Il 25 settembre è uscito “La paura in tasca“, il secondo album della cantautrice siciliana Anna Castiglia. Undici tracce per una artista che, dopo aver trovato un pubblico, sceglie di non smettere di cercare se stessa.
La paura è una delle emozioni primarie. È atavica, ancestrale, primordiale. È quella che ci fa scappare quando avvertiamo un pericolo, che ci mette in allerta, che ci permette di sopravvivere. Grazie alla paura impariamo a riconoscere ciò che può farci male e, qualche volta, persino a evitarlo.
Molto più raramente, però, ci fermiamo ad ascoltarla. A chiederci da dove arrivi, cosa stia cercando di dirci, cosa ci sia dietro quella sensazione che ci mette in allarme.
Anna Castiglia decide di farlo. E lo fa proprio dopo il successo del suo primo album, “Mi piace,” vincitore della Targa Tenco. Invece di adagiarsi sugli allori, sceglie di rimettersi in discussione, di mettere in discussione ciò che è stato, ciò che è diventata e soprattutto ciò che gli altri si aspettano che diventi.
Nasce così La paura in tasca, un disco che attraversa registri diversi senza preoccuparsi troppo di scegliere una sola direzione.
È ironico, ma anche intimo e sensuale; politico senza avere bisogno di dichiararsi tale; è leggero, ma non superficiale. Parla del corpo, dell’identità, di giudizi di aspettative e di quelle definizioni che ci vengono messe addosso prima ancora che possiamo decidere se ci appartengono.
È anche un disco che fa musica mentre parla di musica: cambia pelle, attraversa generi, lascia entrare oggetti e suoni, trasforma l’arrangiamento in una parte della narrazione.
E dentro a tutto questo c’è Anna. La ragazza e la donna, l’artista e la persona che continua a interrogarsi. Una persona che prova a togliere, più che ad aggiungere: i modelli ricevuti, le aspettative, la necessità di essere riconoscibile, persino l’obbligo di essere sempre coerente.
Allora cos’è la paura, se non quel ticchettio che ci martella dentro e che torna a farsi sentire ogni volta che dobbiamo scegliere chi essere, cosa fare e chi vogliamo diventare?

Questo disco sembra muoversi continuamente tra confessione e provocazione, tra momenti molto intimi e un’ironia anche molto feroce. È una convivenza che ti appartiene naturalmente quando scrivi?
Assolutamente sì. Diciamo che è tutto un oscillare tra questi due linguaggi, questi due ambienti. Quello dell’ironia, che nasconde un po’ quello che poi stai davvero provando, ma può essere anche un po’ tagliente, cinica, e poi quello, invece, del mettersi a nudo totalmente, con l’intimità. Allo stesso tempo, quindi, confessare delle cose, aprirsi, ma anche un po’ voler nascondere, sempre con quella maschera ironica. Quindi c’è un continuo uscire e entrare da queste dimensioni.
Ascoltando questo disco, visto che in questi giorni c’è stata una polemica su cosa sia la politica e su cosa sia l’arte, io ho avuto proprio l’impressione che il tuo sia un disco profondamente politico, anche se in qualche modo non lo fa esplicitamente. Io sono del parere che tutto è politica. E questo disco, secondo me, lo è nel modo in cui tu guardi le relazioni, le aspettative, il corpo, il modo in cui guardi il mondo che ci circonda. Per questo, visto quello che dici nel primo singolo, non ti chiedo come stai, ma ti chiedo: da che parte stai?
Ok, allora anch’io sono dell’idea, come te, che tutto in qualche modo abbia un’eco, una risonanza politica. Soprattutto quello che è arte e discografia, cioè quello che si pubblica e si dà, tutto quello che fa parte dell’esprimere un’opinione, un’idea, un concetto. È assolutamente politica. La musica lo è, quindi sto da questa parte qui. Sicuramente abbiamo un amplificatore e io sento sempre un po’ il dovere di usarlo. Quindi stare su un palco, avere un microfono, ti dà una certa responsabilità. Poi non credo che si debba per forza fare, se non si ha niente da dire o se lo si vuole fare in un modo diverso.
Nel disco ritorna anche la necessità di definirsi continuamente, di dimostrare qualcosa. Nella parte parlata dici, tra l’altro, “l’unica cosa che mi chiedo è di essere coerenti”. Allora ti chiedo: questa coerenza per te è una gabbia?
Sì, abbastanza. È una gabbia che mi sono messa anch’io. Comunque la continua coerenza, il non contraddirsi mai, fare quello che si dice, che si pensa, può essere un po’ incasellante, una gabbia. A volte poi è anche un po’ sinonimo di riconoscibile. Però io mi chiedo: che cos’è la coerenza nella lotta alla sopravvivenza? Non lo so. In un mondo che cambia velocissimo è impossibile, quasi. Ovviamente non deve essere una scusa per fare delle cattive azioni, ecco.

C’è un pezzo che ho adorato perché è leggero, cambia continuamente pelle: c’è la samba, c’è la bossa e il tango. È come se ogni genere fosse, in qualche modo, una parte diversa di te. Quanto c’è di questo gioco musicale rispetto alla tua ricerca d’identità?
Allora, diciamo che il gioco musicale è un po’ parte di questa ricerca, no, dell’identità. Alla fine, appunto, anche come dicevo prima, niente di me… Cioè, siamo sempre spinti a cercare di definire la nostra identità in modo sempre più dettagliato. Però in realtà è difficilissimo avere un’unicità quando ci sono così tanti frammenti che ci compongono. Quella canzone simboleggia un po’ questo.
Mi piace toccare, dare un ultimo saluto ai pezzi latin, quel genere lì, che mi è piaciuto tanto. Poi, quando ero piccola, suonavo quel mondo lì. Però non è solo quella la mia identità, ecco.
In “Nuova stagione”, invece, descrivi un mondo in cui tutto sembra già pronto: la casa, i vestiti, le coppie, le domeniche, il Natale. Da dove nasce questa insofferenza per le vite già arredate? Poi, alla fine, dici di non voler perdere la vita in un presepe prefabbricato. È una critica verso la vita standardizzata oppure anche un modo per parlare di quello che apprezzi nella musica e nell’arte?
Ma sicuramente è un’insofferenza, come hai detto tu stessa nella domanda, nei confronti di questa vita standardizzata, di questi modelli che ci vendono già. Forse un po’ cerco quella cosa lì, come dico pure nel ritornello: un po’ di monotonia ogni tanto ci sta.
In un altro passaggio dici: “Ma se è giusto, cosa è sbagliato?”. Sembra quasi che tu faccia parlare la società che abbiamo interiorizzato. E colpisce che tu dica: “L’hai fatto giudice dei forti e dei deboli”. Quindi non solo la società si limita a giudicare noi, ma ci insegna anche a farlo con gli altri. Quanto è importante per te mettere questa responsabilità dentro?
Sì, moltissimo. È un tema che sento tantissimo, quello del giudizio. Ho sempre parlato, anche nello scorso album, della paura del giudizio. Però qui ci tocca anche il tema del giudizio proprio come azione interiorizzata, quindi, in questo caso qua.
Poi si parla della pressione estetica e ci tenevo a mettere questo pezzo che parla un po’ dei vestiti di un ipotetico padre che ci vengono messi addosso. Ecco, riconosci l’affetto e tutto della tua stessa educazione, però capisci che i tuoi vestiti sono altri.
E poi però ripeti insieme a quella parola, che diventa una parola potente, anche se apparentemente piccola e banale. E allora diventa quasi un’identità, a furia di essere ripetuta. È come se tu ti sforzassi continuamente di essere approvata, diciamo. E poi invece puoi essere solo scema, assolutamente, per il fatto che ti sforzi.

All’inizio di “Paura in tasca” immagini che questa potrebbe essere la tua ultima canzone, che potresti rimanere per strada senza niente e senza riconoscimenti. Quindi hai paura di perdere tutto o c’è anche la presa in giro del modo in cui misuriamo il successo di un’artista?
Ci sono entrambe le cose, con percentuali boh, simili. Penso che una buona metà sia paura vera, messa un po’, appunto, sotto forma di ironia per sdrammatizzare un po’. Però, in realtà, c’è un vero dramma, il vero panico dietro.
Dall’altro lato c’è anche questo esatto modo, anche eccessivo, con cui ci si prende sul serio nel mondo dell’arte. Quindi questa roba che si devono fare sempre sold out, tutti questi talk, che io faccio e appoggio perché sono fondamentali. Però c’è anche un po’ la fatica di questo, nei confronti di questa scuola fantomatica, la scuola dello spritz, che ti insegna a condividere per esistere.
Se il primo disco, “Mi piace”, raccontava ciò verso cui ti sentivi più attratta, “La paura in tasca” sembra anche raccontare ciò che ti mette in discussione. Guardando questi due titoli, oggi ti chiedo: quanta distanza c’è tra la persona che ha scritto il primo disco e quella che ha scritto questo?
Ma io penso che ci sia un’enorme distanza, da un lato. Cioè, sono passati tre anni, anche se mi sembra ieri e mi sembra di essere sempre la stessa. In realtà sono cambiate tantissime cose dentro di me e fuori anche, quindi a livello di eventi e di sentimenti. Quindi sono due persone diverse.
Allo stesso tempo c’è sempre la stessa matrice e la voglia di mantenere comunque quelle basi solide che in qualche modo mi hanno permesso di accedere a un nuovo pubblico. Non volevo del tutto abbandonare, distruggere tutto, però il cambiamento c’è stato e spero che ci sarà sempre di più.
In “Alito Sonoro” fai parlare gli oggetti, personifichi gli oggetti: la televisione vomita, la pistola sgrida il cannone, il ventilatore diventa il tuo compagno e persino le pietre prendono parole. Allora io ti chiedo: cosa possono dire di più gli oggetti che gli esseri umani non riescono più a dire?
Ah, sicuramente gli oggetti osservano e immagazzinano così tante cose, batteri, germi, e ne sentono di parole, quindi avrebbero tante cose da dire.
Il fatto che dicano di più senza parlare è questo il messaggio della canzone: che spesso una cascata di parole dice molto meno di uno sguardo o del colore marcio di una mela, che ti dice perfettamente di non mangiarla, ecco.
Ascoltando il disco ho avuto l’impressione che la musica non sia un semplice contenitore dei testi, ma a volte sembra che il significato si crei con la melodia. Quindi ti chiedo: quanto pensi che l’arrangiamento sia una parte narrativa della canzone?
Tantissimo. L’arrangiamento è proprio buona parte della narrativa di una canzone, perché un testo da solo viene recepito in un modo totalmente diverso. C’è già la melodia che definisce come racconti quel pezzo. Il modo in cui lo racconti è tutto per fare in modo che arrivi.
L’arrangiamento, in realtà, i colori che sceglie di usare, i volumi, le dinamiche… A me piace molto esagerare con quelli. I timbri, gli strumenti che scegli di inserire definiscono un po’ la delicatezza o la forza di un brano. Quindi ha un ruolo importantissimo l’arrangiamento.
In queste canzoni sembra di fare continuamente una cosa: togliere. Togli i vestiti che gli altri ti mettono addosso e che ti danno contorni e confini, rifiuti le vite già confezionate, smonti le definizioni, perfino l’idea di essere riconoscibile. Ma alla fine, quando togli tutto questo, che cosa rimane di te? Chi è Anna, non Anna Castiglia?
Allora, come avevo già anticipato con “Decostruire”, una canzone orfana di album, non è né nel primo né nel secondo: ho tolto tutto. Quindi questa era una cosa che avevo anticipato e che ho continuato a fare in questo secondo album. Parlo di tanta decostruzione, di rifiuto e di sintesi, quindi di svuotarsi un po’ delle cose superflue, dei vestiti che ci hanno messo, dei modelli che ci hanno inculcato.
Quello che resta non lo so. Sicuramente quella paura tenera. E buona, che non si può togliere. Quella resta, perché non fa parte di tutte quelle ansie e aspettative che arrivano dall’esterno, è una cosa interna e sicuramente nell’osso c’è, rimane e la voglio conservare.
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