Che anno incredibile, che fu il 2016. La rivoluzione copernicana dell’indie stava prendendo forma, e uno dopo l’altro uscivano pezzi con ritornelli da cantare a squarciagola. Arrivarono Aurora, Oroscopo, L’ultima festa; l’anno dopo fu il momento de La musica non c’è. In contemporanea a questo universo che qualche anno dopo Pippo Sowlo seppe riassumere nei dettagli con quella hit mondiale che fu Ridatemi l’ITPOP, arrivò pure La fine dei vent’anni di Motta.
Un disco più ruvido, meno immediato. Sicuramente, che non si prestava a cori all’unisono o ai falò sulla spiaggia.
E anche le canzoni parlavano di qualcosa che all’epoca poteva apparire oscuro. Forse per paura che capirle significasse essere troppo adulti. Forse, probabilmente, perché davvero le dieci tracce di quel disco svisceravano temi, introspezioni e riflessioni che non appartenevano alla mia generazione, quelli del Novantasei.
Mi ha sempre fatto sorridere quanto il 1996 sia presente all’interno di un certo cantautorato, per così dire, indie. Il brano di apertura di Nel caos di stanze stupefacenti di Levante si intitola La stagione del rumore (1996), e io ho sempre pensato che la scelta fosse dovuta al fatto che la maggior parte dei fan di Levante sono nati nel 1996, visto che non ci sono rimandi nel testo. I Coma Cose, Giovanni Truppi parlano del Novantasei nelle loro canzoni. Non ho le statistiche aggiornate, ma sono abbastanza sicuro che, al di fuori degli anni dei Mondiali o teatro di momenti epocali, il 1996 sia un anno rappresentato ben sopra la media, nella musica italiana contemporanea.

Nel decimo anniversario di quest’album di Motta, succede che quelli del 1996 compiono trent’anni
Ho deciso di riascoltare il disco, più volte. Un po’ per vedere se effettivamente, ora, quei testi li riesco a comprendere. Un po’ per cercare una malinconia che potesse aiutarmi ad affrontare un momento che, più che una tappa intermedia, ho sempre immaginato come un traguardo, e quindi ora che cosa si fa? Non avanzo pretese esegetiche, né rivendico velleità escatologiche. Credo, però, di poter affermare che è raro trovarsi di fronte a dischi d’esordio che suonano così. E che probabilmente lo abbiamo sempre saputo, ma stavamo aspettando il momento giusto per l’ultima prova del nove. Così, per aggiungerci anche una componente emotiva e salvifica.
Motta scrisse questo disco da solo, ad eccezione di tre pezzi in cui Riccardo Sinigallia fu co-autore, e un brano duettato e composto con Alessandro Alosi. Riccardo Sinigallia ne curò anche la produzione. Non voglio lanciarmi nelle consuete invettive contro la numerosità degli autori. Mi preme, tuttavia, sottolineare che se c’è un’idea, il talento e se si conosce la musica, non serve scomodare mezza industria.
Del tempo che passa la felicità dà il via al disco, in punta di piedi
La chitarra che compone la melodia principale del pezzo fu registrata in un paesino vicino a Bari, mentre una ragazza, nella stessa casa, stava lavando i piatti. Se si ascolta attentamente, se ne percepisce il rumore in sottofondo. Paradossalmente, nonostante una produzione scarna, è il brano più complesso del disco. La sua genesi fu lunga, e la produzione è il risultato di centinaia di scelte minuziose e ponderate.
La title track arriva poi come un pugno nei denti. Di alzarmi non ho voglia / oggi non combatto con nessuno / a volte è solo questione di fortuna è un manifesto dei trent’anni, di quelli da appendere su tutti i muri e da tatuarsi sui polsi. C’è un tempo per la rabbia, e c’è un tempo per disinnescare e per provare ad arrotondare i propri spigoli. E amico mio, ora siamo nella seconda fattispecie. Anche se non abbiamo ancora qualcuno da salvare o da baciare. Che prima o poi arriverà, è la fine dei vent’anni, mica del mondo.
La paura di invecchiare, di perdere i capelli e di dovere stare bene quando si ha vent’anni sembra appartenere a un’altra galassia
Poi un giorno ti capita una foto dei tempi dell’università e quasi non riconosci l’espressione che facevi quando sorridevi e non si arricciavano le labbra. Prima o poi ci passerà, la traccia in questione, sancisce l’inizio del trittico co-scritto con Riccardo Sinigallia. Che prosegue con un brano micidiale, Sei bella davvero. Una dedica a una ragazza trans che vuole solo vivere una vita felice, una dichiarazione d’amore che ti mette le farfalle nello stomaco e ti fa pensare che, se finirà che non ti sei mai innamorato davvero, sarà un gran peccato non poterla dedicare a nessuno. E poi Roma stasera, la rivendicazione di un mondo che non ruoti solo intorno a Milano. Si può essere anche bella come Milano e stronza come Roma, mica solo il contrario.
Tra le dediche a suo padre e produzioni vagamente orientali, come una sentenza arrivano i pezzi conclusivi
Se continuiamo a correre, con Alessandro Alosi del Pan Del Diavolo. E ci vorranno altri tre dischi, prima che Motta decida di tornare a fare qualche featuring. Poi Una maternità, brano che racchiude la frase che più di tutte sintetizza cosa vuol dire iniziare ad avere trent’anni. E d’improvviso ti accorgi di quel poco che sei canta l’artista pisano nella strofa. Qualcosa che a vent’anni ti indispone, ma come si permette questo di dirmi “quel poco che sei”, quanto è presuntuoso e pigro per non sforzarsi di capire che sono speciale. A trent’anni, invece, sentirselo dire è una liberazione.
Abbiamo vinto un’altra guerra, canta Motta alla fine dell’album
Lo dice parlando di una relazione che in qualche modo riesce a sormontare le avversità e a procedere. E non è che tutto deve essere una metafora della fine dei vent’anni, però insomma, già che ci siamo. Forse, una guerra, l’abbiamo vinta pure noi. Siamo arrivati alla fine dei vent’anni senza perdere troppi capelli, senza diventare cattivi, senza impazzire e aprire un chiosco di mojito a Porto Rico che poi sarebbe fallito nel giro di sei mesi.
Nel 2016 passavamo la notte al Mi Ami a cantare Calcutta. Quest’anno abbiamo già preso i biglietti. Un po’ perché Motta suonerà integralmente questo disco, e ce lo meritiamo. Un po’ perché in questi dieci anni sono arrivati altri artisti che ci hanno fatto emozionare e che non vediamo l’ora di andare a sentire.
La fine dei vent’anni non è un traguardo, né una condanna. Sarà un giorno come un altro, ci sveglieremo, faremo molta festa, e il mal di testa del giorno dopo sarà lo stesso che avevamo due, tre anni fa. Questo disco funziona un po’ come una lente di ingrandimento. Amplifica le emozioni. Ci spinge a rendere tutto una metafora, a sentire le cose centuplicate. Mentre a volte sono più triviali, come la fine dei vent’anni, che altro non è che l’ennesimo compleanno. Ma solo così, si riesce a vedere cosa c’è sotto. E vai a vedere che, finito l’ultimo pezzo, ci siamo capiti un po’ di più.

Motta – La fine dei vent’anni – 10th Anniversary, tour
- 09 maggio 2026 – RAVENNA FESTIVAL · FAENZA (RA)
- 21 maggio 2026 – DUMBO SUMMERTIME · BOLOGNA
- 23 maggio 2026 – MI AMI FESTIVAL · MILANO
- 30 maggio 2026 – SPRING ATTITUDE FESTIVAL · ROMA
- 07 luglio 2026 – FLOWERS FESTIVAL · COLLEGNO (TO)
- 14 luglio 2026 – MEN/GO MUSIC FEST · AREZZO
- 18 luglio 2026 – JAMROCK FESTIVAL · VICENZA
- 23 luglio 2026 – TBC · NAPOLI
- 24 agosto 2026 – QUARTOLATO FESTIVAL · CESENA
- 06 settembre 2026 – TRENTO LIVE FEST · TRENTO


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