35. Mille – Risorgimento (73 voti)
In un panorama con un mind-set che spesso rincorre il nuovo a ogni costo, c’è anche chi sceglie di riportare alla luce ciò che potremmo ancora essere, restituendo in musica una sorta di restauro emotivo. Se poi quel restauro è il risultato di una trasformazione interiore, nata dal ricompattamento di frammenti personali nel caos, allora sì, a quel punto, forse, si risorge ritrovandosi in un “maledettissimo posto migliore“.
È il caso di Risorgimento di Mille: dieci tracce che suonano di rosso vivo, di Storia in Artiglieria Pesante, romantiche in gli Amanti, rivoluzionarie e garibaldine, come si deduce dalla copertina, tenute insieme da una voce dal timbro magnetico, che si interseca a strumenti mai sullo sfondo. Chitarre nitide, batterie che tengono il ritmo del cuore come in C’est Fantastique, creano un suono analogico e autentico che sa di vinile. C’è anche il rock, sì, ma filtrato da uno sguardo elegante e mai urlato.
di Claudia Verini

34. Ministri – Aurora Popolare (74 voti)
Aurora Popolare dei Ministri è un disco che parla di collettività finita, di utopia ormai irraggiungibile, dei luoghi di aggregazione popolare che diventano sempre di meno. Federico, Divi e Michele hanno accompagnato queste nuove riflessioni con i riff nervosi di sempre.
«Trovo che ci siano stati dei destini tecnologici in quello che stiamo attraversando, che giocoforza hanno dissolto la comunità. Ad esempio, i telefoni. Tanta gente ci ha marciato sopra, approfittandone. Prima di tutto, però, deriva un po’ da qua. Queste cose ci stanno allontanando, stanno diventando una questione politica, e non se ne parla abbastanza. È una dipendenza che tutti affrontiamo, stiamo puntando tutti su quello. Anche i servizi sociali e lo stato stanno puntando tutto sui telefoni. In questo scenario, è difficile riunirsi, è difficile creare una collettività» Federico Dragogna.
di Filippo Colombo

33. Marianne Mirage – Teatro (76 voti)
Teatro di Marianne Mirage è una dichiarazione d’amore al nostro cuore più nascosto, un invito a fermarsi e ascoltare, a respirare ogni parola, ogni suono. Marianne, nel suo viaggio musicale, ci invita ad accomodarci tranquilli in platea, a prendere il tempo che ci è necessario per immergerci nei mondi che crea. La sua voce mesmerizza e ci guida in un cammino di riflessione e sensazioni, portandoci a esplorare con lei le trame più complesse e sottili dell’animo umano. Con straordinaria sensibilità, Marianne svela il fragile equilibrio tra forza e vulnerabilità, energia e potere emotivo, regalando un’interpretazione che affascina, che ci cattura e ci trasporta in un’altra dimensione.
da Newsic.it

32. Ernia – Per soldi e per amore (77 voti)
Per soldi e per amore, che arriva a tre anni di distanza da “Io non ho paura”, è il lavoro più introspettivo della carriera di Ernia: è un disco che riflette sul passato, sulle figure chiave della sua vita e sulle motivazioni profonde che danno senso al quotidiano, dal lavoro all’amore, dalle amicizie al rapporto con i genitori. La direzione musicale è a cura di Charlie Charles, in sinergia con altri produttori, che porta il rapper del quartiere QT8 di Milano “oltre il rap”, un processo già iniziato in modo evidente nei precedenti capitoli. “Per soldi e per amore” ha senz’altro momenti di puro spirito hip hop, ma non solo: ci sono melodie pop, strumenti, frangenti acustici e offre molto respiro al pianoforte.

31. Ginevra – Femina (79 voti)
Se Diamanti è un disco più intimo, un disco dell’io, in FEMINA troviamo un’artista che amplifica la sua voce perché sia voce di una collettività. Ginevra scrive e canta per una moltitudine di persone, pensando a una moltitudine di persone. Non soltanto perché ci si può riconoscere nei testi, ma perché Ginevra decide di farsi voce per più istanze – come già ci suggerisce il titolo dell’album. Otto sono le tracce che compongono FEMINA, in un viaggio che tocca la femminilità, la riappropriazione della propria storia e delle proprie radici.
di Virginia Ciambriello

30. Dente – Santa Tenerezza (80 voti)
La tenerezza sembra non andare d’accordo con l’hype, non segue i trend e spesso viene scambiata per debolezza. Invece avvicina più di tutto.
Santa tenerezza di Dente nasce da questo: racconta amori sinceri, a volte un po’ sfigati, nei vicoli di Bologna e negli appartamenti di Milano, tra adulti eterni fuorisede e sogni che estraniano dalla realtà. Tra sinfonie orchestrali e ritmi “dalliani”, la voce di Dente guida dediche romantiche che sussurrerebbe alle orecchie del mondo. Il disco è indie tenero-chic, con la testa tra le nuvole e fiducia eterna nell’amore dei propri sogni.
Poi i piedi ancorati alla realtà nell’ultima traccia: un duetto con Emma Nolde, incontrata in un locale in chiusura. Il cantautorato indie non è morto: lo trovi di notte, tra calici vuoti e luci gialle, a parlare di cantautori e amori veri, con gli occhi pieni, il cuore che batte e una margherita in mano.
di Claudia Verini

29. Giulia Mei – Io della musica non ci ho capito niente (83 voti)
Giulia Mei, della musica, aveva già capito molto nel 2019, quando pubblicò Diventeremo adulti. Nel suo secondo disco, ha dimostrato che la musica, ormai, la sa padroneggiare. Grazie allo studio minuzioso che le ha fruttato due lauree al conservatorio. A un estro creativo brillante accompagnato da un indiscutibile talento lirico, tanto nella scelta dei vocaboli, quanto nelle metriche. E grazie alle collaborazioni scelte – in primis, quella con Rodrigo D’Ersamo, che ha collaborato nella produzione. E che ha contribuito a donare un tocco di modernità che a tratti mancava nel primo album. Dentro questo disco, Giulia Mei svela le sue moltitudini. La necessità di generare caos catartico nella title track. Il femminismo sagace e profondo di Bandiera. I canti d’amore e disamore di Drammaturgia. Il sarcasmo di A casa mi veniva, le complessità del rapporto più antico del mondo nella magistrale Genitori. Io della musica non ci ho capito niente è un manifesto del nuovo cantautorato femminile, uno di quelli di cui farci bandiera e che brilleranno nella notte oscura.
di Filippo Colombo

28. Venerus – Speriamo (84 voti)
È un viaggio in moto in cui si respira biancospino e la rugiada benedice i chilometri percorsi, l’ascolto di Speriamo di Venerus. Giunto al suo terzo album, il cantautore milanese attraversa nuove strade sterrate in cui non viene meno l’ibridazione tra i generi già presente nei precedenti progetti. Stavolta, potremmo riconoscere una più marcata volontà di spaziare su più fronti: La moto (Alizée) ci accoglie nella narrazione con un originale pop rock, La chiave è una ballad in cui bisogna lasciarsi sfiorare, con Ti penso si fa spazio l’urban piano-rap del primo Venerus, confermato anche nella traccia successiva, Un giorno triste, scandita dal riuscitissimo featuring con Gemitaiz. Fuori dallo spazio-tempo è Felini, duetto chitarra e voce con Marco Castello. Il viaggio su Alizée, la moto dell’autore, si conclude con l’espressionismo drum & base di Sesso. Un percorso di panorami, ombre di pino e luci di città in cui il nucleo tematico è la speranza, nonostante tutto.
di Alessandro Triolo

27. Salmo – Ranch (85 voti)
Salmo sembra voler fare i conti con sé stesso, con la propria storia, con la propria famiglia, le proprie origini e molto probabilmente anche il proprio futuro. È un disco le cui tracce sembrano pagine di un diario aperto in cui convivono tensioni, ansie, dolore, ironia e spiragli di serenità. Ranch sembra il tentativo sincero di riconnettersi con il proprio mondo interiore. E ogni mondo interiore è sempre difficile da dipanare dato che all’interno non si ci muove mai su una traiettoria propriamente retta, ma tutt’altro.

26. Fabri Fibra – Mentre Los Angels brucia (87 voti)
In Mentre Los Angeles brucia Fabri Fibra osserva il presente con uno sguardo analitico che non indugia e né si perde in semplificazioni: la società iperconnessa, la cultura dell’immagine e il consumo di emozioni diventano dispositivi di dominio da cui non ci si può sottrarre, perché ne siamo parte integrante. Il disco è una diagnosi impietosa di un tempo in cui la merce, i social e l’industria culturale modellano identità e desideri, riducendo la profondità a superficie e rendendo l’apocalisse quotidiana uno sfondo normale. Fibra non si limita alla critica: si immerge nella contaminazione tra trauma personale e struttura collettiva, restituendo una visione in cui il dolore assume valenza politica e la normalizzazione dell’orrore diventa il vero nemico. In questo lavoro, l’artista rompe la separazione tra privato e pubblico, tra consumo e trauma, mostrando che la responsabilità non è solo individuale ma culturale. Mentre Los Angeles brucia non predica: mostra il rogo e ci invita a decidere se continuare a scrollare.
di Ilaria Di Santo

No Comment! Be the first one.