Lo sappiamo, Aprile 2026 è passato da un po’, ma questi dischi non potevano restare nascosti, lì in piena vista. Ve ne dovevamo parlare!
È chiaro che essendo usciti centinaia di dischi soltanto il mese scorso per noi è stato umanamente impossibile recuperarli, ascoltandoli tutti con attenzione. Perciò ne abbiamo scelti 5, tra quelli di cui abbiamo sentito parlare meno ma che crediamo debbano avere maggiore eco, per qualità e attitudini tutte diverse tra loro.
Facciamo in modo che questa rubrica sia un luogo di scambio di consigli e segnalazioni, scrivici nei commenti quali dischi Nascosti in piena vita e usciti ad aprile dovremmo recuperare.
“Esordienti 1994” di Scar

Siamo cresciuti con l’idea che “a ogni cosa c’è un’età”, e con la pressione di dover seguire, di conseguenza, tappe precise. Dopo quella “fine dei vent’anni” cantata da Motta, la sensazione di essere in ritardo rispetto agli altri e di poter sbagliare strada, diventa pressante. Ci si sente sempre all’inizio di qualcosa, costretti a fare scelte per raggiungere un traguardo (che nel frattempo continua a spostarsi) e con la costante necessità di trovare parcheggio.
È questo il feeling che attraversa Esordienti 1994, il primo album di Scar per Maciste Dischi. Da una parte il passato, con gli schemi e le aspettative con cui siamo cresciuti; dall’altra una contemporaneità che corre veloce e che spesso ci impedisce di essere davvero liberi. Una dicotomia riflessa anche nel suono: urban e ritmi moderni convivono con influenze brit, cantautorato urlato anni ’80 e atmosfere retrò da vinile. Dentro ci sono amori e rapporti che si deteriorano, amicizie che cambiano forma e la rincorsa ai propri desideri, rendendosi conto nel frattempo di essere arrivati all’età in cui i nostri genitori avevano già messo su famiglia.
Il titolo riassume perfettamente tutto questo: sentirsi contemporaneamente in ritardo e all’inizio di qualcosa. Ma, in fondo, ognuno ha la propria storia, e l’obiettivo è solo quello di rendere ricca la propria trama, pronta per una vita da cinema.
Le mie preferite: “Tutto ciò che odio” feat. 18K e “Giorno d’estate”.
Claudia Verini
“Per abitudine” di Edo

L’album di esordio di Edo è un buon memento di che cos’è la musica pop, se si riesce ad andare un po’ oltre le hit scritte a tavolino da cui siamo bombardati nelle radio. Per abitudine non è affatto il risultato di un lavoro in solitaria. Con Edo, hanno collaborato Fosco17 alla scrittura e alla produzione (Verosimile, Juni, Prim, tra le passate collaborazioni), Lillo Dadone e Gaia Morelli, tra gli altri. E infatti, è un album dove spiccano la professionalità degli arrangiamenti e la pulizia dei suoni.
Le dodici tracce che compongono la tracklist alternano canzoni a intermezzi strumentali, e creano un altrove che è ben rappresentato dalla copertina. Una stanza blu, geometrica, minimale e ancora da arredare. Edo propone un pop che si contamina con l’elettronica dei sintetizzatori e con il lo-fi dei riverberi sulla voce e dei testi essenziali e asciutti. Le melodie sono semplici, dirette, le parole poche, le canzoni scorrono leggere. Come dei sottofondi, che non significa essere in secondo piano, ma saper abitare i luoghi senza velleità di protagonismo ingiustificate. Brani come A tu per tu, Blu, Conchiglie sono la colonna sonora di lunghi viaggi in macchina, rilassati, su autostrade dritte e assolate.
In un’epoca in cui sembra che si debba sempre ostentare e gridare in faccia al mondo quello che si crea, Per abitudine viaggia in direzione ostinata e contraria. Meno male.
Filippo Colombo
“Pastorale” di Le Pietre dei Giganti

C’è un mondo rock che cresce fuori e in barba agli algoritmi, che non vuole e non deve rispondere ai vincoli dei numeri da raggiungere per dire di esistere. Un mondo che proprio per questo gode di una libertà crescente che emerge poi nella composizione e realizzazione di dischi come questo, messo fuori da Le Pietre dei Giganti. “Pastorale“, della band fiorentina, uscito per Overdub Recordings è una conferma e allo stesso tempo un salto di qualità del quartetto toscano.
Terzo disco in studio (dimezzo anche un disco live), “Pastorale” si divide in undici tracce che si muovono principalmente tra stoner e psichedelia ma con la libertà di andarsi a misurare con riflessi di folk e world music, mantenendo sottotraccia anche una già espressa anima prog. Non era facile né scontato mantenere questo equilibrio e farlo con un concept che chiama chi ascolta a confrontarsi con temi filosofici ed esistenziali che trovano una sintesi in brani come Santo Fulmine o Zinco.
La vena psichedelica in questo contesto aiuta a creare quell’atmosfera indefinita che è parte di una ricerca, esistenziale, umana, musicale e artistica, una coltre su cui fluttuare un po’ prima di scegliere una direzione da percorrere.
La complessità di questi intrecci non toglie niente alla godibilità del lavoro che mostra senza alcun dubbio il momento di massima maturità de Le Pietre dei Giganti, che molto probabilmente con questo deciso passo in avanti, non solo manterranno il pubblico che li segue fin dagli esordi ma ne conquisteranno uno più ampio, specie in un momento di iniziale ridefinizione di un nuovo mondo musicale indipendente dal basso.
Ernesto Razzano
“Resta dritta ai tuoni” di Feeda

Il passaggio all’età adulta non è mai un evento lineare, quanto piuttosto una serie di collisioni interiori che costringono a rinegoziare lo spazio tra chi siamo e chi credevamo di dover diventare. In questo scenario di incertezza, la cantautrice salernitana Feeda pubblica il suo album di debutto, “Resta dritta ai tuoni“. Questo lavoro ci sprona a restare in piedi durante le tempeste emotive. Ci ribadisce che se le cose non vanno come avevamo pianificato non è sempre una tragedia, il mondo non ci sta crollando addosso.
La musica di Feeda è raffinata e sapientemente stratificata. La sua voce dà respiro a disagi e frustrazioni in cui possiamo specchiarci: talvolta si fa struggente, come se avesse appena attraversato un pianto; talaltre più chiaramente manifesta la sua forza e le consapevolezze acquisite. Feeda non scrive per compiacere, ma per la necessità di conoscersi e, di riflesso, per farci sentire meno soli nei nostri equilibri precari. Il suo lavoro è una lettera aperta, un promemoria, una confessione sussurrata e personale con tutte le carte in regola per essere anche corale e, in qualche modo, universale.
“Bar del Molo” di Cico Messina

In un’epoca in cui il mondo sembra aver perso il buon senso e i sentimenti umani sembrano passati in secondo piano rispetto agli interessi economici, il senso di impotenza spesso ci crea il bisogno di evadere o quanto meno di trovare un luogo sicuro in cui stare. Le piccole cose, la bontà dei piccoli gesti di un’umanità che resiste, restare per ritrovarsi: il “Bar del molo” di Cico Messina è più di un semplice posto in cui trovare ristoro. È un osservatorio privilegiato, un tavolino sul mediterraneo, reale ma anche simbolico, dove il cantautore trova riparo.
È lui stesso a darci le coordinate: «un luogo dove i solchi sui visi dei pescatori suonano e raccontano di più di quelli sui vinili. Ho provato a tradurre il sentimento che cresce quando l’umanità fallisce ma la vita nella quotidianità e nelle piccole cose, resiste e assume sempre più importanza. Tutto sommato è un disco semplice ma non facile, un po’ come fare un buon caffè».
Il suo lavoro, pregno di identità siciliana, si rifà a suoni provenienti dal jazz, dal funk e dalla world music. La musica dalle vibes mediterranee parla di appartenenza, memoria e trasformazione. I suoi testi sono sospesi tra italiano e dialetto e convivono densi di nostalgia e desiderio in una Sicilia che non è mai solo un posto dalla geografia delimitata, ma anche un luogo ideale, immaginato, sperato.
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