“Nascosti in piena vista” è la nostra rubrica mensile che scandaglia i fondali delle uscite discografiche e vi propone dischi belli che non hanno avuto l’attenzione che meritavano. Anche per il mese di Giugno 2026 ne abbiamo selezionati cinque.
Oggi parliamo dei nuovi dischi di Luca Rizzo, Naeev, sigarettewest, Lanavetro e di Elio Garrello.
“Veleno e Sangue” di Luca Rizzo

L’epoca in cui viviamo pretende che ogni ferita diventi subito una storia di rinascita. La vulnerabilità è accettata solo quando ha già trovato un significato, quando può essere trasformata in una lezione di vita, in una caption da esibire all’interno di un carosello di Instagram, insomma, ci siamo capiti. “Veleno e Sangue”, il nuovo EP di Luca Rizzo, sceglie invece di punzecchiare il momento precedente: quello in cui il senso ancora sfugge.
Luca Rizzo arriva a questo lavoro con un percorso che affonda le radici nella scena electro-pop indipendente dei primi anni Duemila. Con i Ni Na e i Digit ha contribuito a esplorare un linguaggio in cui elettronica, rock e scrittura melodica dialogavano senza inseguire formule predefinite. Oggi quella ricerca prosegue in una forma più essenziale e personale: un progetto solista che conserva l’attenzione per il suono ma la mette al servizio di un racconto più intimo.
L’aspetto più interessante dell’EP è proprio il modo in cui la musica evita di illustrarne i testi. I sintetizzatori non addolciscono le emozioni, i beat non cercano la consolazione della danza: ogni elemento sembra partecipare a una continua ridefinizione dell’equilibrio. È un’elettronica che respira, si contrae, lascia spazio al vuoto e rende percepibile la fragilità senza trasformarla in spettacolo.
“Veleno e Sangue” riflette sul momento in cui le certezze iniziano a incrinarsi e siamo costretti a immaginare un’altra versione di noi stessi. In un panorama in cui anche l’autobiografia rischia spesso di diventare un prodotto, Luca Rizzo sceglie una strada meno esibita: costruisce uno spazio in cui è possibile sostare nell’incertezza. Ed è proprio questa misura a rendere il suo nuovo lavoro credibile e capace di lasciare una traccia.
di Carmen Pupo
“Raccolta, Vol. I (Como Città)” di Naeev

Dopo la conclusione degli studi a Milano, la giovane cantautrice Naeev ha sentito l’esigenza di rielaborare gli stimoli e il caos della metropoli tornando nella sua città natale, Como. Dove la vita è diversa, più ammortizzata. Dove sono gli incontri, le facce delle persone, le conversazioni a fornire linfa vitale. Ne è nato questo EP di sei brani, composti tra il 2023 e il 2025.
“Raccolta, Vol. I (Como Città)” arriva dopo due dischi in inglese, e continua l’esplorazione della sua lingua natale che aveva già iniziato negli ultimi due anni con diversi singoli. Le sei canzoni sono prodotte in modo volutamente essenziale, per sottrazione, coerenti con il concetto alla base del disco. Sono delle ninne nanne alla chitarra, leggere, rispettose e non invasive. Un folk lieve e onirico, che strizza l’occhio all’eredità di Quelqu’un m’a dit, ma nel 2026 e dalla penna di una giovanissima e talentuosa cantautrice.
“Ci piace l’estate, un po’ perché a noi forse serve anche scappare”, recita il testo di Finalmente, il secondo brano. La tensione tra appartenenza e sogno di un altrove rimane anche in questa dimensione amica e domestica. Naeev è una polistrumentista, e in questo disco risalta la cura dei dettagli della produzione e il talento compositivo. Con un po’ di lavoro sulla scrittura in italiano, continuerà certamente a valere la pena di ascoltare quello che avrà da dire.
di Filippo Colombo
“Dio ti protegga” di sigarettewest

Sigarettewest, nome d’arte del ligure Matteo Siffredi, appartiene a quella nuova generazione di cantautori che guarda alla tradizione senza trasformarla in un esercizio nostalgico. Nel suo immaginario convivono il cantautorato degli anni Settanta, l’alternative rock e l’R&B, ma il riferimento non è mai citazione. Diventa un lessico con cui raccontare una generazione sospesa tra il desiderio di appartenenza e la difficoltà di trovare un luogo in cui sentirsi davvero a casa.
Le dieci tracce di “Dio ti protegga” costruiscono un’unica narrazione fatta di ritorni continui. Milano e la Liguria, l’adolescenza e il presente, gli amori, la notte, il denaro, le dipendenze e il bisogno di credere che esista ancora qualcosa capace di proteggerci. Persino il titolo, nato da un episodio che l’artista legge come un segno lasciato dal nonno, non cerca di imporre una dimensione religiosa: suggerisce piuttosto che ciascuno attraversa la vita cercando una forma di protezione, qualunque nome scelga di darle.
È un esordio che non rincorre la novità a tutti i costi, ma rivendica la fiducia nella canzone come spazio in cui l’identità può ancora mostrarsi nelle sue contraddizioni, senza il bisogno di risolversi.
di Carmen Pupo
“Dopotutto” di Lanavetro

Il primo EP di Lanavetro, “Dopotutto“, è uscito il 5 giugno per Katakateshe Records. Quattro tracce in totale, quattordici minuti di durata. La narrazione di Lanavetro è genuinamente artigianale: gli episodi narrati hanno la semplicità della vita quotidiana che è sempre difficile da mettere in musica senza il peccato della banalità o della voglia di strafare. I testi appaiono quindi puliti, capaci di essere rimasticati dall’ascoltatore e riadattati alla propria personale esperienza.
La vera peculiarità espressiva di Lanavetro è poter fungere da maniglia da premere nel momento giusto: comprendere quanto piccoli episodi di vita abbiano un enorme peso sul conto finale degli eventi. Dopotutto (citando la title track che funge anche da chiave di volta) si va avanti, si cresce nonostante occasioni mancate, amori mezzi sì mezzi no, treni che coprono distanze fisiche e mentali.
L’EP deve tanto ad un modo di raccontare profondamente anni Novanta, a un sentire alternative che ancora non era indie: il disagio e la post adolescenza che ancora non era cameretta ma le panchine di una stazione, il tavolino di un bar di provincia. Una spontaneità forse meno patinata e catchy, ma densa d’impegno. L’uso dei sintetizzatori è interessante e fornisce una traccia elettronica che impreziosisce il tutto e lo sottrae a una precisa quanto sterile collocazione temporale.
Raffreddano i testi sanguigni, intrappolano i globuli rossi dei ricordi. Gli arrangiamenti mantengono la stessa misura dei testi: concreti, ordinati, essenziali. Un esordio pieno di potenzialità, un punto di partenza: i testi dovranno necessariamente maturare e adattarsi a nuove latitudini. Dopotutto si cresce anche inciampando, anche imparando a voltare pagina.
di Francesco Pastore
“Essere Elio” di Elio Garrello

La provocazione è diventata il linguaggio ufficiale del nostro tempo. Tutto deve essere estremo, irriverente, disturbante. Lo scandalo non interrompe più il discorso pubblico: è il carburante che lo alimenta. Per questo “Essere Elio” è un disco più ambiguo di quanto sembri. Non perché dica cose scandalose, ma perché mette continuamente in dubbio il senso stesso dello scandalo.
Elio Garrello, classe 1993, non costruisce un’identità artistica rassicurante. I titoli dei brani – da Wanna Marchi a Madame Curie, da Van Basten a Capitalismo – sembrano hashtag impazziti, frammenti della memoria collettiva strappati dal loro contesto e rimontati senza alcuna gerarchia. Politica, televisione, religione, cultura pop e cronaca finiscono nello stesso frullatore semantico, dove tutto vale quanto il suo contrario.
Il risultato non è tanto un disco “contro” qualcosa. È piuttosto la fotografia di un immaginario contemporaneo in cui il sovraccarico di simboli ha reso impossibile distinguere ciò che conta da ciò che semplicemente attira attenzione. Anche musicalmente il pop viene trattato come un materiale da deformare: melodie riconoscibili, elettronica nervosa, strutture che sembrano sul punto di collassare e una scrittura che procede per slogan, aforismi e cortocircuiti.
La domanda che attraversa “Essere Elio” è meno ideologica di quanto lasci intendere il titolo Capitalismo o l’estetica del progetto. È una domanda identitaria: come si costruisce un “io” quando ogni discorso pubblico è già saturo di opinioni, immagini e provocazioni? Elio Garrello non offre una risposta, ma un escamotage: spingere quella saturazione fino al punto di rottura. E costringere l’ascoltatore a chiedersi se il rumore che sente arrivi davvero dal disco o dal mondo che lo circonda.
di Carmen Pupo
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