori in più di due ore di chiacchierata seduti per terra vicino al fiume. Ho provato a dare ai pensieri di Sergio Beercock la lontana forma di uno stream of consciousness e mi auguro di esserci, almeno in minima parte, riuscita.

Le grida di un bambino del terrazzo a fianco. Gli rispondo. Sì tu ci sei, io ci sono, ti sto sentendo. Sono qui, sto suonando anche per te. Come quel vecchio in Campania che mentre stavo cantando Silencio per strada, fuori da un locale, si ferma e mi saluta. Allora anch’io, mi interrompo, lo guardo e gli dico: “We’!”. D’altra parte, che avrei dovuto fare? Forse non ricambiare? No, certo che no. La performance è fatta anche di questo. Me lo ripeto sempre, io non sono niente se non un qualcosa che viene attraversato da un’esperienza.

Bisogna imparare ad adeguarsi all’imprevisto, ad adattarsi al pubblico.

E se gli altri non mi prestano attenzione la colpa non è loro ma è solo mia. Chissà, magari è stato il teatro ad avermi insegnato questo: lì non esiste ripetizione, non esiste solo il copione. È l’arte del sorprendere e soprattutto del lasciarsi sorprendere, del portare in scena un contenuto ma del farsi dare dagli altri una forma. Quello che porto sempre con me è un piccolo canovaccio personale costruito pezzo dopo nell’arco di tutte le mie esibizioni: sono i piccoli aneddoti, i brevi racconti che fanno di me un po’ uno storyteller, perché no.

Come quando devo presentare Pennies, di me e del mio sogno, due monetine sopra gli occhi, quelle che servono per pagare Caronte perché traghetti le anime sull’altra sponda e invece io continuo a scendere, scendere, scendere fino a smarrire completamente la strada. O ancora, come quando introduco Black is the color of my true love’s hair, della canzone di un signore e di questa donna bellissima, dai lunghi capelli neri. Canzone che poi è arrivata fino alle orecchie di una signora che si chiama Nina Simone e che ha detto bello questo pezzo ora ne faccio un pezzo mio. Ho finito pure io ad amare questa donna anche se non l’ho mai vista e ora avrà una cosa come cinquecento anni.

That the time will come when you and I will be as one.

La parte del menestrello non l’ho mai abbandonata. Il live per me è un incontro, è un avvenimento, è una sorta di comunione con il pubblico. Cosa significasse fare il performer e produrre contenuti l’ho capito in Sicilia, Palermo per questo è adatta. Ero arrivato lì da Enna per non sentirmi più sbagliato, ero arrivato lì perché avevo scelto di essere una persona mite e perché tutto stava cominciando a starmi stretto. Mi sono anche iscritto all’università, Lettere moderne, ma non sono durato molto, un anno e mezzo circa.

Il mio sogno forse sarebbe stato quello di fare il maestro elementare.

Sono molto legato all’infanzia, ancora adesso. Io i miei maestri (quelli di musica, di teatro e anche di vita) li ho sempre scelti. E per permettermi il treno per raggiungerli davo ripetizioni di inglese. Posso dire di aver scelto da solo che corso dare alla mia formazione. Da garzone di bottega ho veramente imparato tanto. Ma dopo un po’ ho iniziato a sentire i limiti opprimenti anche dello stare a Palermo e ho deciso nuovamente di spostarmi (in fondo forse il nomadismo mi appartiene) ma non di molto.

Eh sì perché Torino un po’ Palermo me la ricorda, gli spazi tra signorilità e decadenza, le dinamiche sociali… Torino, Torino, Torino. Sono arrivato qui perché avevo bisogno di sentirmi solo e disorientato nella società, avevo bisogno di vivere seriamente. Sto imparando davvero cosa significhi gestirsi la carriera e come ragionare sul mercato. Mi piace stare qui, Torino è un po’ la mia sandbox, è il laboratorio in cui sto continuamente sperimentando.

Suono, scrivo, sono il manager di me stesso.

Dico sempre che il mio mestiere è suonare mentre il mio lavoro è organizzarmi per poterlo fare. E poi vivere in cinque persone in casa, tutte provenienti dalle più disparate parti d’Italia, con orari, ritmi e stili di vita diversi è una sfida continua che mi tocca molto.

È bello anche passare per via Ormea e sentirsi dire da una prostituta che così sto bene, evidentemente si è accorta del mio nuovo taglio di capelli. Ogni tanto guardarsi le serie tv fino allo sfinimento. È bello andarsene in solitario per il Valentino e abbandonarsi nella visione di tutto ciò che sta intorno. Camminare lungo il Po. È bello sì, ora mi vedo e mi sento qui ma non escludo di ripartire nuovamente, un giorno, magari quando tornerò a sentirmi le cose di nuovo strette, deterritorializzare e poi ancora riterritorializzare per sfuggire alla stabilità del pensiero. Imparerò nuovamente ad avere mancanze ma poi anche a razionalizzarle, come già mi è successo con la mia Sicilia.

Ora forse tornare a casa è sempre meno romantico.

I paesaggi, quelli sì mi continuano ad affascinare e a sorprendere. Andarsene ma lasciare qualcosa, mi piace l’idea di lasciare qualcosa, una traccia, alla gente. Lascio le mie canzoni, le mie esibizioni. Pensandoci bene però la musica e il teatro sono solo delle declinazioni della mia unica e vera luce che è la scrittura. Ecco sì, la scrittura è la luce, è la lampadina che io copro con una mano giocando con le ombre per creare delle figure.

La musica e il teatro sono queste ombre. Ora che mi viene in mente, prima della scrittura orbitavo attorno al disegno. A scuola non giocavo a pallone ma disegnavo perché era il mio modo di raccontare e di raccontarmi, di osservare e di lasciar passare qualcosa delle mie osservazioni. Con la scrittura succede la stessa cosa. È Lei che regola le mie giornate, è diventato un bisogno fisiologico, indistinguibile dal mio corpo e dalla mia persona. Le cose che dico le dico perché DEVO dirle ed è lo stesso bisogno che in un giorno mi fa scrivere quello che non ho scritto in una settimana perché è così, ne ho bisogno.

Sarebbe bello un giorno fare il poeta.

Rilke, Leopardi, Rodari, Virginia Woolf. Conservo con cura tutti i miei quaderni, penso siano la cosa più preziosa che possiedo. Mi ricordo quella volta che pensai di averne perso uno durante un’esibizione ai Candelai, a Palermo, su cui avevo avuto la brillante idea di scrivermi la scaletta.

Iniziai ad URLARE, dove l’ho messo, dov’è finito… ehm, sì era proprio lì, nella tasca della mia borsa. Da bravo overthinker e logorroico non mi spaventa perdere quello che penso ma sono terrorizzato dall’idea di perdere quello che ho scritto perché il pensare è solo un costruire e un modificare continuamente ciò che poi verrà messo su carta. Dicevo prima, l’urlo. Il canto è forse un modo per canalizzarlo. La canzone è il segnalibro di tutte le domande che mi pongo ininterrottamente e questi interrogativi, queste canzoni, le rivolgo sempre ad un interlocutore reale, non immaginario, per lo meno quando le scrivo. Quando poi le canto davanti al pubblico l’interlocutore si trasforma magicamente in qualcosa di universale.

Tendenzialmente lavoro per accumulo.

Wollow parla di oscillazioni e contiene undici tra tutte quelle canzoni che ho scritto nell’arco di otto anni circa, alcune scelte altre scartate dentro il vortice di questo continuo movimento ondivago. Ma il criterio per questo primo disco è stato molto semplicemente che volevo fare un disco. Al secondo già sto lavorando e si tratta per lo più di brani in Italiano che ho iniziato a metter giù pochi mesi dopo l’uscita di Wollow e che raccontano il turbinio di esperienze, avvenimenti, cambiamenti di quest’ultimo anno e mezzo. Poi non è che tutto quello che scrivo assuma forma pubblica, anzi.

C’è sempre un momento di espressione, uno di ordinamento e uno di editing ma sono rare le volte in cui queste cartelle accuratamente ordinate e nominate (su insegnamento di Calvino) vedono una luce che non sia quella del monitor del mio computer. Una di queste cartelle l’ho chiamata “pozzo”. Forse è il pozzo di cui parlano i Pearl Jam in The End.

Help me see myself, /
cause I can no longer tell /
Looking up from /
inside of the bottom of /
a well it’s Hell, I yell, /
but no one hears
Before I disappear, whisper in my ear /
Give me something to echo in my unknown futures ear

Scivola vicino a me, dopotutto sono solo un essere umano.
My dear, the end comes near ma il messaggio di Sergio è che ci possiamo salvare.

Di Alessandra Faccini

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