C’è stato un preciso momento nella mia vita, in cui ho percepito di essermi lasciato alle spalle l’adolescenza. È stato quando ho iniziato a preferire Aurora a Il sorprendente album d’esordio dei Cani. È stato un istante di realizzazione, una epifania joyciana. All’improvviso, tutto insieme, sono riuscito a capire quei suoni lunari e quelle storie che all’inizio mi parevano estranee.
Era finito il periodo della selezione all’ingresso fuori dalle discoteche, e avevo smesso di credere che a qualcuno sarebbe mai importato delle poesie che avevo scritto sul mio MacBook Pro a diciannove anni. Magari i dischi contavano ancora, ma sull’umanità iniziavo ad avere dei dubbi. E invece, i viaggi di lavoro tra un aeroporto e l’altro mi facevano sentire un baby soldato, studiavo finanza e cercavo il mio nome su Google con cadenza regolare per assicurarmi che nessuno dicesse niente di male. Cosa avrebbero mai potuto scrivere di me – come se fossi in qualche modo rilevante – è una domanda a cui tuttora non riesco a dare risposta.
La discografia dei Cani è un romanzo di formazione
Si parte dalla pura e spensierata adolescenza del primo album. Il racconto delle prime serate in discoteca, delle prime scopate, delle velleità giovanili, di quello che succede nel cortile della scuola, e dei primi giudizi morali. Poi arriva Glamour, dove c’è spazio per la nostalgia di quei momenti in cui si andava in giro con la faccia da cazzo che ora indossano solo i pischelli, per gli psicofarmaci e per i primi problemi seri. Aurora è l’incedere della vita adulta, il desiderio di sparire, ingannarsi di aver finalmente trovato un modo terreno per ascendere al nirvana, stavolta davvero, rifugiarsi dietro alle pose per proteggersi perché la società ti vuole fare fuori. E post mortem è il capolinea, una retrospettiva sulla vita.
Come tutti i romanzi di formazione, in teoria, ha il pregio di poterti accompagnare, seppure in forma diversa (e fuor di metafora, con canzoni diverse) in tutte le fasi della vita. E come tutti i romanzi di formazione, in teoria, ha il difetto che le tracce che appartengono a stadi differenti diventano emotivamente obsolete o non ancora comprensibili. Invece, con i Cani non è proprio così.

Ascoltare “Il sorprendente album d’esordio dei Cani” in prossimità del suo quindicesimo anniversario, due settimane prima di compiere trent’anni, non mi ha trovato emotivamente inscalfibile
E sia chiaro, non è un tema di atipicità dei trent’anni. Ho corso una maratona pochi mesi fa, e ne rivendico con orgoglio lo stereotipo.
I nove brani del disco (più due intermezzi) sviscerano tutte le difficoltà dell’avere vent’anni nel mondo contemporaneo. O almeno, in quello che quindici anni fa era il mondo contemporaneo. Hipsteria raccoglie le utopie dell’anno della maturità, che è l’unico momento nella vita in cui le possibilità sembrano davvero infinite, e l’unico ostacolo alla loro completa realizzazione è il fatto che ogni scelta è intrinsecamente una rinuncia. Door selection racconta il fastidio che si prova quando si è in coda per entrare in discoteca, tra baristi che fingono di non ricordarsi mai chi sei e la consapevolezza che un giorno magari si smetterà di fumare, ma non ora. Un fastidio che, a vent’anni, è tutto sommato sopportabile.
Le coppie propone degli assiomi tuttora inconfutati sulle dinamiche di una relazione. Il pranzo di Santo Stefano fa sorridere, ché magari a vent’anni portiamo la ragazza a casa a Natale, e ci illudiamo che quella giusta sarà lei. Ma non ci riusciamo quasi mai.
La seconda parte dell’album è meno didascalica nel racconto, e più idealista nelle aspirazioni sottese
Ci sono i laici comandamenti di Post punk, le induzioni anagrafico-generazionali di Velleità, la primissima canzone pubblicata, I pariolini di diciott’anni, tra l’alta borghesia romana e le reminiscenze fasciste. E ancora, i primi giudizi morali di Perdona e dimentica, e la spasmodica ricerca dell’estetica perfetta di Wes Anderson.
Quando questi brani uscirono, la precisione della narrazione lasciava esterrefatti. La sensibilità nell’osservare e riportare quanto visto di Niccolò Contessa possedeva qualcosa di ultraterreno. In un disco, era riuscito a scattare una fotografia che racchiudesse ogni dettaglio e ogni retropensiero del mondo cui voleva dare luce. Le fotografie, come del resto le canzoni, nascono da una scelta. Cosa mettere davanti all’obiettivo (o dentro al testo), e cosa invece lasciare dietro, cosa nascondere. Prima si decide quello che si vuole lasciare fuori, che non si vuole raffigurare. Poi si scatta. L’impressione, ascoltando questo disco, è invece che non ci sia niente, dei vent’anni, che sia stato lasciato fuori. Che i vent’anni siano tutti (e soli) lì dentro.

Mi chiedo però perché ascoltare questo disco a trent’anni riesca comunque a scombinare lo stomaco di noi (quasi, o già) trentenni.
Perché questi brani non solo continuino a sembrarci la colonna sonora di una parte della nostra vita, ma anche perché ci rendiamo conto di vivere rincorrendo quotidianamente certe immagini. Magari Daniel Johnston non lo postiamo più su Facebook alle quattro di mattina, ma su Instagram sì. Le polaroid sono ancora di moda. Non è che sono tornate, lo sono sempre state. American Apparel a Milano ha chiuso, ma giuriamo ancora che prima o poi ce ne andiamo a New York e ci rimaniamo per sempre. I dischi e i bagni nel mare sono ancora la nostra ambizione di felicità, siamo circondati da collettivi sul post-patriarcato, i critici musicali adesso hanno il Substack e ai disturbi alimentari nel mondo della moda non si è ancora trovato un vero e proprio rimedio. E la lista è lunga.
Mentre cercavo risposte, ho elaborato tre scenari
Forse non siamo mai veramente cresciuti. E gli stereotipi dei trent’anni altro non sono che un modo per dissimulare e celare la verità. Forse invece siamo semplicemente nostalgici, e cerchiamo di aggrapparci all’idealismo post-adolescenziale perché è stato un momento felice che non vogliamo lasciare andare. O forse, Niccolò Contessa, nel primo disco, non ha tracciato un ritratto situazionale e particolare dei vent’anni a Roma. Ma ha immortalato i lineamenti strutturali e generazionali di una massa di individui che si evolvono, mutano, ma mantengono solide e intatte le fondamenta.
Il sorprendente album d’esordio dei Cani è l’incipit di un romanzo di formazione molto particolare. I capitoli non si annullano, ma si potenziano. E in un modo o nell’altro, riescono a rimanere emotivamente attuali ed efficaci. Probabilmente è per questo che abbiamo auspicato per anni il suo ritorno. Non vedevamo l’ora di riascoltare questi pezzi. E di validare un’ipotesi che ci tiene vivi: che, in un modo o nell’altro, e con i dovuti adattamenti, alla fine siamo ancora questi.
Il tour de I Cani, questa estate
05 Luglio – Sesto al Reghena (PN) – Sexto ‘Nplugged
12 Luglio – Bologna – BOnsai
13 Luglio – Bologna – BOnsai
14 Luglio – Collegno (TO) – Flowers Festival
18 Luglio – Arezzo – Men/go Music Fest
21 Luglio – Milano – Parco della Musica
25 Luglio – Genova – Balena Festival
27 Luglio – Cesena – Rocca Malatestiana
30 Luglio – Montecosaro (MC) – Mind Festival
31 Luglio – Assisi (PG) – Rocca Maggiore / Suoni Controvento
01 Agosto – Roseto degli Abruzzi (TE) – Stadio Fonte dell’Olmo
06 Agosto – Castelbuono (PA) – Ypsigrock
08 Agosto – Locorotondo (BA) – Masseria Ferragnano
10 Settembre – Roma – Auditorium Parco della Musica
11 Settembre – Roma – Auditorium Parco della Musica
1X Settembre – Trento – Poplar Festival
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