“Accordami i polsi, che è da un po’ che non scrivo più.” Così recita una delle canzoni più celebri de L’orso e potrei fare lo stesso io, visto che è passato un po’ di tempo.
Per quanto le idee non mi manchino, infatti, non sono mai stato un prolifico scrittore. Spesso, quando nei discorsi emerge che collaboro con Le Rane, alla domanda “di cosa hai parlato nell’ultimo articolo?” devo scavare nella memoria per ritrovare l’ultima mia intervista o recensione di un brano, EP o album, ormai dimenticati nella fretta dei tempi.
Ed è proprio qui che entra in gioco l’ennesimo revival, tour celebrativo, riedizione, ritorno sulle scene. D’altronde quanto tempo è passato? 10, 15 anni? Una volta si aspettavano almeno 25 anni, signora mia! La domanda spontanea è: perché questa fretta?
Forse, come James Van Der Beek (qui non citato a caso), hanno purtroppo già venduto tutti i cimeli e son stati costretti da problemi di salute a racimolare dei soldi? Personalmente, non mi interessa fare queste spicciole supposizioni generiche. Faccio parte, piuttosto, dei semplicemente entusiasti del ritorno dell’Orso, soprattutto per la possibilità di vederli finalmente dal vivo — un desiderio che covavo da tempo.
Ho scoperto L’orso colpevolmente in ritardo
Li ho snobbati per buona parte della mia giovinezza, eppure sono stati la colonna sonora di due estati significative. Non quelle contemporanee agli album, ma al momento giusto per lenire momenti particolari. Da allora, però, non mi hanno mai abbandonato: certe espressioni estrapolate dalle loro canzoni sono ormai repertorio fisso nel mio vocabolario, come il parallelo tra Tuttosport e i lunedì.
Forse è merito delle orchestrazioni con violini e fiati, degli arrangiamenti pomposi che quasi spiazzano di fronte a racconti di amori giovanili, dei testi che trasudano sincerità con semplicità disarmante. Anche i giochi di parole, a volte banali, e quelle frasi effetto “per sembrare fighi” (o Tumbrl) perdono senso quando ci si spoglia delle maschere e si ammette onestamente: “ho solo un innaturale bisogno di amore”. Tutto espresso in uno stile che dal personale va al generale, con ironia costante, come nella loro “Io che ho capito tutto”.
Con loro ho vissuto l’effetto Basdet-Meinholf al quadrato: dopo aver scoperto il termine tramite la loro omonima canzone, giorni dopo giorni dopo conosco un tale noto ai più proprio come Meinholf (frutto di storpiatura del suo cognome), in riferimento alla banda anarchica però. Roba che oggi chiameremmo semplicemente algoritmo.
Addirittura, nello stesso periodo, ho scoperto che Giorgia D’Eraclea (in arte Giorgieness), notevole sorpresa all’apertura del mio primo concerto dei Verdena, ha partecipato ai cori del loro ultimo album. Senza dimenticare Matteo Costa Romagnoli, figura chiave dietro il mondo Garrincha, che mi hanno fatto apprezzare ancora di più grazie al brano “I buoni propositi”.
Insomma, collegando questo “bellissimo fiume di pixel”, tutta questa “magia vera” non poteva lasciarmi indifferente. Ed è in questo spirito, con i polsi finalmente “accordati”, che ho fatto due chiacchiere con Mattia Barro, fondatore, paroliere e cantante dell’Orso, per parlare del loro ritorno sulle scene.

Come state?
Bene! Stiamo facendo le prove.
L’ultima volta che le abbiamo fatte assieme era 10 anni fa, avevamo meno lavoro, un figlio in meno (figlio di Omar, chitarrista del gruppo n.d.r.), quindi dobbiamo ripensare tutto. Talvolta si pensa sia più facile ma la vita è complessa e quindi stiamo affrontando questa nuova vita da band di 30enni, quindi un po’ diversa. Ci sta.
A cosa si deve questo vostro ritorno? Questo “riprendere in mano” i brani di quando eravate ventenni?
Nasce da una cosa brutta che è stata la scomparsa di Matteo Romagnoli, fondatore di Garrincha Dischi, nostro manager e discografico.
Ci avevano chiesto di suonare al concerto tenuto in sua memoria lo scorso anno e naturalmente abbiamo accettato, poiché comunque con Matteo abbiamo lavorato 6, 7 anni, abbiamo condiviso molto e ci tenevamo a esserci.
Quella sera però non abbiamo potuto esserci tutti e 4 (Mattia, Omar, Francesco e Niccolò) poiché, proprio in quei giorni, stava nascendo il figlio di Omar, il nostro chitarrista. È stata un po’ una gita scolastica nella vita adulta, ci siam divertiti ma ci ha fatto strano che non ci fosse Omar. Noi 4, comunque, ci immaginiamo come una cosa sola quando facciamo L’orso. Ci siamo dunque detti che sarebbe stato bello fare una data tutti assieme e quest’anno poi si festeggiavano i 15 anni del nostro primo EP. Insomma, una serie di momenti – un po’ il cerchio della vita, una scomparsa e una nuova nascita – dove ci abbiamo un visto un certo simbolismo.

Dopo 10 anni, che brani troveremo? Fedeli all’originale o con nuove influenze, frutto anche delle successive esperienze?
L’idea era fare qualcosa per i fan perché comunque in questi 9 anni tantissima gente ha continuato a scriverci e a chiederci. C’è stato molto amore e mi son detto “se torniamo facciamolo con un concerto che sia un omaggio ai fan e non tanto un piacere intellettuale nostro”, ecco.
Facciamo i pezzi che solitamente piacevano di più live, cerchiamo di tenerli nella loro versione più fedele a come le abbiamo suonate negli ultimi tour. Poi naturalmente abbiamo cambiato un sacco di cose. Infatti, tutto il live inizierà in una modalità in cui non abbiamo mai suonato prima. Però, ecco, di base è un tour pensato per i fan, per ringraziarli di 15 anni di affetto. O 15 anni di lacrime come diciamo noi (sorride n.d.r.).
Ci sarà qualche ospite a sorpresa? Magari per Berlino?
No, 0 ospiti. Questo è un momento storico dove se fai concerti e non hai gli ospiti sembra strano. Quest’occasione, invece, pensavamo che fosse proprio tornare per salutare un pubblico. Volevamo fare solo noi, il pubblico e questi 20 pezzi che porteremo in scaletta. Dopo tutta quella pausa, infarcire di altre cose ci sembrava strano. Che sia una festa, ma che o sia tra noi e chi ci viene a sentire in questo momento.
Io lo dicevo, tra virgolette, più per “completezza”. Non nascondo che grazie ai vostri brani ho potuto conoscere altri artisti. Ad esempio, il precedentemente citato Matteo (Romagnoli) con “Buoni propositi”, Mecna ecc…
Mi fa molto piacere.
Matteo era un grande amico. Con Corrado (Mecna) ogni volta è sempre un piacere incontrarsi, adesso, in altre vite. Però ecco, non ci avevamo proprio pensato agli ospiti. Abbiamo pensato “andiamo a far qualcosa che possa far star bene noi e il nostro pubblico”. È proprio un discorso 1:1, noi e il nostro pubblico, non volevamo interferenze in un certo senso. Comunque restiamo amici.

Voi avete vissuto tutta la trafila (specchio delle veloci trasformazioni dei tempi) My Space, Vimeo, You-Tube e infine lo streaming. Erano gli anni della prima morte dei talent (nel loro continuo andamento altalenante tra considerazione del format e dell’offerta), dell’elevata libertà e varietà dell’offerta musicale tradita, come sempre, dal solo e mero profitto.
Se aveste dovuto iniziare oggi, come pensate vi sareste trovati in questo clima? Ve lo chiedo sia in riferimento agli ingranaggi musicali, sia anche in riferimento alla vostra musica.
Come band, se avessi avuto 20 anni oggi mi sarebbe dispiaciuto tantissimo perché ora si suona molto poco. Ai tempi si suonava tantissimo. Secondo me la parte di essere una band in particolare era quello, era essere in strada tutti i weekend. Soprattutto i primi tempi facevi 40-50 date l’anno e adesso è una cosa impossibile. Non ci sono più i locali, non c’è più la gente per far sentire queste cose qua. C’era una curiosità che adesso si è andata a perdere. Aggiungici anche la pandemia che ha fatto chiudere molti locali, le playlist, Spotify…C’è stato un accentramento verso alcuni ascolti e quindi ci son dei concerti che fanno 100milioni di miliardi di pubblico ma fatichi anche a trovare 50 persone al concerto dell’emergente.
Io sono un po’ vecchia scuola, secondo me suonare è bello, divertente, ti fa conoscere il mondo, la vita e ti mette di fronte a diverse cose che altrimenti non vivresti. Il poter girare era che una sorta di grande regalo per chi faceva musica. Adesso, invece, pensa ad esempio a XFactor. Lì sei chiuso in una scatola e sei sotto un contratto da cui non puoi uscire. È tutto claustrofobico. Noi abbiamo avuto la fortuna di aver avuto l’ultima grande musica aperta e questo è cambiato molto.
A livello tecnico, invece, non c’è paragone perché i mezzi che avevamo anche solo 10 anni fa erano molto scadenti. Adesso io posso registrare in casa con una qualità che 10 anni fa non riuscivo a ottenere in uno studio di un’etichetta indipendente come Garrincha.
Diciamo che l’elevata possibilità, libertà e varietà dell’offerta musicale ha portato in realtà a un appiattimento generale.
Sì, il problema è che poi quando tutti abbiamo lo stesso mezzo è un po’ più difficile e soprattutto non hai modo di espanderlo. Se tu sei in tour puoi capire cosa va e cosa non va, cosa ti piace e cosa meno. Se sei sempre a casa è un po’ più dura. Secondo me la grande differenza è che adesso tutti potenzialmente possono farcela nella musica. 10 anni fa non era così e quindi ce la facevano in pochi.
Adesso è molto più facile che ti metta a seguire un filone cercando di adattare certi suoni perché sai che se azzecchi anche una virgola può esplodere il progetto. Noi quando siamo partiti non c’era nessuno nell’ambiente indie di quei giorni che pensava che tra 5 anni si sarebbe andati in classifica, Sanremo e altro. Poi è accaduto, però nessuno lo pensava. Ed è accaduto perché dovevi crearti un suono e che, piacesse o meno, doveva avere una personalità. Ciò ha fatto sì che uscissero cose molto diverse come I Cani, lo Stato Sociale, Calcutta. Poi piacciano o meno, il gusto è secondario in questo discorso. Dovevi costringerti a creare una cosa diversa di quello che c’era accanto a te. Ora cerchi soltanto di fare una cosa leggermente migliore della stessa cosa che sta facendo chi è accanto a te. Quindi è forse meno stimolante.
Senza voler offendere nessuno, volendo fare un parallelismo con L’officina della camomilla (anche loro, tra l’altro, tornati a distanza di circa 10 anni), parlando con altri colleghi del settore e amici, un po’ tutti concordavano col fatto che vi foste fermati proprio giusto un attimo prima dell’esplosione del genere indie italiano. Prima, dunque, di “vedere” i palazzetti, i concerti nei teatri o magari nel farvi conoscere a un pubblico più ampio. Comprendendo come ognuno abbia sentito l’esigenza di fare altro, penso a esempio a Ivreatronic o Splendore nel tuo caso.
Nonostante i traguardi raggiunti, c’è una qualcosa (un feat, un brano, un festival..) che avreste voluto fare con L’orso?
Ti racconto un aneddoto di qualche anno fa. Ero con Cosmo nel backstage al MIAMI, forse era proprio il tour di Cosmotronic, che stavamo chiacchierando e a un certo punto è arrivato Francesco (De Leo, L’Officina della camomilla n.d.r.) che non vedevo da anni. Scherzando, gli ho detto proprio quello che hai detto tu. Gli faccio “Fra, ci pensi che siamo gli unici due che non ce l’hanno fatta nell’indie?” in riferimento ai risultati de i Thegiornalisti, Calcutta, i Cani…
In realtà ci sono moltissime band che non ce l’hanno fatta in quel periodo. È vero, c’è stato un momento in cui l’indie stava esplodendo ed entrambi ci siamo tirati via anche se lui, con il suo progetto solista, magari ha provato ancora a farcela in quella direzione lì.
Personalmente, questa è una domanda che mi è stata fatta anche da persone a caso in questi anni e su cui ci ho riflettuto. A mente calda mi dico “cazzo, forse è che vero che se ci stavamo ancora 1-2 anni in più chissà cosa succedeva”. Dall’altro, col senno di poi, penso che io non mi sentissi preparato per quella roba là. Infatti, come si sente nelle canzoni e nelle idee che si stavano andando a sviluppare in quel periodo, l’ultimo disco (Un luogo sicuro n.d.r.) andava in un’altra direzione. Non penso di avercela proprio nel DNA quella cosa di fare il palazzetto, Sanremo…
Io sono uno che si stressa, per me la musica è mega stressante. Onestamente, tutte quelle persone che ho visto arrivar in quell’ambiente poi non li ho ritrovati molto bene con sé stessi. Ho preferito tirare il freno a mano quando avevo ancora pieno controllo della situazione. Poi, comunque, è difficile fare quel salto, non è da tutti e devi essere preparato anche mentalmente. Il fatto di non aver fatto quel salto lì non è un rimpianto.

Qualche collaborazione che invece è sfumata per poco?
C’è stato forse nel 2010-2011 un momento in cui, prima che esplodesse tutto il mondo de i Cani, con Contessa si pensava timidamente di fare una roba assieme. Quello sarebbe stato divertente ai tempi, eravamo entrambi molto giovani, e poteva uscire qualcosa di carino anche solo provarla.
Invece è rimasto solo un continuo ripetercelo perché comunque ci incontravamo spesso. Lui è venuto al nostro primo concerto a Le Mura, avevamo amici comuni, la mia ragazza aveva amici nel suo giro.
Nel 2015, in riferimento al fervore musicale con la nascita di numerosi progetti interessanti, dicevi che mantenendo la calma, il garbo, la concentrazione e soprattutto l’amore verso il pubblico, si poteva davvero fare un pezzo di storia della musica italiana. A distanza di 10 anni, cosa pensi dell’evoluzione della scena italiana? È stata tradita?
È andata bene finché è andata male (sorride n.d.r.). C’è stato un momento in cui in contemporanea sono usciti Cosmo, Calcutta ma anche Sfera Ebbasta (che non c’entra niente), insomma sembrava tutto un grande fervore nel 2016-2017. Ora mi sa che un po’ tutta la musica, non solo quella italiana, – e lo dico anche da giornalista come te – non sia stimolante. Raramente è stimolante.
Mettici un po’ la pandemia, le guerre, Spotify, l’algoritmo, le playlist, gente che si compra gli ascolti. In questo momento siamo all’apice della tecnologia ma siamo paradossalmente in un medioevo musicale – Barbero mi odierà perché dice che non è stato un periodo così cupo come viene descritto. Penso che il panorama musicale degli ultimi anni sia abbastanza tremendo; quindi, sì, abbiamo mancato l’occasione di fare cose belle ma perché è mancato il coraggio di fare cose belle. Sono in pochi che lo fanno e sono quelli che spiccano.
Dei vostri colleghi di allora, Garrincha e non, c’è qualcuno che ti ha sorpreso per l’exploit o per la direzione intrapresa?
Pensandoci, conoscendo da tanto tempo Edipo (Fausto Lama, con il quale hanno composto il brano “Estate” nel 2012 n.d.r.) non avrei mai pensato sarebbe passato dall’essere un indie boy proveniente dal rap a fare poi con i Coma_Cose due Sanremo. La situazione ora è andata come è andata. Però ecco quello era un progetto che quando era uscito con “Jugoslavia” non avrei mai pensato che da lì in 3 anni sarebbero stati in alta rotazione televisiva, li avrebbe conosciuti la mia famiglia, mia madre e con lei pure la siura del paesino.
Un altro artista di cui non mi sarei mai aspettato il successo è Calcutta. Faceva roba un po’ più stramba e, anche conoscendo la persona, mai avrei pensato che avrebbe avuto sia la capacità di scrivere canzoni nazional-popolari (nel senso di ampie e popolari) sia che avrebbe avuto la forza di reggere questa pressione. Perché puoi farle quelle canzoni però poi devi anche essere capace di eseguirle davanti a 20-30 mila persone. Molti arrivano lì ma poi fanno cagare. Invece lui, oscurandosi un po’ dall’occhio pubblico, è riuscito a mantenersi e a fare le sue cose. Lui sicuramente non me lo sarei aspettato.
In generale, quali sono i tuoi ultimi ascolti? C’è qualche artista emergente da suggerirmi?
In verità, negli ultimi anni sono diventato una grande fan delle radio. Mi piace proprio ascoltare, più che i dischi, questi flussi di musica che qualcuno con grazia mette in linea. In questo periodo storico lo trovo molto più stimolante. Sui giovani non ho molto occhio.
Da giornalista, invece, non mi sento di dire di aver ascoltato qualcosa che mi abbia fatto dire “wow”. Probabilmente è dovuto al fatto che quando ho iniziato a vent’anni ero molto più ingenuo e molte cose mi sorprendevano. Adesso, a 37 anni e con molti più ascolti alle spalle, molte cose “nuove” che arrivano capisci subito da dove sono partite. Oggi mi è difficile sentire qualcosa che davvero mi stupisce in Italia. Poi sicuramente nei meandri, negli scantinati più bui accadono cose incredibili però fanno molta più fatica a uscire in questo momento storico.
Principalmente ascolto molta musica ambient o rap italiano anni 90 primi ’00 perché è legato alla mia formazione. Alterno due mondi che tra loro non c’entrano niente.
Provincia, Grande città (Milano) e ancora provincia. Nel vostro percorso di evoluzione, musicale così come personale, siete riusciti a rivalutare la provincia. Allo stesso tempo avete individuato un luogo sicuro, interiore prima di tutto, in cui poter fare ciò che più si desidera, (penso anche alla nascita di Ivreatronic).
Ad oggi, L’orso dove si colloca? Sente di aver trovato il suo posto nel mondo?
Sebbene io abitassi già in città, L’orso è iniziato in provincia, con tutto il bagaglio della provincia. In città poi si è formato, ha fatto tutta la sua vita e poi si è fermato quando io ho sentito la necessità di andare via dalla città. Quando L’orso si è fermato nel 2016 io ho lasciato Milano dove abitavamo tutti e per un anno e mezzo, due son tornato in provincia dove è nato Ivreatronic (poi io sono uscito da Ivreatronic, non ne faccio parte da qualche anno).
Il mio rapporto con la provincia è comunque cambiato, com’è nel normale decorso delle cose. Quando sei giovane la provincia, soprattutto se hai ambizioni, se vuoi conoscere e sei una persona curiosa è molto stretta. Poi a un certo punto capisci che è importante bilanciare o che non puoi odiarla perché è parte di te e ci ritorni. Io comunque venivo da un posto di provincia con molto verde, molti laghi e quindi, prima di tutto, ci ho fatto pace anche solo a livello geografico/ambientale. Poi, comunque, diventa davvero un luogo sicuro, diventa un posto dove se torni hai la tua storia. Facendo un confronto, per avere la stessa storia dovrei vivere almeno altri 20 anni a Milano.
Il problema è che spesso, soprattutto quando sei piccolo, si vede solo il presente di un posto. Poi si vuole conoscere le meglio le proprie radici, cosa c’è stato prima. Adesso posso vedere in maniera stratificata la mia provincia: l’Olivetti, i canti popolari del ‘900, la cucina. E ti innamori di mille altre cose. Penso che la vita sia sempre solo cercare di trovare una concordanza con chi sei e il posto in cui stai. Io ho passato 20 anni della mia vita così e, adesso che ho chiarito questa cosa, posso stare in città come in provincia. L’orso può stare da tutte le parti.
Nell’email di risposta di qualche giorno fa mi dicevate che le nuove date sono “un progetto che in questo momento termina il 6 dicembre”. Aggrappandomi a “in questo momento”, c’è quindi una possibilità concreta di un vostro ritorno, magari anche con temi ripesi proprio dalle letture appena citate?
“Le vie del Signore sono infinte!”, diciamo così (sorride n.d.r.). Adesso la nostra attenzione è su questo tour, sul vedere come ci sentiamo a ri-suonare e se ci diverte ancora. Magari ci esibiamo e non ci piace più, dopo 10 anni i gusti cambiano, no? (sorride n.d.r.). Sarà da scoprire cosa verrà poi, magari nulla magari qualcosa.
Al nostro pubblico posso assicurare che ci sarà, in tutto questo casino, qualche sorpresa live. Un regalo vogliamo farlo ai nostri fan al concerto. Per scoprire di cosa si tratta bisogna venire a vederlo. Però, ad oggi, non c’è un progetto a lungo termine.
Un po’ di tempo fa dicevi che uno dei tuoi due desideri fosse l’uscita di un tuo disco rap. Che fine ha fatto questo disco?
Bella domanda! (sorride n.d.r.). Ci penso molto spesso poiché comunque il rap è una delle mie cose preferite. A me piace molto la musica ambient, anche sperimentale ma se c’è la parola, preferisco il rap al cantato. Mi arriva in maniera diversa perché ci son cresciuto.
È come andare in luogo che ami troppo, c’è troppo coinvolgimento. Non mi sono mai sentito pronto e ora è forse un po’ troppo tardi. È difficile rappare a 40 anni se non sei Marracash che l’ha fatto per 25 anni consecutivi della sua vita. Per me non lo so. Diciamo però che l’ho sempre infilato dove potevo nell’orso e questo già è stato piacevole per me

Potrete assistere al ritorno de L’orso a uno dei 5 appuntamenti
- 30 Novembre – Locomotiv Club – BOLOGNA
- 02 Dicembre – Monk – ROMA
- 04 Dicembre – Spazio 211 – TORINO
- 05 Dicembre – Arci Bellezza – MILANO
- 06 Dicembre – Arci Bellezza – MILANO
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