25. Thruppi – Thruppi (90 voti)
Il 2025 dei membri del Thru Collected è stato all’insegna delle sperimentazioni. Tra i dischi solisti di quasi tutti i membri, e l’EP Thruppi, con Giovanni Truppi. L’incontro e lo studio reciproco tra questi due esponenti di una Napoli generazionalmente diversa ha avuto inizio anni fa. Tanto che nel concerto del Thruco ai Magazzini Generali del 2024, fu proprio Truppi il primo a comparire di fronte a una platea ultra gen z e all’inizio confusa, poi conquistata. Thruppi è una specie di denominatore comune dei due immaginari. La solennità di Giovanni Truppi, deus ex machina dei suoi stessi e arzigogolati racconti, è la linea principale. Intorno, si stagliano la vocalità pungente di Alice, la calma atarassuca di SANO, le produzioni contemporanee di specchiopaura. Un EP che restituisce la fotografia più che di una città, di un modo di abitarla. Che non cade mai nell’autoreferenzialità, e che sa parlare a tutti gli altrove.
di Filippo Colombo

24. Simone Famiglietti – Cose fatte prima di nascere (91 voti)
La vera sorpresa di questa classifica porta il nome di Simone Famiglietti. Cose fatte prima di nascere è un disco stratificato che miscela sonorità R&B e indie, un lavoro dove il dialetto napoletano spennellato qua e là affresca un senso di nostalgia intessuto in tutte le tracce. Appartenenza, memoria e legami con i posti da cui si proviene, talvolta lasciano spazio a sperimentazioni e virtuosismi che accendono questo lavoro rendendolo un vera chicca, come nel brano “Buona giornata” feat Ombra.
di Raffaele Annunziata

23. Neffa – Canerandagio (93 voti)
Quando è uscito Canerandagio di Neffa c’è stato un sussulto per il ritorno sulla scena rap di uno dei suoi fondatori e forse la notizia ha un po’ spiazzato equivocando il senso di questo ritorno, affibbiandogli quasi a prescindere un valore emozionale e poi nostalgico. Dal punto di vista di Neffa è probabilmente il contrario. Il musicista di Scafati è andato invece a esplorare il mondo nuovo, la scena attuale e l’ha fatto a modo suo, misurandosi con due generazioni di rapper (tre se includiamo anche la sua), senza tenere fuori da questa esplorazione anche tendenze non classicamente rap. Canerandagio (parte uno e due) raccoglie venti tracce che non sono un manifesto di quello che succederà nel rap, ma una fotografia calzante di quello che è adesso. E questa foto l’ha fatta lui, il “maestro”.
di Ernesto Razzano

22. Carmen Consoli – Amuri Luci (96 voti)
Con Amuri Luci Carmen Consoli torna a scavare nelle fondamenta della lingua e della storia, restituendo voce e concretezza a un’origine che non appartiene a una terra, ma a una memoria condivisa: quella di chi continua a cercare senso nelle radici, anche quando il presente ci chiede di dimenticarle. È il primo capitolo di una trilogia che esplorerà le tre forze che da sempre la attraversano — la radice mediterranea, il rock, il cantautorato — ma qui la “cantantessa” sceglie di partire dall’inizio, da quella matrice linguistica e mitica che precede ogni confine, dove la parola è ancora materia viva, ferita pulsante, che pretende e richiama attenzione.
di Carmen Pupo

21. Frah Quintale – Amor Proprio (97 voti)
Amor Proprio è un disco che lavora per sottrazione, che abbassa la voce invece di alzarla, scegliendo la fragilità come unico spazio possibile di verità. Frah Quintale continua a muoversi lungo una linea intima e quotidiana, dove l’autobiografia non diventa mai esibizione ma tentativo di comprensione: di sé, delle relazioni, di un tempo emotivo che scorre più veloce delle promesse fatte. L’album attraversa l’amore come esperienza instabile, fatta di slanci e ritirate, di desiderio di vicinanza e bisogno di protezione, fino a mettere al centro una domanda semplice e spiazzante: come si impara a stare con gli altri senza perdersi? Il suono accompagna questa tensione con una scrittura musicale misurata, morbida, capace di lasciare spazio alle parole e ai vuoti che le circondano. Amor Proprio non cerca risposte definitive, ma costruisce un percorso di consapevolezza emotiva in cui la vulnerabilità non è un difetto, bensì una forma di resistenza silenziosa contro l’idea di dover essere sempre forti, sempre risolti, sempre pronti.
di Ilaria Di Santo

20. Il Mago del gelato – Chi è Nicola Felpieri? (99 voti)
Premessa generale: questo disco prima ancora di essere ascoltato, andrebbe visto. Cioè, se non conoscete Il Mago del Gelato andateveli a vedere dal vivo appena potete perché l’esplosività di un loro concerto va ben oltre il quieto ascolto tra le mura della propria cameretta. È un disco con una visione ed un’identità sonora così definita che non può essere definibile: ci sono gli strumenti e non i samples di splice, ci sono percussioni, synth, ci sono groove di batteria che ti trascinano tra il funk e l’afrobeat senza che tu sappia esattamente cos’è l’uno e cos’è l’altro. C’è una storia, un viaggio tra le canzoni di cui non ci si può stancare, perché non ci si stanca mai di conoscere e vedere nuovi posti.
di Manuel Tomba

19. Eugenio in via di gioia – L’amore è tutto (100 voti)
L’amore è tutto non è soltanto un album: è un’esperienza intima, densa di significati e ricca di simboli, in cui ogni traccia diventa tappa di un viaggio profondo all’interno dell’animo umano. Un lavoro che si muove tra poesia, introspezione e quotidianità. Rispetto al loro disco precedente Amore e Rivoluzione, infatti, la band qui raggiunge la consapevolezza che nelle cose che diamo spesso per scontate, in quelle a volte banali, semplici e quotidiane si annidano le forme di amore più puro e potente. Lontano da idealizzazioni eccessive, da sature romanticherie, l’amore è tutto. Letteralmente. E non si può fare a meno di metterlo per inciso.
di Alessia Roccheggiani

18. Niccolò Fabi – Libertà negli occhi (104 voti)
Libertà negli occhi è un disco corale e radicato. Corale perché ha coinvolto artisti che in Niccolò Fabi si sono riconosciuti e fatti riconoscere. Radicato perché è cresciuto nello spazio di una baita, fra i monti trentini della Val di Sole, dove Roberto Angelini, Alberto Bianco, Filippo Cornaglia, Emma Nolde, Cesare Augusto Giorgini e – ovviamente – Fabi hanno trascorso un periodo di creatività tanto spontanea quanto dirompente, come i boschi di conifere che ne hanno circondato la musica e le idee. Intimità e introspezione coesistono con concetti quali la condivisione e lo scambio, senza troppi bisticci, dentro uno spazio talmente pieno di tempo da esserne privo, e traslato nel disco in maniera magistrale. «Io sto nella pausa che c’è tra capire e cambiare»: questo verso del brano Alba basta a dipingere il quadro di un periodo nuovo e fertile nella produzione del cantautore romano. Non vediamo l’ora di scoprirne il seguito.
di Monica Malfatti

17. Zen Circus – Il Male (105 voti)
Gli Zen Circus sono un porto sicuro per chi ha voglia di ascoltare del sano rock, e questo è senza dubbio un grande complimento e punto di forza della band toscana. Quest’ultimo lavoro Il Male è certamente uno dei loro album migliori. Undici tracce in cui la voce di Appino si muove in un racconto che svela, in modo ironico e rabbioso, quelle sacche di realtà imputridite. Il male appunto. Il loro suono è ormai solido e riconoscibile, per certi versi con questo disco si ritorna un po’ alle sonorità più ruvide che ce li hanno fatti conoscere anni fa. Le canzoni come sempre si mantengono anche sull’equilibrio del cantato di Appino, ormai un marchio di fabbrica, e su composizioni che non rincorrono forzatamente ritornelli, anzi forse questa volta aumenta pure la quota shoegaze.
di Ernesto Razzano
[Recensione] [Intervista]

16. Angelina Mango – Caramè (106 voti)
Ad un anno dal suo ritiro, Angelina Mango è tornata e lo ha fatto con un progetto che segna una svolta evidente nel suo percorso artistico. Il nuovo disco, più vicino a una playlist emotiva che a un album tradizionale, è intimo e collettivo allo stesso tempo, capace di parlare di sé senza perdere il contatto con chi ascolta. Per la prima volta Angelina si mette davvero a nudo, scegliendo una veste inedita e lontana dalle aspettative costruite in precedenza. Rispetto a Poké Melodrama, il cambiamento è netto: l’artista appare più libera, più viva e lascia da parte il genere pop che caratterizzava i lavori precedenti. L’album si muove tra generi e tradizioni diverse, mescolando sonorità alternative, inserti di fisarmonica e atmosfere acustiche essenziali. In questo contesto la voce resta sempre in primo piano, naturale e riconoscibile, e diventa il filo che unisce i brani, anche quando gli arrangiamenti si fanno più essenziali.
di Alessai Roccheggiani

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