“Venite presto” è probabilmente la frase più pronunciata dagli organizzatori dei festival. Per evitare le code all’ingresso, per iniziare a familiarizzare con la disposizione dei palchi, per ordinare la prima birra e, soprattutto, per ascoltare i set degli artisti posizionati in apertura. Prima degli headliner, quando è ancora giorno, gli animi sono meno inquieti e le energie ancora molto alte. Ѐ così che, a luglio, ho conosciuto gli acanto, una band di Pistoia che quest’estate ha suonato a Diluvio, un festival che si sviluppa su quattro giorni a Ome, in provincia di Brescia.
Mi trovavo lì per realizzare alcune interviste agli artisti in lineup. Il novero dei concerti, quest’anno, era folto e numeroso, e gli acanto mi erano passati (colpevolmente!) inosservati, quando avevo scorso la locandina.
Sabato pomeriggio, stavo vagando senza meta per il parco dove si svolge il festival, nel momento in cui hanno iniziato a suonare. Poco prima del tramonto, in un’atmosfera calma, senza vento, rilassata. I suoni lo-fi e onirici delle chitarre elettriche mi hanno attirato sotto il palco, dove sono rimasto, più o meno immobile, per tutta la durata del concerto.
“Quattro ragazzi normalissimi”, come loro stessi amano descriversi, quasi in imbarazzo sul palco. Brani DIY, scricchiolanti, tra Tom Odell e gli Smiths. Un po’ per affinità con i miei gusti musicali, un po’ per la qualità nella scrittura e nell’arrangiamento dei pezzi, ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a una band che valeva la pena approfondire. Non mi sbagliavo. E così, a qualche mese dall’uscita del loro secondo EP, che si intitola quasi, li ho intervistati, tutti e quattro, in una videochiamata.
Sia Tommaso (voce e chitarra), che Simone (chitarra solista) si sono presentati, senza essersi messi d’accordo, con la maglia dei Brucherò nei Pascoli. Credo di poter affermare con ragionevole certezza che non sia mai esistito un contesto in cui il 40% dei partecipanti indossava il loro merch, e che quindi sia una sorta di record del mondo, ma magari mi sbaglio.

Parto con la domanda peggiore che io possa farvi, ovvero la richiesta di spiegare la frase con cui descrivete la vostra produzione artistica: indoor music for outdoors.
Tommaso: è nato come uno scherzo, quando abbiamo pubblicato 14’’, il nostro primo EP. Si è creata la pagina Spotify, e ci siamo trovati a dover scegliere una descrizione. Ci faceva un po’ ridere quest’idea della musica che si fa a casa, ma che parla della natura, era un po’ uno scherzo, appunto. Suonava molto meglio in inglese, e quindi l’abbiamo lasciata. Non c’è stato un grande ragionamento dietro: è venuta fuori, ci è piaciuta, e ce la portiamo dietro da allora.
Il vostro sound onirico e lo-fi non è molto percorso nella musica italiana. Da quali artisti parte la ve la ricerca sui testi mi è parsa differente: meno parole, più poetiche in senso tradizionale. Che tipo di evoluzione avevate in mente?
Tommaso: sicuramente il primo EP non lo abbiamo ragionato. Avevamo tanti brani, ne abbiamo scelti alcuni per registrarli in fretta, ma non abbiamo veramente avuto un momento di riflessione su come volevamo che suonasse 14’’. Quando abbiamo deciso di comporre il nuovo disco, per la prima volta e in modo più focalizzato abbiamo riflettuto su come volevamo che suonasse. Anche dal punto di vista dello studio di registrazione. E anche rispetto ai testi: abbiamo scremato i brani, con il tentativo di uscire dal nostro cliché. Eravamo stati monotematici, e volevamo un EP più variegato, dal momento che avevamo delle canzoni con testi diversi, accomunati però sempre dalla stessa visione del mondo.
Simone: è indicativo anche un po’ guardare i titoli. Quelli di 14’’ sono un po’ casuali, non avevamo veramente intenzione di fare uscire quei pezzi. losportcompleto, cinque marzo… sono titoli provvisori, che poi abbiamo lasciato perché i pezzi ci piacevano. Il secondo EP è stato invece molto più pensato, anche da questa prospettiva.
E il fatto di aver pensato di più prima di comporre ha appesantito quello che fate, o vi ha dato nuovi stimoli?
Tommaso: secondo me è stato più stimolante. Abbiamo acquistato anche più consapevolezza in merito a ciò che ci piace di più o di meno. Ѐ sempre tutto un compromesso, tra noi. Abbiamo gusti diversi, e proviamo a venirci incontro. Ѐ stato interessante, e siamo molto emozionati al pensiero di rifarlo, con dei brani nuovi. Siamo curiosi delle scelte che dovremo prendere. Penso sia una delle cose più divertenti.

Parlando invece della dimensione della provincia: il fatto di rimanere a Pistoia è per voi una scelta o una necessità?
Simone: per tutti noi è una necessità di vita, a livello lavorativo. Ѐ un po’ limitante anche, perché non è che esista questa grande scena consolidata, a Pistoia.
Volevo appunto chiedervi perché la scena musicale a Pistoia è così scarna.
Alessio: sì, è una scena un po’ povera. Nella zona, c’è molto più scena a Prato, che ha una subcultura radicata sull’alternative e sul punk. Pistoia non è mai stata molto lungimirante in questo senso.
Simone: banalmente in altre città ci sono anche più manifestazioni culturali.
Alessio: Prato è più grande. Poi c’è Pisa, con un’altra scena: è una città universitaria, più viva. Si può dire che noi siamo vera provincia, in quel senso.
E voi sentite che state riuscendo a crearvi un’identità cittadina, come una specie di cardine nella scena locale?
Simone: più che altro, il tema è che qua ci sono sempre le stesse serate. Magari trovi un locale che ti può ospitare, ma non è mai qualcosa che ha un seguito. Non è quel tipo di evento che chiama persone, e quindi ci costringe a dover cercare molto di più fuori.
E se poteste scegliere cosa fare nella vita, preferireste diventare i pionieri della scena della vostra realtà, o sognate di trasferirvi altrove?
Tommaso: non è una domanda semplice! A Pistoia una scena esiste, ci sono altri musicisti talentuosi, più giovani e volenterosi di noi, con cui abbiamo un buon rapporto. Abbiamo fatto qualche esperienza, siamo andati a suonare fuori. Se le possibilità fossero infinite, sarebbe bello rimanere qua, e avere la possibilità di andare a suonare in giro. Il problema è che qua è alienante. Ci siamo noi, ma siamo sconnessi da tutto il resto, è complesso conoscere qualcuno. Per suonare servono delle conoscenze che a noi mancano.
Simone: abbiamo notato spesso che ci sono interconnessioni tra band che portano a suonare insieme, a collaborare. Noi questo supporto costante non lo abbiamo.
Mi chiedevo appunto se voi sentite di avere una rete di supporto, o se vi percepite un po’ da soli.
Tommaso: una rete non c’è. Abbiamo degli amici che ci supportano e ci sostengono, ma non c’è una vera rete di contatti. Poi nel tempo, soprattutto tramite i social, abbiamo stretto amicizie con altre band, per una necessità reciproca di stringere contatti. Ma la nostra rete è composta da persone che ci vogliono bene, è tutta lì.

Tornando invece ai pezzi del vostro EP. In Ctrl X, ci sono delle incursioni che rimandano allo screamo, che direi sono sorprendenti. Come vi è venuta l’idea?
Simone: l’idea è stata mia, e a dire il vero non è stata colta con grande entusiasmo dalla band, perché è un po’ fuori da quello che facciamo. La parte screamo, l’ha fatta un nostro amico che per anni ha suonato con Davide e con Alessio. Fa tutt’altro genere, è nella scena hardcore. Ѐ un genere che apprezzo moltissimo, e allora ho pensato di inserirlo. Mi fa piacere se è stata notata.
Davide: è stata una collaborazione con un vecchio amico. Ѐ la voce dei Dafne, dal Trentino.
Poi prima parlavamo di Prato, e queste incursioni screamo le facevano anche Tutte le cose inutili. Invece, sui pezzi che state scrivendo, un po’ per rompere il cliché, come dicevate, state pensando a qualcosa di inaspettato allo stesso modo?
Simone: ci sarà una dimensione più DIY, più lo-fi.
Tommaso: ancora di più!
Simone: non sappiamo neanche se andremo in studio, magari faremo qualcosa più tra di noi. Sonorità più sporche, più riverberate.
Tommaso: proveremo di tutto, ma senza la forzatura di doverlo fare per forza perché è strano. Se verrà fuori qualcosa che ci piacerà sinceramente, lo inseriremo. Ci piace molto sperimentare sonorità, ma senza appunto lo scopo di dover fare una cosa strana per forza.
Invece, una curiosità: a Diluvio, vi siete accorti che Carlo Pastore vi si è piazzato di fronte al palco mentre suonavate?
Tommaso: Carlo è stato molto gentile con noi. Ci contattò un po’ di tempo fa, quando un nostro Tiktok andò un po’ meglio degli altri, su un brano del nostro primo EP. Carlo ci contattò e ci chiese di noi, e si complimentò: per noi fu una cosa di grande impulso, il fatto che ci scrisse per dirci che gli era piaciuta cinque marzo. A Diluvio ci abbiamo parlato un po’. Non è sempre facile trovare la motivazione, a questo livello, quindi il fatto che si sia ricordato di noi e ci abbia parlato ci ha dato molta energia.

Visto che parlavi di Tiktok: gestirvi da soli la parte di promozione vi dà energia, o vi mortifica? Come la vivete?
Tommaso: malissimo! Ѐ una rottura di coglioni! Poi per carità, la nostra promozione è il minimo sindacale di impegno. Ne faremmo volentieri a meno… ma oggi funziona così.
Simone: uno vorrebbe solo suonare!
Tommaso: poi sicuramente Tiktok ci ha messo in contatto con persone a cui siamo piaciuti e che hanno dedicato del tempo ad ascoltarci e a complimentarsi. Da questo punto di vista, è utile. Poi ecco, essere soggiogati a farlo, è meno piacevole…
Una domanda che amo sempre fare è la cover che cantereste a Sanremo.
Tommaso: risponde Simo!
Simone: Fegato spappolato di Vasco Rossi!
Per concludere: cos’è che vi fa andare avanti con la musica?
Tommaso: è uno scambio. Uno impegna del tempo, dei mezzi per suonare. Però quando capita che sei a suonare, c’è qualcuno nel pubblico che sta cantando, qualcuno che ti scrive… la motivazione sta tutta lì. Piccole dimostrazioni del fatto che le canzoni sono arrivate a qualcuno. Senza questo, sarebbe difficile. A noi piace tantissimo suonare, ma sarebbe certamente più complesso. Ci riteniamo fortunati che queste cose siano accadute, e che continuino ad accadere.
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