In memoria di, il primo disco di Lamante, fu accolto con grande favore dalla critica e dal pubblico. Tanto l’album, quanto la resa dal vivo nei concerti e l’immaginario poetico che in così poco tempo ha ispirato una nuova scuola di cantautrici, sono stati celebrati e festeggiati. Poi, però, Lamante si accorse che non aveva più nulla da dire. Che quel disco, in qualche modo, aveva sanato un’urgenza.
Piano piano, le parole sono tornate. E con loro i suoni. Sono arrivati, se ne sono andati, si sono trasformati. La prima stesura del secondo album non era convincente, non colmava le esigenze espressive come era stato in passato. E allora è arrivato Taketo Gohara, che ascoltando i brani è riuscito a coglierne la genesi più ancestrale: un lutto che non era mai stato davvero affrontato. Queste canzoni avevano bisogno di un luogo sicuro in cui prendere vita. E così, Lamante è tornata a casa, registrando il disco nella chiesa di San Francesco a Schio.
Lì, è nato Non dico addio, il secondo disco di Lamante
Un album crudo, profondo. Un’introspezione che però non diventa mai respingente. Lamante, nelle tracce, affronta questa perdita personale riuscendo ad isolarne dei caratteri universali, che diventano quasi dei mantra. Degli altrove in cui chiunque può riuscire a riconoscersi, dove le parole hanno significati diversi e non sempre letterali.
Non dico addio è un album intenso, intriso di morte, ma disseminato di speranza. E soprattutto, di modi per sopravviverci e per farci i conti. Senza dimenticare, ma ricominciando, alla fine, a guardare il cielo.
L’abbiamo incontrata alla vigilia dell’uscita del disco, e ci siamo fatti raccontare cosa c’è dietro le canzoni, perché proprio la chiesa di San Francesco di Schio, e quali sono le paure di un’artista che sta per pubblicare un secondo disco così intimo e personale, con annesse aspettative.

Torniamo indietro di due anni: è finito il viaggio di In memoria di. Il disco è stato un successo, si è concluso il tour. Cosa hai sentito, al termine di quel ciclo?
Ho rimesso insieme tutti i pezzi, perché è stato tutto molto veloce e inaspettato. Per come è stato accolto, per come è andato il tour, alla fine di tutto sono stata molto felice e molto fiera del progetto e del lavoro che era stato fatto.
Anche in Non dico addio il tema della morte è centrale. Vorrei partire da un verso, contenuto nella title track: il vuoto fa di nessuno qualcuno. Provare una cosa così forte come la morte ti permette di accedere a qualche tipo di sensibilità che, senza, non avresti mai raggiunto?
Hai presente quando, in modo banale, in una relazione, ci si dice che si capisce il vero valore di una persona nei momenti difficili? Ѐ quel senso lì. Nei momenti di grande dolore, di svuotamento di una persona, si è talmente spogli e nudi che si vede la vera essenza e la vera natura di una persona.
Man mano che il disco scorre, è come se questo dolore affrontasse stadi e momenti diversi. Ci sono tre pezzi, uno all’inizio, uno in mezzo, uno alla fine, che sono la chiave di questo percorso. Il primo è Governatevi, dove dici che la memoria è l’altra faccia dell’amore che non riesco a guardare. Quasi come se ancora questa morte fosse difficile da accettare: è il primo pezzo che hai scritto?
In realtà il primo è stato il primo singolo uscito, Un canto nuovo.
Governatevi però è il primo pezzo, dopo tanto tempo, in cui mi sono emozionata mentre scrivevo. Mi ricordo di essere stata sul pianoforte e aver pianto tutte le lacrime che avevo mentre lo scrivevo. E in effetti è vero, potrebbe essere l’inizio dell’accettazione.
Poi c’è Rimani con me, dove dici che “la morte non è di chi muore, ma di chi sopravvive“.
C’è una frase di Han Kang, che è una scrittrice a cui mi sono rifatta molto in questo album. Due anni fa vinse il Nobel per la letteratura. Lei è una scrittrice coreana che, in Corea, ha subito un genocidio da parte dei giapponesi. Durante il discorso al ritiro del premio, disse: possono i morti salvare i vivi? Pose proprio questa domanda. E per me la risposta è sì.
In quella frase che hai citato, intendo proprio che la morte per noi, per l’umanità, è sempre stata una spinta vitale. Ѐ sempre stata quella cosa che ci ha fatto sopravvivere, che ci ha fatto portare avanti la specie, che ci ha salvati. Quello è stato il momento in cui ho appreso questa cosa, ho risposto alla domanda di Han Kang.
E poi arriva l’ultima canzone dell’album, Ritorneremo a guardare il cielo, con la speranza, e la mattina di un giorno nuovo. Ѐ la chiusura di entrambi i dischi? Hai espresso questa morte come volevi, e hai chiuso un ciclo?
Sì, assolutamente. Quel brano per me è la chiusura di una lunga riflessione sul concetto di morte e sul concetto di lutto. Ѐ un superamento, un messaggio di speranza, di sopravvivenza, di un futuro migliore. Già il pezzo prima, Il mondo è quello che deve ancora venire, porta questo messaggio.
Ritorneremo a guardare il cielo è stato fatto uscire come secondo singolo prima del disco. Mi sembra una scelta curiosa, ascoltando tutto l’album, perché c’è tutto un percorso prima di questa canzone, di questa risoluzione che arriva proprio alla fine di tutto…
Per me, era importante mostrare il risultato, l’arrivo. Dire: guardate, c’è sicuramente un processo lungo e doloroso, ma alla fine si arriva così. E lo volevo dire fin dall’inizio.
Che forse ti fa ascoltare il disco con una prospettiva diversa, quasi più facile.
Sì, assolutamente.

Poi c’è il tema della maternità, ne La stanza del figlio, ma anche in Il mondo è quello che deve ancora venire. Ѐ un modo per sopravvivere alla morte?
Sicuramente sì. Ma è un modo per sopravvivere anche alla vita. In questo disco, la madre è una figura archetipica di quello che è la società. Ho cercato di ragionare molto sul fatto che in questa società, siamo una massa di figli unici e non riusciamo più a essere madri o padri di qualcosa, a creare con le nostre mani, col nostro corpo, con la nostra mente. Qualcosa che sia un’eredità, che duri nel tempo. E che quindi, ci permetta di sopravvivere alla vita. Nel senso biologico, chiaramente è la prole che continua la tua eredità fisica.
Però il mio è anche un modo che cerca di andare oltre. Per me, la figura del figlio in senso archetipico e sociale è colui che si concentra solo su stesso, è individualista. Mentre la madre fa spazio a ciò che è altro, a quello che non le appartiene. Il figlio cerca di farsi grande, espandersi, mentre la madre cerca di farsi piccola per l’altro. Ѐ un grande insegnamento che si dovrebbe applicare nella vita di tutti i giorni.
Qual è la paura più grande che hai, con questo disco?
Sicuramente, essendoci un precedente, mi fa paura il paragone. Non sono due dischi comparabili: a livello di suono, concetto, sono diversi. Si possono accostare, ma non paragonare.
A proposito di suono: questo disco è stato registrato nella chiesa di San Francesco di Schio. Com’è stato?
Bellissimo! Sono stati dieci giorni bellissimi. Ѐ uno spazio completamente diverso da uno studio di registrazione, dove puoi urlare, bestemmiare, fumare, bere. E quindi immagina anche solo il fatto di dover parlare a bassa voce per dirsi le cose. Tutto quello che facevamo acquisiva una sacralità grandissima.
La chiesa è ancora consacrata?
Sì! Ci fanno le messe ancora. Abbiamo dovuto spostare gli orari per dieci giorni.
Vi hanno fatto entrare così, tranquillamente?
Sono stati mesi di trattativa con il Comune. Il Vaticano ha dovuto visionare i testi… è stato un processo lungo.
Il Vaticano ha approvato tutti i testi?
Tutto!
Non mi vengono in mente album registrati nelle chiese…
Quella chiesa ha una struttura estremamente particolare. Ci hanno registrato tante orchestre classiche. Cantautori non so, non mi viene in mente niente…

E a livello di ispirazione letteraria e musicale, cos’hai ascoltato e letto durante la scrittura del disco?
Per me le più grandi ispirazioni, anche per il primo album, sono sempre state letterarie. Ho letto tantissimo, principalmente Han Kang. Gurdjieff, anche, è stato per me molto importante. E poi, tante poesie. Musica, soprattutto classica. Ho ascoltato moltissimo Rossini. Il mio rapporto con l’ascolto della musica è molto particolare. Dal momento che ci lavoro, mi è molto difficile ascoltarla. Mentre invece la musica classica mi serve, perché non ci capisco niente, e quindi la posso ascoltare.
Hai sempre fatto fatica? O solo da quando hai iniziato a fare musica?
Allora, aspetta, prima ti dico una reference musicale che ho avuto: Anna von Hausswolff. Comunque no, da quando ho iniziato a lavorarci. Ho sviluppato quello che chiamo “l’orecchio sciacallo”. Hai presente gli sciacalli, quelli che quando ci sono i terremoti vanno a rubare nelle cose distrutte?
Sì, quindi ascolti delle cose e poi vuoi metterle nei tuoi dischi?
Sì, ma anche proprio un fatto di iper-analisi. Ascolto e inizio a pensare “ma perché quella batteria suona così”, “ma perché quel rullante”, “ma perché ha messo quella parola”. E quindi non c’è più la bellezza della sorpresa e della curiosità dell’ascolto. Mi piacerebbe ritornare a quella dimensione, che riesco ad avere con la musica classica.
Sta per arrivare il Mi Ami. Sei pronta?
Ho sempre presentato l’album là, è una costante…
Il pubblico del Mi Ami ha uno spirito critico elevato, è un po’ puntiglioso…
Eh sì. Infatti per me è la resa dei conti. Ѐ lì che capisco se l’album funziona oppure no. Però sono elettrizzata al pensiero.
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