L’iperproduzione artistica e musicale degli ultimi hanno ha trasformato ogni pubblicazione in prodotto e il mercato discografico in un supermercato dove c’è l’imbarazzo della scelta. Solo che in tasca abbiamo pochi soldi di attenzione da spendere e spesso rischiamo di perderci le prelibatezze migliori. Abbiamo fatto questo discorso molte volte e in risposta a tutto ciò, in tutte le nostre pubblicazioni cerchiamo di selezionare tutto quello che ci piace o ci è piaciuto tra ciò che siamo riusciti a seguire ed ascoltare. Ma spesso non riusciamo: restano in lista molti dischi che difficilmente riusciamo ad approfondire.
Per questo lo scorso anno nacque “Nascosti in piena vista“: una rubrica dedicata a quei lavori meritevoli di attenzione e ascolto, che per tempo non riusciamo ad approfondire. Avevamo interrotto la rubrica lo scorso maggio 2025, ma da questo gennaio 2026 ci riproviamo e cercheremo di uscire ogni mese segnalandovi quei dischi che probabilmente vi siete persi, inondati da maree di informazioni, e che nascosti proprio lì in piena vista meritano maggiore attenzione e ascolto.
“Ricordi Segreti” degli Atlante

Due brani inediti e due rivisitazioni di pezzi già pubblicati, interpretati però da altri artisti: scorre così Ricordi Segreti, EP degli Atlante rilasciato all’inizio dell’anno. Le quattro tracce si muovono in un sottile equilibrio tra spleen, piccoli attimi di resa e risvegli lisergici. I due pezzi inediti sono delle ballate rock che ti spiattellano in faccia delle verità che fanno male.
In Ricordi arriva il monito di stare attenti a non trascinare chi si ama nei propri buchi interiori. Segreti è invece un brano che potrebbe essere uscito da Ballate per piccole iene. Poche frasi graffiate che cantano vocaboli di guerra, mentre la chitarra e la batteria accompagnano in un crescendo che non esplode mai. E poi ci sono le due “auto-cover”, che mettono in luce un fatto abbastanza importante. Ovvero, che le canzoni belle non si esauriscono, ma possono reincarnarsi scegliendo un corpo che sappia mettere in luce altri angoli.
E quindi la voce tagliente di edera (dagli irossa) riesce a porre l’accento sui versi più profondi di Sabbia, rendendola una confessione di disarmo brutalmente onesta. E gli Amore Audio portano l’elettronica dentro Dita, che fa girare la testa come sul tagadà. Non è usuale che un EP porti a scavare a ritroso nella discografia di chi lo ha pubblicato: quando succede, conviene non farsi scappare l’occasione.
di Filippo Colombo
“Lara Dei Chi?” di Lara Dei

L’idea dietro “Lara Dei Chi?” è disarmante nella sua semplicità: prendere una domanda identitaria e smettere di trattarla come un problema da risolvere. Lara Dei non costruisce il suo debutto come una dichiarazione d’intenti, ma come una zona franca. Un posto dove il dubbio non va chiarito, ma gli va lasciato spazio. L’identità non è una risposta pronta da tirare fuori all’occorrenza, è una domanda che torna a bussare quando meno te lo aspetti.
Il disco non racconta l’epopea rassicurante dell’artista che ce l’ha fatta, non costruisce un altarino al talento, non chiede di essere presa sul serio. Parla a chi vive in quella terra di mezzo scomodissima: troppo creativo per essere credibile, troppo lucido per potersi raccontare come puro istinto. A chi si sente sempre un passo fuori posto, come se stesse occupando una sedia non assegnata. Il titolo sembra una battuta autoironica, ma è una domanda che pesa: chi sei quando smetti di spiegarti, di difenderti, di venderti bene?
Il vero colpo di mano del disco sta nel rifiuto di chiudere il discorso. “Lara Dei Chi?” non ha l’ambizione di dire “siamo fatti così”. Preferisce restare scomodo, irrisolto, leggermente irritante. Cantare è solo un altro modo di complicarsi la vita, di esporsi, di mettere il dito dove fa male senza la pretesa di guarire. Lara Dei non pacifica il conflitto tra sogno e realtà: lo mette in luce e lo lascia lì, visibile.
di Carmen Pupo
“Diatomee” di Rossana De Pace

Le diatomee sono alghe microscopiche capaci di immagazzinare e rilasciare ossigeno, i cui gusci diventano polvere capace di viaggiare in giro per il mondo. È da questo affascinante fenomeno che mutua il nome il disco di Rossana De Pace, artista pugliese appartenente al collettivo “Canta fino a dieci”.
Il disco spazia e pesca in diversi generi: se l’espressione più autentica è quella di una songwriter elegante e battagliera, non mancano forti echi di folk mediterraneo e una certa manualità indie (l’artista mottolese ha sperimentato suoni, dinamiche sonore e location diverse per resettare e comporre), senza mai disdegnare una placida elettronica. Non è un disco da ascoltare in macchina, ma impone una ricerca e una richiesta introspettiva in grado di coabitare con i desideri e le emozioni spesso violente narrate.
Personale e intimo il racconto della vita dell’artista: i cambiamenti, le frustrazioni e le speranze, spesso affidati a metafore vivide e concrete e a strutture melodiche delicate ma capaci di veicolare il messaggio nei cassetti più nascosti dell’Io. Proprio come la polvere delle diatomee.
di Francesco Pastore
“Ricondito” di Tabascomeno

Una voce carezzevole, il rumore di fondo che diventa musica e una narrazione antica che si tuffa prepotentemente nel presente, carica di magnetismo. Tabascomeno, al secolo Chiara Furfari, ci regala con RICONDITO un album d’esordio acustico, ma impastato di sonorità sorprendenti, legate alla profondità del mare e alla leggerezza del vento, ma soprattutto ad un suono esplorato in ogni sua forma e sputatoci addosso con l’esigenza di una voce forte ed eterea al contempo.
Non vi è trucco né inganno nella produzione essenziale e nei ritmi sincopati di brani che sembrano accavallarsi l’uno sull’altro, frettolosi ed incespicanti ma al contempo precisi come i ritmi di una tarantella. Anche la scrittura, inafferrabile, propone immagini e suggestioni talmente universali da rifuggire ogni genere o struttura pre-costituita. La fascinazione per il mondo del mito incontra in questo disco l’intimità più celata, in un connubio dentro il quale ciascuno potrà leggervi la propria storia. Chiara ha appena cominciato a scrivere la sua. Non vediamo l’ora di leggerne il seguito.
di Monica Malfatti
“L’amore non ha cuore” di Checco Curci

Il nuovo lavoro del cantautore pugliese Checco Curci arriva a tre anni dal suo ultimo disco. “L’amore non ha cuore” è un disco raffinato e materico, dall’architettura musicale complessa e stratificata. Rispetto al precedente lavoro, qui la narrazione si fa più intima e introspettiva: gli amori descritti da Checco Curci sono imperfetti e mitologici, violenti e crudeli, ma anche nostalgici e teneri.
Da un lato i testi conferiscono concretezza agli oggetti e ai corpi, dei quali sembra di percepire i colori e gli odori, dall’approccio produttivo dona un suono naturale, organico, vivido. Il risultato è una raccolta di canzoni da attraversare come organismi in evoluzione, musica assemblata per generare e accompagnare pensieri trasformativi. Suoni ricercati che sposano la voglia di perdersi e soffrire ancora un po’, per vivere o rivivere amori rischiosi, dolorosi e persino patetici, di ridere di sé stessi mentre si incassa un’altra illusione che sembrava ormai impossibile.
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