Il 12 dicembre è uscito su tutte le piattaforme piattaforme “Quaglia Sovversiva”, il terzo disco di Marco Castello e il secondo autoprodotto dalla sua etichetta “Megghiu Suli”.
Marco Castello in questo nuovo lavoro mescola fantasia, storia e la mitologia e le mette in gioco per trasformarle in strumenti con cui deridere la modernità, svelandone la fragilità e la pretesa onnipotenza.
Nel disco, luci fredde cancellano l’intimità, basi militari svaniscono e hangar vengono sostituiti da foreste. E poi c’è Asteria, la titanide che fugge da Zeus trasformandosi in quaglia, simbolo di libertà radicale e resistenza all’appiattimento.
“Quaglia Sovversiva” è un manifesto di ribellione sotterranea: non contro un nemico concreto, ma contro l’abitudine collettiva a subire senza interrogare, a rispettare ciò che il sistema ci impone come inevitabile.
Marco Castello mette in scena la tensione tra controllo e desiderio umano: il mondo moderno promette ordine e progresso, ma Castello mostra quanto questo ordine sia fragile, costruito sulla finzione e sul conformismo. E ci invita dare ascolto a quel bruciare antico che arde dentro di noi, a tornare come quei bambini che lanciano mini ciccioli nel buio della notte sapendo che la scintilla dura un attimo.
Ma in quell’attimo c’è tutto: la possibilità di non funzionare, di sorprendersi per un meccanismo che abbiamo visto ripetersi cento volte. E forse è proprio da lì, da questa inutilità ostinata, che può ancora incominciare qualcosa.

Partiamo dal titolo: “Quaglia sovversiva”. Rispetto a cosa oggi senti il bisogno di essere sovversivo? Qual è la frattura del presente che non riuscivi più, quasi, a sopportare?
La tendenza a trasformare tutto, ogni oggetto, ogni spazio, in una merce, e ogni luogo in un cartellone pubblicitario.
Apri il disco con “Pompe” e la figura del benzinaio. Lo descrivi come una sorta di divinità minore del presente.
In realtà quello che ho fatto è stato assumere il punto di vista di chi campa sul petrolio. Campa non da magnate, ma in maniera operaia, ecco, in qualche modo. Quindi, nella storia, nel “film” della canzone, volevo un punto di vista favorevole all’idea che non ci sia alcuna transizione.
Che rapporto hai con l’immaginario dominante sulla Sicilia? Ti pesa o, al contrario, ti stimola scardinarlo?
Penso soltanto che qualsiasi immagine venga data della Sicilia dovrebbe essere data dai siciliani, non da scelte geografiche esterne. Penso solo questo. Poi mi va benissimo che lo faccia chiunque, ma quando vedo i siciliani stessi esaltarsi perché qualcuno da fuori li mette in luce, mentre loro non lo fanno mai, questo mi sembra ridicolo.
Allora ti chiedo: qual è l’immagine della tua terra che che vorresti arrivasse all’esterno?
Mi piacerebbe, molto di più che tutta la storia che abbiamo, tutta la cultura, le tradizioni e la lingua venissero semplicemente comunicate ai siciliani stessi, innanzitutto. Non dobbiamo per forza attingere tutto dall’America o dall’estero, perché altrimenti ci dimentichiamo chi siamo e siamo destinati a diventare parte di questo gigantesco niente che sta dilagando, credo, nell’Occidente cosiddetto civilizzato.
“Editto dal sottoscoglio” è una delle mie canzoni preferite di tutto il disco, proprio per il titolo. L’editto è la legge imposta dallo Stato, ma tu la fai parlare dal basso, da un luogo sotterraneo.
Esatto, dai sovversivi.
E in questa canzone è come se tu volessi privare la guerra della sua aura eroica, trasformandola in una forza diversa. Quello che ti chiedo è: il potere va quasi privato della sua aura di inevitabilità?
In quel caso mi rendo conto di dare un’immagine anche violenta. Nella mia testa spesso è un’immagine violenta: chiaramente l’ho voluta ridicolizzare, perché fa parte anche del mio stile comunicativo. Io faccio fatica a prendermi troppo sul serio, devo sempre alleggerire, portarmi dietro una componente ironica. Quindi quello che potrebbe essere un atto violento viene in realtà totalmente disinnescato dal fatto che poi si getta tutto sul ridicolo. Come degli atti vandalici compiuti da bambini contro un esercito. È un’immagine chiaramente metaforica, ma penso che il primo strumento di opposizione contro qualcosa di estremamente violento sia anche lo scherzo.
Quando tra le persone c’è complicità, quando c’è la possibilità di giocare insieme e ridere insieme, credo che possa nascere la stessa unione capace poi di fare qualcosa di molto più grande e persino salvifico, per tante cose.

C’è poi “Fare ninna” in cui sembri quasi invitare al riposo mentre parli di disobbedienza. Possiamo intravedere in questo una forma di ribellione? Una sorta di tregua, o di resistenza, contro un sistema che ci vuole sempre attivi, nervosi, produttivi?
Sì, certo. Ha a che fare anche con l’ansia di dover essere sempre performativi. Penso però che sia necessario, anche politicamente, “fare ninna”, perché qualsiasi cosa, per essere fatta in maniera efficace, ha bisogno della piena energia possibile. Per questo è importantissimo anche riposare: perché c’è un mondo a cui disobbedire, e per disobbedire bisogna essere nel pieno delle forze.
In altri brani, invece, il progresso cancella le luci calde, l’intimità, persino la possibilità di innamorarsi, trasformando il borgo quasi in un luogo di controllo. La tua rabbia è contro l’idea di progresso in sé, o contro un progresso che distrugge il desiderio senza offrire alternative?
La mia rabbia deriva dal fatto che ormai confondiamo l’avanzata commerciale di tutto con il progresso. Il progresso è tutto ciò che va avanti, certo, ma potrebbe anche non coincidere col miglioramento. Dare per scontato che tutto ciò che viene dopo sia automaticamente migliore di ciò che c’era prima è, secondo me, un errore enorme.
Le luci calde, per me, sono semplicemente un esempio: in questo caso il progresso è qualcosa che cambia uno stato precedente preoccupandosi solo dell’aspetto tecnico, dell’efficienza, dimenticando totalmente altri aspetti che vengono considerati minori ma che hanno la stessa importanza, perché ci rendono umani. Mi riferisco all’aspetto estetico e atmosferico, al modo in cui lo spazio ci influenza attraverso ciò che percepiscono i nostri sensi: i suoni, la luce, gli odori.
Questa attenzione ha sempre fatto parte della storia dell’uomo, del creare architettura, del creare qualsiasi cosa. Prima c’era molto più senso di questo principio: non facciamolo soltanto funzionare bene, facciamolo anche bello, facciamolo qualcosa che contenga la felicità di essere esseri umani nel creare. Questo aspetto, oggi, si perde.
E le luci – torniamo sempre lì – per me le luci calde sono un enorme paradosso, perché sì, è vero: le luci calde consumano tantissimo, sono antiquate, e i LED sono molto più convenienti. Quello che mi fa davvero girare le scatole è che i LED esistono anche dello stesso colore. I LED esistono di qualsiasi colore. E invece tutti mettono luci freddissime, trasformando gli spazi di vita in spazi di lavoro, in luoghi in cui bisogna essere perennemente produttivi, perennemente sotto controllo.
Non si riconosce più il valore del non vedere qualcosa.
Esatto. Sto dicendo proprio questo: creare delle vibrazioni nel nostro corpo che ci portino in uno stato diverso da quello della totale allerta continua, della totale iperattività. C’è anche, magari, una ricerca del magico, che abbiamo completamente perso e che il progresso — sempre tra virgolette, per come lo vedo oggi — ignora totalmente. E questo, per me, è grave tanto quanto la perdita di un dialetto o l’omologazione culturale.

In “Eureka” riprendi la figura di Archimede non come genio celebrato dalla storia, ma come ingegnere fuori dal tempo, capace di affrontare i giganti e di difendere la propria terra. È testimone e custode di un sapere antico che il presente sembra non voler più vedere.
In realtà è molto più semplice. Anzi, la tua interpretazione è molto più profonda e articolata di quanto avessi immaginato io. Allora: tutto questo disco è una sorta di sceneggiatura di un film. In Eureka siamo nel punto della storia in cui questo scienziato, che fino a quel momento è stato considerato, in questo futuro in cui è ambientato il disco – o forse in questo passato lontanissimo, non si sa – come lo scemo, il pazzoide, lo strambo del villaggio, si rivela invece per quello che è.
È arrivato lì per sbaglio, perché ha sbagliato le coordinate della sua macchina del tempo, e ora si ritrova nel pieno di questa nuova rivoluzione. Lui proviene dall’assedio di Siracusa da parte dei Romani, nel 212 a.C., e si ritrova in questo futuro assurdo. Si rende conto di essere di nuovo nella stessa situazione da cui era partito, solo che ora si chiede: come glielo spiego a questi che io incendiavo le navi con gli specchi? Come faccio a insegnare loro ad affondare queste crociere gigantesche?
Questi giganti sono le navi da crociera che stanno invadendo questa terra. E lui si domanda chi glielo vada a spiegare, chi fosse davvero questo ingegnere. Chiamandosi ingegnere, appellandosi a se stesso in quel modo. Tutto quello che succede è in funzione della trama.
In “Scoglio volante” rovesci quasi il mito: l’isola di cui parli non accetta di restare ancorata, si stacca dai suoi fondali e sceglie di andarsene, di tornare ad abitare i cieli. Ti riconosci in questa immagine? In qualcuno che sceglie di fuggire pur di non essere posseduto, idolatrato, se così possiamo dire?
No, non credo nella fuga in quel senso. Anzi, credo nella lotta, e la lotta implica il restare. Anche lì, Scoglio volante non parla di fuga: l’isola è semplicemente l’ambientazione della storia. A un certo punto inserisco un colpo di scena, come a dire: “Io volo via, me ne vado. O non siete voi a risolvervi, sono io che vi mando a quel paese. Andate a combattere le vostre guerre da stupidi piccoli uomini”.
C’è la presenza del mito, in realtà: quello di Ortigia. Un mito che racconta di Asteria, figlia di due Titani Ceu e Febe che per sfuggire a Zeus, deciso a sedurla, si trasforma in quaglia. Zeus, per rincorrerla, si trasforma in aquila. Durante l’inseguimento, la quaglia precipita in mare e, per salvarla, la trasfoerma in isola.
Ortigia, infatti, significa “quaglia”. Ma la cosa interessante è che questo mito non appartiene solo all’Ortigia siracusana come la conosciamo oggi. Nel passato della Magna Grecia esistevano moltissime Ortigia, ognuna delle quali si attribuiva lo stesso mito. In realtà, il mio riferimento è all’isola di Delo: anche Delo era chiamata Ortigia.
Delo è l’isola consacrata agli dèi della luce per eccellenza, Apollo e Artemide. Questo ha fatto sì che i culti delle isole chiamate Ortigia fossero sempre legati alla luce, al sole, alla luna. Diana, oltre a essere dea della caccia, è anche dea della luna e della mutevolezza. Questa devozione alla luce si è poi trasformata, nell’Ortigia di Siracusa, nella festa di Santa Lucia, che a sua volta è la santa della luce.
Ho fatto questa analogia anche in questo brano a un certo punto canto: “Stella, scoglio, Asteria tra le onde incastonata”, proprio perché il pezzo racconta la storia del mito dell’isola, che poi dà origine alla storia stessa.

Allora ti chiedo: questa tua isola – ammesso che non voli via – chi vorresti che la abitasse? Chi salveresti?
Nessuno. Nello spirito del disco, nessuno.
In passato hai affermato che per te il testo è solo un mezzo, non il fine. In questo disco senti di aver detto qualcosa in più rispetto a prima?
È un disco molto più pieno di testo. Ma anche qui la questione è che il testo doveva essere funzionale alla storia. In questo disco era più importante la vicenda narrata nel suo insieme, più che la musica in sé, come accadeva nei dischi precedenti. Però, anche in questo caso, non mi impegno ossessivamente a cercare la parola perfetta.
Per chiudere: dentro questa visione così lucida e amara, c’è ancora spazio per una speranza collettiva? Cosa ci manca?
Porre più attenzione alle cose. Fermarci, concentrarci, rilassarci. Nel senso di non aspettare sempre nuovi stimoli, ma focalizzarci su ciò che c’è, anzi, su ciò che c’era. È ancora più difficile, perché io sono molto fissato con l’idea che dobbiamo guardare indietro per andare avanti, non andare avanti e basta.
Abbiamo parlato dei precedenti dischi di Marco Castello: “Pezzi della sera” qui e “Contenta tu” qui
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