Nel 2018, Pippo Sowlo pubblicò Condorello. Un brano che iniziava con la voce di Gerry Scotti nella pubblicità dei torroncini Condorelli, e proseguiva con una serie di parallelismi e analogie tra le dimensioni di questi torroncini e quelle del pene del narratore. Un anno dopo uscì Ok computer però trap, tra inni all’ITPOP e la storia di una ragazza, Sirvia, che non doveva drammatizzare, aveva preso una cinquina, mica le avevano ammazzato il cane. E che se n’è ita da su madre e s’è inculata Amazon Prime.
Ai tempi, fondamentalmente, ne prendemmo atto. C’era chi lo ascoltava con curiosità. Chi si piegava dal ridere. E poi c’erano quelli a cui, di Pippo Sowlo, non gliene importava niente. Poi all’improvviso Pippo Sowlo fece come Majorana e sparì. L’ultimo post su Instagram: un freestyle scritto e cantato ai tempi del lockdown, un trend a cui aderirono vari rapper. Con un fulmen in clausola, come avrebbero detto nell’antica Roma. C’è chi negli anni l’ha avvistato come docente a Tor Vergata, chi a qualche festa, chi in giro per Roma. Non è che in questi anni il suo ritorno sia stato auspicato con la stessa veemenza del quarto album dei Cani o della reunion tra Carl Brave e Franco 126. Qualche volta magari ci siamo chiesti dove fosse finito Pippo, però insomma, la conversazione moriva lì.
Poi, a un certo punto, è arrivata La fine della Naspi
Prima una serie di due concerti, poi un disco, poi addirittura un tour. Nel 2026, anche Pippo Sowlo è tornato. Praticamente ormai manca solo Rihanna.

Il mondo in cui è tornato Pippo Sowlo, però, è diverso da quello che aveva lasciato. Non c’è più il lockdown, L’amore non mi basta di Emma ha raggiunto in un certo momento la prima posizione nella Top 50 Italia di Spotify, Lucio Corsi è arrivato secondo al Festival di Sanremo. E poi nella scena musicale italiana è sopraggiunto Tony Pitony. Che concettualmente fa la stessa cosa che faceva Pippo. Dice cose esagerate, scorrette e talvolta quasi aberranti nelle canzoni, che fanno il giro e diventano triviali, musica leggerissima da canticchiare.
Tony Pitony è un cantante con un’ottima vocalità, e la sua dedizione nei confronti della composizione musicale dei brani è di gran lunga superiore rispetto alle basi trap utilizzate dell’artista romano. Ma alla fine, Culo o Ossa grosse esistono grazie allo stesso meccanismo che lo ha permesso, anni fa, a Pesto Cover o a Sirvia. Quando l’esagerazione e l’abominio lirico raggiungono questi livelli, deve per forza essere una gag. E stare al gioco, di per sé, è una specie di condanna implicita verso chi, quelle cose, le direbbe pensandole sul serio.
Tony Pitony però, a differenza di Pippo Sowlo, è stato il protagonista di articoli, panel, riflessioni, thread su Reddit
Ѐ un genio? Un provocatore? Uno disposto a tutto pur di fare i soldi? Il suo duetto a Sanremo con Ditonellapiaga, un’esibizione che non aveva nulla di tellurico, ma dove ha dato mero sfogo alle sue doti canore in un brano normale, è stato utilizzato come giustificativo. Tony Pitony è questo. Il resto è tutto uno scherzo. Stare al gioco di Tony Pitony è cool perché permette di fare parte di quelli svegli. Quelli che hanno capito la sottile e acuta ironia. Quelli che sono un passo avanti rispetto alla massa che si scandalizza e grida alla censura, in direzione ostinata e contraria.
Se si possa parlare di essere controcorrente nei confronti di un artista che ha collezionato svariate prime posizioni della Top 50 Italia su Spotify e vinto la serata cover di Sanremo, è una domanda retorica la cui risposta parrebbe un pleonasma. Per altri invece Tony Pitony è una catarsi. In un momento storico in cui non si può più dire niente, lui dice tutto quanto. Ѐ un unicum. Poi possiamo dirci che se non si potesse dire niente, Donne nere non sarebbe mai potuta essere rilasciata. Ma torniamo a noi.

Almeno Pippo Sowlo, lasciatecelo ascoltare senza attribuirgli epiteti sensazionalisti
Non chiamiamolo genio, rivoluzionario, visionario, coglione. Delle analisi sulla società a partire dal suo disco, non ce ne importa nulla. Chi lo ascolta e lo apprezza non abita l’apogeo della comicità, e non è nemmeno un coraggioso iconoclasta.
Partiamo dalla base. La fine della Naspi è un bell’album. Pippo abbandona la trap, e si orienta nei territori della Lovegang126. Nove brani ambientati a Roma, in cui le rime si incastrano con una metrica ineccepibile, e riescono a sorprendere. Ti aspetti che la parola scelta per chiudere la barra sia quella più ovvia, e invece non è mai così.
Il piano di Pippo è un irriverente manifesto programmatico, un’ammissione di aver copiato tutti i propri pezzi senza rimpianto, tanto Mondo Marcio è un grande, mica si offende. Accreditato dà voce a tutte le patetiche contraddizione di chi vive alla ricerca di un posto nei privé. AirTag cita il podcast di Daniela Collu (che subito ha pubblicato delle stories al riguardo, sia mai perdere l’hype!) e il gaslighting per giustificarsi nei confronti di Lucrezia, che continua a credere di venire tradita con Sabina. LA MERDA UMANA racconta del rapporto con la madre con degli intermezzi parlati centratissimi.
Er poro lollo è il capolavoro del disco. «Se muoio giovane spero sia dal ridere» scrisse Alberto Dubito. Se non dovesse essere così, andrà benissimo l’epigrafe pareva er più classico dolorino ar colon, e invece, te pare, c’hai stirato le zampe. E poi, in coda all’album Dont’s: un elenco di cose che non si devono fare, se no sei frocio. Come chiedere se si può accendere il fungone, portarsi il phon al calcetto, suggerire un sushi.
La fine della Naspi è un bel disco perché fa ridere, le rime si incastrano, le canzoni sono orecchiabili
Ascoltarlo e apprezzarlo non fa di noi esseri umani che hanno capito le cose un po’ meglio degli altri. Non è un atto rivoluzionario né una protesta sociale. E nemmeno una rivolta contro il politicamente corretto. Il pubblico dei live di Pippo Sowlo non è una cerchia di eletti con arguzia sopraffina, ma una serie di persone che hanno voglia di prendere le cose come vengono, farsi due risate, bere una birra e cercare qualche tipo di catarsi estremamente terrena. Se Pippo Sowlo sia un genio o un coglione, non ci importa granché. Andremo comunque a sentirlo dal vivo. E speriamo di non trovarci mai di fronte a individui che cercheranno di spiegarci la comicità, nel migliore dei casi, la vita, nel peggiore, tramite i pezzi che suonerà sul palco.
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