5. Giorgio Poi – Schegge (151 voti)
Quinto posto per Schegge di Giorgio Poi. Chi scrive lo considera però il disco dell’anno: la sua intensità e qualità, in tutte le tracce, ha pochi rivali in questo 2025. Giorgio Poi frammenta tutti i suoi ultimi anni di vita raccontando con vivace sincerità giorni belli e atroci perdite, case vuote e amori che sfumano in cenere. Le schegge del titolo si sentono tutte: ogni parola racconta una storia che diventa nostra, ogni sentimento dell’artista sembra voler seminare altre emozioni, altre sensazioni a contatto con noi. Se i testi sono di altissima intensità, il disco suona così maliziosamente elegante e francese (fortissima l’influenza dei giorni parigini) e si presta a lunghi viaggi in macchina o in treno. Si canta e si riflette, si piange e si sussurra. Un disco praticamente perfetto, senza sbavature. Nelle tue piscine è sicuramente traccia dell’anno sotto molti punti di vista. Un classico.
di Francesco Pastore

4. Caparezza – Orbit Orbit (153 voti)
Non è una recensione, di quelle oltre che nel nostro archivio ne potete trovare quante ne volete, ma una consacrazione. Una consacrazione a un artista (in questo caso non è una parola così a sproposito come ormai nella maggior parte dei casi) che oltreoceano sarebbe la sintesi perfetta tra Eminem e Bob Dylan. Fortunatamente da tempo Caparezza non è più quello con i capelli strani di Fuori dal Tunnel. È totalmente libero da ogni logica di mercato discografico (ammesso che una logica ci sia) e il suo fare musico è puro istinto e desiderio di comunicare. Orbit Orbit probabilmente ancora di più di ogni suo precedente lavoro, perché una maturità anagrafica acquisita che rende le liriche ancora più potenti ed incisive.
di Manuel Tomba

3. Andrea Laszlo De Simone – Una lunghissima ombra (158 voti)
Quando esce della musica nuova di Andrea Laszlo De Simone, è sempre un bel giorno. Proprio perché accade di rado, quando succede è perché l’artista ha sentito che era il momento giusto. Quando arriva invece il tempo di scrivere, della musica di Andrea Laszlo De Simone, le cose si complicano. Come nel caso di Una lunghissima ombra. Che è un album lungo, complesso, e fondamentalmente da contemplare. Perché è intriso di suoni, di parole, di significati, di metafore. E aggiungere dell’altro rischia di diventare un esercizio retorico, nel migliore dei casi, o una sovrastruttura all’ascolto, nel peggiore. Dentro ci sono le riflessioni di un uomo che è cresciuto, è diventato padre, ha metabolizzato certi spigoli della vita, ma ancora non vuole guardare al futuro, perché è sicuro che sbaglierà per sempre. Ma per quanto riguardo il resto, come dice quella pubblicità: in un mondo di gente che parla (o che scrive, aggiungo io), in questo caso c’è bisogno di gente che ascolta.
di Filippo Colombo

2. Lucio Corsi – Volevo essere un duro (160 voti)
Con Volevo essere un duro, Lucio Corsi firma un disco sincero e personale, che parla di fragilità, insicurezze e del bisogno di sentirsi all’altezza. Le canzoni raccontano personaggi imperfetti e un po’ spaesati, usando immagini semplici ma originali, spesso ironiche, senza mai risultare forzate. Musicalmente l’album si muove su un pop essenziale, ispirato al passato ma suonato con leggerezza e misura. Non cerca né il tormentone né l’effetto immediato, preferendo un ascolto più attento e graduale. È un disco che cresce con il tempo e che colpisce proprio per la sua naturalezza, lasciando una sensazione di autenticità che oggi non è scontata.
di Alessia Roccheggiani

1. i cani – post mortem (173 voti)
Post Mortem disco dell’anno. Nulla di veramente sensazionale: i fan di Contessa potrebbero fondare una religione senza problemi. Arrivato di botto in un’anonimo giovedì di aprile, seguito da un tour sold out. Aurora aveva inghiottito una generazione non più giovane nella nostalgia della sparizione: senza punti fermi abbiamo atteso il Vate per confermarci errori, sbagli, tempo irrecuperabile. Il fantomatico quarto album dei Cani non delude e ci spinge a guardarci dentro ancora più a fondo. Contessa si racconta dolorosamente, sarcasticamente e noi ci abbeveriamo a questa fonte ancor più vecchi, disillusi, ancor più consapevoli che quel baratro dell’Io, nati nella parte giusta del mondo, lottatori di amori carbone, è pericolosamente reale.
di Francesco Pastore

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