Non esiste momento migliore delle prove generali del lunedì per farsi un’idea di quale sarà la performance dei brani in gara al Festival di Sanremo 2026. Si parte alle 14, si finisce a un orario imprecisato. Quest’anno alle 19 i giornalisti sono stati fatti uscire dall’Ariston, quando ancora mancavano cinque artisti.
Arrivano tutti, uno dietro l’altro.
Pochissime pause consentite. E poi all’Ariston fa caldissimo. E poi alcuni artisti ripetono la prova perché dopo un po’ qualcuno si accorge di qualche problema tecnico. In alcuni casi (spoiler: Ditonellapiaga), tra la felicità generale. In altri, un po’ meno. Insomma, anche per i giornalisti, a tratti, è in sala è una gara di resistenza. E quindi, se qualche pezzo cattura l’attenzione, non lascia indifferenti, provoca qualche emozione, allora sì, che è un brano forte.
Ma alla fine, il Festival non è molto diverso da così. Nell’arco di una serata si ascoltano tutte quante le canzoni in gara, intermezzate da qualche pubblicità e qualche ospite. Stasera, ad esempio, la fine prevista è all’1.25.
Tutto questo per dire che siamo sopravvissuti alle prove generali. Questo è quello che pensiamo di quello che abbiamo ascoltato.
Impressioni di Filippo Colombo e Francesco Pastore

Arisa – Magica favola
Un pezzo costruito su misura per la sua voce, che però dal secondo ritornello diventa difficilissimo, e infatti in prova arrivano varie imprecisioni. C’è il rischio che la sua vocalità fagociti tutto il resto, nel bene e nel male.
Dargen D’Amico – Ai ai
Arriva Dove si balla 2.0, con un bel flow, un bello staging, ma senza l’effetto sorpresa della prima volta. Eccessivamente prevedibile.
Francesco Renga – Il meglio di me
Un brano che si colloca nella quota, molto diffusa in questo Festival, delle canzoni da cui ci si aspettava esattamente questo.
Ditonellapiaga – Che fastidio!
Il pezzo. Il testo. La coreografia. Gli occhiali da sole che l’artista romana indossa alla fine. Le movenze anni Sessanta. I visual sullo sfondo. Non siete pronti al delirio che creerà Ditonellapiaga. Riprova per problemi tecnici, per la gioia di tutta la platea.
Eddie Brock – Avvoltoi
Il tentativo di colmare un’intonazione carente con un’interpretazione disperata incontra un limite nel testo a cui si applica, non esattamente un canto struggente. Occhio, però, perché il pezzo c’è. E sai mai che stasera infili tutte le note una dietro l’altra.
Mara Sattei – Le cose che non sai di me
Mara Sattei è bravissima, e sono proprio la sua eleganza e la sua presenza scenica a salvare un pezzo troppo classico, o meglio, antico. Nonostante il fratello thasup abbia co-scritto il pezzo, di contemporaneo, purtroppo, non c’è quasi niente.
Luché – Labirinto
Scivola via in una specie di indifferenza generale, e sembra inevitabilmente destinato a scomparire nella marea di canzoni in gara quest’anno.
Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare
Punta tutto sull’emozione: sul palco è da solo, luci soffuse arancioni, protagonista assoluto mentre canta le strofe lunghe. Pause cinematografiche tra una parola e l’altra e un’intensità che arrivano anche dove il pezzo, a tratti, non arriva. E parte l’applauso. Occhio.

Bambole di Pezza – Resta con me
Nasci da rockband, muori sanremese. Arrivano sul palco che sembrano una band delle riot grrrl e poi cantano un pezzo che avrebbe potuto portare Anna Tatangelo.
Nayt – Prima che
L’acustica del teatro Ariston penalizza i brani verbosi ed esalta invece le orchestrazioni. E dunque di questo brano risalta l’arrangiamento, uno dei migliori, costruito su un pezzo molto ritmico e misurato. Buca lo schermo, e potrebbe essere la salvezza dal limbo di quei pezzi per cui sabato sera esclameremo “ah già che c’era anche lui”.
Tredici Pietro – Uomo che cade
L’underdog definitivo. Nella strofa biascica parole non meglio udibili (sarà l’acustica?) che tuttavia esplodono in un ritornello gioioso. Nel bridge l’arrangiamento rimane chitarra acustica e voce, scelta saggia. Mina vagante per un podio che sembra già scritto (e troppo affollato).
Sal Da Vinci – Per sempre sì
Ancor prima che venisse annunciato, partono due note di Rossetto e caffè e compare in cima alla scala, tra il delirio generale. Applausi a scena apeta per un pezzo che sembra che tutti sapessero già a memoria (prova due volte). Buon umore, balli con il pubblico, e qualche accennato passo di danza per quello che, più che un brano in gara, è lo show di Sal Da Vinci. Starne lontani sarebbe soltanto un atteggiamento snob.
Malika Ayane – Animali notturni
Uno dei pochissimi brani sorprendenti. Un po’ disco dance, un po’ tribale. Malika è sul palco con un chitarrista, con un vestito nero, tacchi rossi e un microfono con il filo con cui disegna passi di danza. Un brano inaspettato che fa muovere le spalle e che si ascolterà volentieri, in queste lunghe sere davanti a noi. Tra i migliori, destinato al novero degli ingiustamente sottovalutati.
Fulminacci – Stupida sfortuna
Un elegantissimo Golden Years dirige l’orchestra per un elegantissimo Fulminacci. Canta un pezzo che piacerà a chi predilige il pop che si traveste da indie.
Sayf – Tu mi piaci tanto
Attitudine, pezzo, presenza scenica. Funziona tutto. Il citazionismo estremo rischia di diventare stucchevole, ma Sayf è capace di gestirlo. La sala stampa reagisce compatta in un forte applauso: ne prendiamo atto.
Fedez & Masini – Male necessario
Forse per evitare di infastidire subito il pubblico, nella prima strofa Fedez si camuffa con l’autotune e si rende irriconoscibile. Arriva Masini nel ritornello e il pezzo decolla. Nel bridge arriva il climax emotivo, con Fedez che tappa mentre Masini continua con la melodia. Top 5 assicurata.

Levante – Sei tu
A primo impatto, magistrale. E non è solo la presenza scenica, l’interpretazione e l’intonazione da spada. Ma è saper scegliere le parole, capirle, metterle in fila. Mai così fuoco a Sanremo.
Ermal Meta – Stella stellina
Una ninna nanna tribale che non è soporifera, ma più che altro un po’ noiosa. Il bridge è un lungo vocalizzo dell’artista, che strapperà applausi e chiamerà l’emozione. Candidato per la top 5.
J-Ax – Italia starter pack
Il banjo, i ballerini, il sound country, i colori della bandiera. Un caos pieno di stereotipi.
Chiello – Ti penso sempre
Non il pezzo più forte della carriera di Chiello. Un pop-punk che è un po’ troppo pop e un po’ troppo poco punk.
Serena Brancale – Qui con me
Per chi l’ha conosciuta lo scorso anno a Sanremo, sorprendente. Vestita di bianco, canta a pieni polmoni un brano dedicato alla madre con un’orchestrazione in crescendo. Il pezzo non è indimenticabile, ma la bravura dell’artista è indiscutibile. Dalla platea parte l’unica standing ovation di tutto il pomeriggio. Da intendersi, verosimilmente, come un pass per la Top 5.
LDA & Aka 7even – Poesie clandestine
Un po’ vacanza in mare a Procida, un po’ Mare fuori. Buona l’intesa tra loro, buono il packaging totale. Funzionerà ma poco oltre il loro classico perimetro di pubblico.
Raf – Ora e per sempre
Un collage di frasi che funzionano più da sole che nell’ensemble generale. Emozionato, sincero. Buona la parte musicale che dona freschezza al testo. Scrive per un pubblico maturo, senza nascondersi in artifizi: piacerà e regalerà qualche carezza tra capelli bianchi.
Maria Antonietta e Colombre – La felicità e basta
La canteremo tutti. Pezzo travolgente, ricorda le esibizioni della Rappresentante Di Lista. Attacco formidabile, atmosfericamente retrò ma irresistibile. Lei una vera diva, lui più compassato. Feeling vocale palpabile.
Tommaso Paradiso – I romantici
Tommaso Paradiso traccia la sua personale mappa dei romantici: piccoli gesti quotidiani, piccole immagini di intimità. È visibilmente emozionato, si avverte grande trasporto nella narrazione. Grande applauso da parte dei giornalisti presenti: funzionerà riascoltandola più volte.
Alle 19, i giornalisti sono stati fatti uscire dal teatro, quando mancavano ancora le prove generali di Samuray Jay, Elettra Lamborghini, Leo Gassmann e Michele Bravi. E noi siamo andati a Casa Vessicchio, per la registrazione del primo San Romolo. Vedremo se la tv, questa sera, cambierà le impressioni maturate live.
No Comment! Be the first one.