15. Golden Years – Fuori Menù (111 voti)
Fuori Menù è l’album di un produttore e se fosse un’immagine, per me sarebbe quel grande palazzo acceso di sera nelle stories di tutti: mille luci, tante stanze, ognuna con la propria vita. Il padrone di casa è Golden Years, che non ospita feat. ma costruisce spazi in cui ogni artista emerge con la propria musica e lui la inserisce nella sua unica visione.
Come producer sa quando entrare e quando sparire, muovendosi in un universo musicale vario, a incastro di stili lontani, tra cantautorato, groove funk e R&B, lasciando agli artisti il centro della scena. I brani nascono fuori dai dischi, da canzoni che non trovavano posto negli album, e qui diventano ritratti precisi come fossero spin-off dei progetti. Calcutta, Fulminacci, Franco126, Ariete, Colapesce e altre identità, ciascuna con il proprio universo. Un disco che ci fa sentire a casa, pur restando fuori dai dischi, Fuori Menù.
di Claudia Verini

14. Willie Peyote – Sulla riva del fiume (112 voti)
Il buon vecchio Willie Peyote colpisce ancora. Maestro di satira e ironia come sempre riesce a dare un tocco di pepe a tutto. Sulla riva del fiume completa l’omonimo EP uscito ad aprile 2024. Con questo album Willie non solo ritorna alle sonorità jazz (finalmente), ma conclude la trilogia sabauda iniziata con Educazione Sabauda (2016) e continuata con Sindrome di Tôret (2017). Tra tutti i brani spicca senza dubbio Grazie ma no grazie che, nonostante la sedicesima posizione al 75º Festival di Sanremo, è riuscito a parlare di critica sociale mantenendo l’attenzione di tutti. Mica male visti i tempi che corrono in mamma Rai. Se davvero SRDF è il capitolo conclusivo della trilogia sabauda, di cosa ci parlerà Willie nel prossimo lavoro?
di Lucrezia Costantino

13. Faccianuvola – Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù (121 voti)
Nel mio Wrapped, questo disco è stato di gran lunga il più ascoltato. La cosa più bella è stata vedere tanta gente al suo live, persone di età trasversali che ne conoscevano i testi, ne percepivano l’intensità e il match con le immagini di sfondo. Faccianuvola esplode come rivelazione dell’anno: il disco è una torta dai tanti ingredienti estremamente difficili da caratterizzare singolarmente. I testi impongono una croccante riflessione nostalgica legata a immagini così vivide sparate con una impuntura hyperpop che sembra creata apposta per loro. Quotidianità, sapori agrodolci, persone che hanno percorso un pezzo di vita accanto a noi e i cui passi divengono alieni all’improvviso. Quasi un concept album sulla giovinezza masticata alle soglie della post giovinezza: vorrei un ora come prima è leit motiv di chi vorrebbe rivivere una porzione della propria vita. Non per cambiarla, ma per sbagliare in modo diverso.
di Francesco Pastore

12. Baustelle – El Galactico (125 voti)
Un disco, un festival, una nuotata onirica nel tempo. El Galactico dei Baustelle era ciò che aspettavamo dal 2018, anno che ha sancito l’inizio di una transizione sviluppatasi gradualmente a cominciare da Elvis, uscito nel 2023 dopo ben cinque anni di stop. E se quell’album era una sorta di inno rock alla decadenza, ammantato di un sound blues mai sperimentato prima dalla band toscana, El Galactico segna un ulteriore tuffo nel passato, per riaffiorare però fra l’attualità di tematiche cogenti: la California degli anni Sessanta diventa dunque il sostrato sonoro per un senso di liberazione individuale e collettiva, saldato in quell’arte di lasciar andare che si fa fenomeno sociale. Come il festival ospitato a Firenze lo scorso giugno. O come l’inaspettata collaborazione con Tananai in settembre. La band più mutaforme dell’indie rock italiano è ufficialmente tornata. E noi non potevamo chiedere di meglio.
di Monica Malfatti

11. Marco Castello – Quaglia Sovversiva (127 voti)
Con Quaglia Sovversiva Marco Castello affina la propria poetica cantautorale intrecciando radici mediterranee, ironia e tensione politica, costruendo un disco che sembra nascere dal crocevia tra tradizione e rivolta. Il suo terzo album, pubblicato tra vinile e digitale, restituisce un immaginario sonoro e testuale in cui il pop cantautorale dialoga con jazz e funk, e dove la lingua – anche nel dialetto siciliano – diventa veicolo di un discorso più profondo sulla provincia, sulle contraddizioni della contemporaneità e sul desiderio di riappropriazione culturale e sociale. La sovversione, qui, non è urlata ma sottile, incarnata nella scelta di un artista che si pone fuori dai circuiti convenzionali senza rinunciare alla raffinatezza di un suono cesellato e complesso. La poesia delle immagini quotidiane si mescola con un’irriverenza elegante, capace di raccontare rabbia, bellezza e utopia con la stessa voce, facendo di Quaglia Sovversiva un lavoro che va ascoltato con cura e sentimento, oltre ogni etichetta.
di Ilaria Di Santo

10. Franco126 – Futuri Possibili (128 voti)
Futuri possibili di Franco126 è un’esplorazione della nostalgia come condizione esistenziale, un disco in cui il passato non è rifugio ma lente attraverso cui si osserva il presente. Lontano da facili nostalgie retoriche, l’album percepisce l’amore finito e i ricordi come cartografie di ciò che si è stati e di ciò che avremmo potuto essere, intrecciando immagini quotidiane con sensazioni universali. La scrittura di Franco126 non si limita alla malinconia: la trasforma in poesia delle piccole cose, catturando l’inevitabilità del rimpianto e la densità delle relazioni umane. Il suono si apre a un pop sensibile che lascia respirare i testi, restituendo un senso di intimità e di memoria condivisa, capace di parlare a chi ha attraversato i propri futuri possibili senza riuscire a scegliere uno solo. Futuri possibili diventa così una mappa emotiva di ciò che rimane, della nostalgia che non è perdita ma riconoscimento di sé negli altri.
di Ilaria Di Santo

9. Joan Thiele – Joanita (130 voti)
Joan Thiele, finalmente il mondo ti ha scoperta. Una delle poche Artiste degne di questo titolo è arrivata a una fetta di pubblico più ampia grazie al Festival di Sanremo. Il nuovo album, Joanita uscito lo scorso 21 febbraio, è un film gangster italiano degli anni ’70 in cui lei è la protagonista e magari Marcello Mastroianni è il suo socio in affari. In questo album i brani si classificano in un elenco dedicato a chi ha gusti fini, ricercati e vintage. Ci sono riferimenti a Piero Umiliani, ma c’è anche Frah Quintale. Nota di merito va al brano Pazzerella, il più intimo di tutti, che funge da titolo di coda a un film dove i buoni vincono sempre. Insomma, un disco diverso per davvero da tutto quello che è uscito quest’anno.
di Lucrezia Costantino

8. Brunori Sas – L’albero della noci (133 voti)
Bruori SA. Sa farti sorridere, sa farti piangere e sa farti amare. L’Abero delle Noci è un disco che prende il nome dal brano che Brunori ha portato al 75esimo Festival di Sanremo. Il disco è un lavoro intimo e riflessivo che ha lo scopo di sciogliere i nodi interiori. Si parla di nuova vita, ma soprattutto rivoluzione interiore. È nascita, ma soprattutto rinascita. Il cantautore cosentino dopo anni di malinconia è arrivato alla consapevolezza che questa è un’arte che matura nel tempo e che diventa essenziale per tutti. Brunori scrive ancora (per fortuna) canzoni bellissime che non passano, ma restano, come l’albero delle noci che sta davanti casa sua.
di Lucrezia Costantino

7. Tony Pitony – Tony Pitony (140 voti)
Tony Pitony sfugge alle categorizzazioni semplici e abbraccia una forma di teatralità ironica e provocatoria che scardina la routine dei linguaggi pop contemporanei. Emerge come figura enigmatica, mascherata, che mescola pop ed elettronica con performance visive capaci di trasformare ogni live in evento performativo che parla tanto alla pancia quanto alla risata nervosa di chi ascolta. La maschera, la costruzione di identità e l’ironia non sono vezzi ma strumenti per decostruire le aspettative, per destabilizzare la nozione di autenticità stessa. In un panorama musicale che spesso si accontenta di etichette e format, Pitony sceglie la provocazione come forma di resistenza espressiva, giocando con l’assurdo e la distanza tra immagine e sostanza. La sua musica sembra speak easy di un immaginario post-pop, capace di attraversare superficialità e profondità senza inciampo, rendendo Tony Pitony un progetto scomodo, irriverente e sorprendentemente coerente col suo stesso disordine.
di Ilaria Di Santo

6. La Niña – Furesta (148 voti)
Recentemente mi è capitato di riflettere con un amico su quale sia la lingua più universale di tutte. In un’epoca di inglesismi spietati, una sola risposta mi sembrava la più azzeccata: il dialetto. La Niña, quest’anno, ha contribuito a ricordarcelo con il suo ultimo album in studio, Furèsta. Furèsta che in napoletano significa “selvaggia” ma che nei dialetti dell’arco alpino, dal Veneto alla Liguria, si traduce con il termine “straniera”. Ed è proprio qui che il dialetto si fa universale: nelle sue differenze. Straniera e selvaggia sono parole diverse, ma che diventano sinonimiche per intercessione della musica: un suono che significa qualcosa già di per sé, carico di gioie, rabbie, amori, tristezze, lotte, affanni, bugie e verità. La musica si fa memoria, come accadeva ai tempi degli aedi nell’antica Grecia, mentre il cantautorato italiano sta riscoprendo nei suoi idiomi più ancestrali un canale di espressione ancora tenacemente autentico.
di Monica Malfatti

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