Negli ultimi anni il nome di Fulminacci si è ritagliato uno spazio sempre più riconoscibile nel nuovo cantautorato italiano. Dopo l’esordio al Festival di Sanremo 2021 con “Santa Marinella“, il cantautore romano è tornato sul palco dell’Ariston nel 2026 con “Stupida sfortuna“, aggiudicandosi il Premio della Critica “Mia Martini”. Un riconoscimento che non arriva per caso: la scrittura è sempre stata il centro della sua musica, prima ancora delle classifiche o delle rotazioni radiofoniche. Con questo articolo ti portiamo a scoprire Fulminacci in 7 brani, alla vigilia dell’uscita del suo nuovo disco “Calcinacci“.
Fulminacci lavora su materiali apparentemente minimi.
Nelle sue canzoni entrano una strada di Roma, una bicicletta appoggiata a un muro, una macchina rubata, un piatto di aglio e olio. Frammenti quotidiani che non cercano mai di diventare simbolici a forza: restano concreti, quasi dimessi. È proprio in questa dimensione domestica che i suoi testi trovano profondità, lasciando emergere pensieri più ampi senza mai dichiararli apertamente.
Il suo sguardo procede per accumulo di dettagli, per immagini che si inseguono e che lentamente costruiscono un’atmosfera. Dentro quelle immagini affiorano domande esistenziali, piccole inquietudini, ironie improvvise. Le canzoni sembrano spesso nascere da un’osservazione marginale, qualcosa visto passando, qualcosa rimasto in testa, e da lì allargarsi fino a diventare racconto.
A partire dal ritorno sanremese abbiamo allora scelto alcuni brani che aiutano a orientarsi all’interno di questo universo narrativo. Non una classifica né una raccolta di “successi”, ma una serie di episodi utili a capire come funziona la sua scrittura: il modo in cui un dettaglio quotidiano diventa l’innesco di una storia e, soprattutto, il punto da cui guardare il resto. Vieni a scoprire Fulminacci in 7 brani.

“San Giovanni”, 2019
«Ieri sera ho parcheggiato la macchina in zona San Giovanni a Roma, stamattina non c’era più. È impossibile pretendere che tutti e 10 i comandamenti siano rispettati, spero almeno che i ladri onorino il padre e la madre. San Giovanni è anche il titolo di una canzone nuova, una piccola storia di città, scritta con la pancia, senza cervello. La dedico a una Renault Twingo e a tutti voi».
Con queste parole Fulminacci annunciava, nel lontano dicembre 2019, l’uscita del suo nuovo singolo, secondo estratto dalla riedizione in vinile dell’album La Vita Veramente. Quell’estate, il giovane cantautore romano aveva sbancato le classifiche indie con il brano Tommaso, per poi andare ad accaparrarsi la Targa Tenco 2019 come migliore opera prima per il disco sopra citato.
San Giovanni, canzone uscita a fine anno e passata in delicata sordina, anticipava forse le atmosfere intimiste di Santa Marinella, pezzo che, nel 2021, Fulminacci avrebbe portato a Sanremo. Due brani dalle connotazioni geografiche ben precise, radicati nella Roma che Filippo ama raccontare attraverso la sua musica. Ma anche due santi che fanno il paio e che raccontano attraverso dettagli profani le ispirazioni quotidiane, i piccoli dolori ridimensionati dentro universali tormenti. Un po’ come una macchina rubata, sotto un tetto di stelle.
di Monica Malfatti

“Aglio e Olio”, 2022
Un piatto di aglio e olio, così semplice, può essere una lente per analizzare le persone: c’è chi ne coglie ogni particolare e chi invece, lascia da parte l’aglio (il dettaglio), senza accorgersene. È questa la metafora che attraversa Aglio e olio, uno dei brani più iconici di Fulminacci, incluso in Tante care cose e altri successi (2022), remake di Tante care cose del 2021.
Il dettaglio diventa chiave di lettura: c’è chi si ferma, osserva, ci impiega tempo; e chi invece corre finendo per perdere il senso delle cose. In questo scarto si inserisce anche un sentimento meno forte: quello di ritrovarsi come l’aglio nel piatto, messi da parte, soli, mentre tutto il resto continua a correre, incurante verso non si sa che goal. Filippo ne parla in dialogo con Willie Peyote, amico di feat. qui.
Il dialogo con Willie aggiunge un livello più diretto, rap e riflessivo che si intreccia con il tono cantautorale di Fulminacci. Ne risulta un brano con un ritmo immediato, fresco e che entra in testa al primo ascolto. È chill e fa compagnia, pur portandosi dietro quel velo di malinconia implicita che abbiamo in tanti pezzi di Fulminacci.
La melodia è semplice, non costruita ma mai banale. Il suo andamento cadenzato, fa alludere a un invito di condivisione, a essere cantata in gruppo (ai concerti funziona in pieno), dando allo stesso tempo un monito di attenzione ai dettagli e alla bellezza delle piccole cose che ci circondano.
Più che una risposta, la canzone lascia una domanda aperta lanciata da Willie: «Vogliamo tutti risparmiare tempo, e poi con questo tempo in più cosa si fa? Bah!»
di Claudia Verini

“Le biciclette”, 2021
“Le biciclette” è un esempio lampante della capacità di Fulminacci di trasformare il quotidiano in un mondo poetico. La canzone muove l’ascoltatore tra leggerezza e malinconia, mostrando come l’autore sappia costruire un’architettura di immagini vivide: serrande, finestre, tetti diventano coordinate emotive di una nostalgia sospesa tra passato e presente. Il testo rivela la sua abilità nel legare disincanto e purezza, dove il “parlare male del mondo” convive con la semplicità dell’affetto sincero.
Questo brano permette di analizzare Fulminacci come cantautore capace di dare concretezza al concetto di infinito, trasformandolo in una sensazione fisica e condivisibile. La chiusura poetica con il verso “Tu che sei una mi circondi” sintetizza il suo stile: l’amato diventa atmosfera, spazio e tempo stesso, invertendo la prospettiva emotiva.
“Le biciclette” può essere un ottimo punto di partenza per parlare di Fulminacci. Mostra come il suo linguaggio musicale e testuale sappia intrecciare memoria, quotidiano e sentimento, rendendo tangibile il mondo interiore e poetico che caratterizza la sua poetica cantautorale. La nostalgia non è mai pesante, ma dolceamara, sospesa come una pedalata verso un tramonto infinito, tipica della cifra stilistica dell’artista.
di Ilaria Di Santo
“Santa Marinella”, 2021
«Voglio solamente diventare deficiente e farmi male, citofonare e poi scappare, voglio che mi guardi e poi mi dici che domani è tutto a posto». Nel 2021, sul palco del Festival di Sanremo, Fulminacci portava una delle fotografie sentimentali più delicate di quell’edizione: Santa Marinella. Una ballad malinconica e contemporanea che racconta l’amore nella sua forma più fragile e spontanea, lontana dai grandi gesti e molto più vicina alle piccole situazioni quotidiane. Lo fa immergendosi pienamente nella sua città, Roma, vista come cornice del brano e come sfondo emotivo più che geografico.
Non è soltanto un luogo, ma un’atmosfera: quella delle periferie, delle estati sul litorale, dei tragitti in motorino verso il mare. Santa Marinella, località simbolica delle fughe romane verso la costa, diventa così un’immagine di libertà momentanea, uno spazio in cui le paure e le fragilità possono essere dette senza filtri. Ed è proprio in questa semplicità, fragile ma autentica, che il brano trova la sua forza più grande.
di Alessia Roccheggiani

“I nostri corpi”, 2019
«I nostri corpi sono involucri costosi, di qualche cosa che non ha importanza, la vita è solo la manutenzione di una circostanza». Era l’estate di sette anni fa quando per la prima volta ho ascoltato questo verso che mi ha subito immersa nell’assurda insensatezza della vita. Ci affanniamo a voler preservare il più possibile immutata la nostra esteriorità e poi l’unica cosa che conta di noi sfugge a qualsiasi tentativo di comprensione, quell’anima evanescente che spira con noi che fine farà quando non ci saremo più?
Avrà voluto sottintendere questo Fulminacci? Non lo so, non fumo neanche ma quando ascolto questa canzone ho la sensazione di fare anch’io quella “sesta pausa della sera”, come se il tempo si fermasse per qualche minuto a guardare da fuori la nostra frenesia.
Il testo parla ad una umanità stanca, affollata di persone e allo stesso tempo terribilmente sola. Ci chiamiamo fratelli, ci facciamo i complimenti, recitiamo una familiarità che spesso è solo una forma educata di distanza. Di giorno teniamo insieme i pezzi della nostra routine, come se vivere fosse davvero soltanto manutenzione: riparare, aggiustare, tirare avanti. Di notte invece siamo più sinceri, facciamo promesse, immaginiamo progetti che al mattino sembrano già svaniti. È come se fossimo presenti a metà, corpi dentro le stanze ma con la testa altrove, trattenuti in una realtà che non ci appartiene del tutto. Come ospiti provvisori. la nostra è una presenza tenue, quasi sbiadita, mentre l’idea di una casa che ci aspetta resta da qualche parte, in un luogo lontano, irraggiungibile, forse dentro di noi.
di Carmen Pupo

“Una Sera”, 2019
«Mi ha rapito e mi ha confuso la sua estetica mutevole il suo essere contemporaneamente esatta»
La prima volta che ho ascoltato questa frase ho pensato a quanto fosse perfetta nella sua semplicità. Non è paragonabile ai testi di un Battiato certo (per dirne uno a caso), ma Fulminacci tra i cantautori di oggi ha il raro dono di saper usare le parole e, combinandole in modo apparentemente semplice, riesce ad essere in qualche modo descrittivo ed evocativo insieme.
Una Sera è quella canzone “romantica” che ascolti a maggio durante il crepuscolo pensando alla fine dei vent’anni. Quella che sa dirti come stai meglio di come avresti potuto mai dire tu. È quel brano che ti prende la mano e ti accompagna mentre attraversi il passaggio alla vita adulta, quando la vita diventa un mestiere, si comincia a fare sul serio e speri con tutto il cuore di non perdere la leggerezza.
Se Foscolo in Alla Sera concludeva con il verso «e mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge», Fulminacci non la trova una pace simile e chiude con un dubbio: «Come fai? Forse mi perdonerai. Aspetta». In fondo è così, che molte volte, suona la fine dei vent’anni.
di Lucrezia Costantino

“Tattica”, 2021
La prima volta che ascoltai Tattica pensai «ma perché non l’ha portata a Sanremo?»
Era il 2021 e del Festival di quell’anno ricordo per lo più Musica Leggerissima di Colapesce e Dimartino, un brano dal ritornello capace di piantarsi nel cervello e tra le labbra per mesi. Fulminacci fece il suo esordio con “Santa Marinella“, scegliendo dal suo bagaglio narrativo una canzone di cuore, una ballata malinconica che intrecciava i luoghi della sua Roma come trame sentimentali. Ma nel disco che uscì di lì a poco rivelò che al suo arco aveva anche un altro tipo di frecce da scagliare.
Fulminacci ha sempre avuto, fin dagli esordi, una doppia natura. Da una parte il paroliere ossessivo dai ritmi sfrenati, che con fiumi di dettagli è capace di far strabordare la scena di immagini talvolta taglienti. Dall’altra il cantautore capace di rallentare i battiti, cullare e farti immergere nella sua storia con poche pennellate sfiorate. In questo senso, uno dei brani più belli è “Una Sera”, contenuto nel primo disco.
“Tattica” appartiene al primo bagaglio. È un brano “alla Daniele Silvestri” – paragone molto abusato soprattutto nei primi anni della carriera di Fulminacci. Il brano ha una struttura sonora dai ritmi incalzanti, martellanti. La ripetizione ossessiva delle parole “tattica”, “traffico”, “macchina”, accentuano il disagio per quelle situazioni in cui ci ritroviamo addosso la fretta di dover fare le cose di corsa. Il videoclip, poi, sembra ispirato al racconto di Julio Cortazar “Autostrada del sud”: la ciliegina sulla torta.
Non avrebbe vinto Sanremo probabilmente, anche se forse avrebbe accalappiato con facilità un pubblico più ampio. Evidentemente Fulminacci scelse di non percorrere la strada semplice, di non ragionare su catchy ed evitare di mettersi addosso l’etichetta del cantante che porta a Sanremo la canzone “diversa” e entrare nella quota “brano ritmato”.
“Santa Marinella” fu uno splendido esordio a Sanremo e probabilmente ha avuto ragione lui.
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