Rosita Brucoli ha 26 anni e una calma particolare quando parla di cose che, di solito, ti fanno cambiare discorso. Non perché siano “risolte”, ma perché ha imparato a starci vicino senza farle diventare una voragine. “Siamo Stati Guai” è il suo secondo album e suona come un percorso scavato a mani nude: prendi la materia della vita, la giri, la guardi da più lati, cerchi di capire dove fa male e dove, invece, ti sei abituato a chiamare dolore qualunque intensità.
Le tracce seguono una traiettoria riconoscibile
L’infanzia, con la sua grammatica emotiva fatta di legami primari e assenze. L’adolescenza, momento in cui le crepe diventano visibili e il corpo inizia a reagire prima della mente. L’età adulta, che non coincide con una soluzione ma con il tentativo di rimettere ordine senza cancellare ciò che è stato. Il disco si muove lungo questa linea temporale senza nostalgia né revisionismo: il passato osservato con la consapevolezza che certe ferite diventano cicatrici che non guariscono ma che possono lasciar spazio ad altro.
La scrittura di Rosita Brucoli ha un sapore dolce e amaro
Da un lato la tenerezza, che nasce dall’osservazione ravvicinata delle fragilità umane; dall’altra una lucidità quasi spietata, che rifiuta la consolazione facile. In questo equilibrio emerge una domanda che attraversa sotterraneamente tutto l’album: che tipo di figli siamo stati e, soprattutto, quanto della nostra storia continua a parlarci mentre proviamo a diventare adulti? Guardare indietro significa smettere di idealizzare i propri genitori e riconoscerli come esseri umani, fragili, imperfetti, limitati dal loro tempo e dalle loro possibilità.
E ancora: si può perdonare chi ha fatto del proprio meglio senza riuscirci del tutto? Esiste un momento in cui si smette di essere definiti dalla propria storia familiare? E c’è ancora tempo per decidere chi si vuole diventare, anche quando si pensa di essere già cresciuti?
Ne abbiamo parlato con lei.

Dai tuoi testi traspare che sei cresciuta in fretta, soprattutto emotivamente. C’è qualcosa che senti di non aver vissuto con spontaneità e che oggi vorresti recuperare o stai recuperando?
Grazie per la domanda. Sì, hai centrato il punto. Quando cresci in fretta è un po’ come se ti perdi dei pezzi per strada. Quello che sto recuperando è sicuramente una leggerezza che non ho avuto negli anni in cui dovevo avercela maggiormente: la leggerezza proprio su di me e sui rapporti umani, sia relazionale che anche esistenziale. Ma anche proprio nella quotidianità: una leggerezza generale.
In Siamo Stati Guai trasformi il “guaio” in qualcosa che restituisce intensità alla vita. Quando hai compreso che il dolore poteva diventare anche una forma di attaccamento alla vita e non solo una ferita?
Io ho capito, avendolo vissuto sulla mia pelle che in qualche maniera dà profondità, e comunque provare un’emozione forte è un po’ come se dopo aver provato quel tipo di dolore tu cercassi sempre quella risposta emotiva. Quindi è un modo per vivere profondamente.
Ho pensato per molto tempo che fosse l’unica via per vivere intensamente: provare qualcosa di doloroso. Invece ora, piano piano, sto riuscendo a capire che posso toccare picchi emozionali anche provando emozioni che non siano necessariamente negative.
Io dico sempre: “se il dolore ti ha reso cattivo, lo hai sprecato”. Secondo te, se non avessi attraversato tutto quello che hai attraversato, saresti così come sei? E in che modo ti ha definita il dolore?
Sicuramente no, non penso che sarei così. Forse sarei più leggera, più spensierata: non lo so, non lo so veramente.
Il dolore mi ha definita, ma ha definito soprattutto la mia empatia. Io ho imparato da subito che sentire l’altro è importante: sentirlo profondamente è un modo di essere connessi anche a se stessi. Credo oggi sia un aspetto molto importante di me e sono contenta di aver coltivato.
Nel disco attraversi tre momenti molto chiari: infanzia, adolescenza/frattura, e poi l’età adulta che prova a rielaborare. È stato un percorso consapevole oppure te ne sei accorta dopo di aver costruito una sorta di autobiografia emotiva?
Grazie per averla definita così, è una bella definizione. Io me ne sono accorta dopo che poi effettivamente tutto aveva un senso narrativo. Mi ha aiutata fare un viaggio fluido: il viaggio che si fa in terapia. Parti un po’ dalle origini, poi capisci dove è nato un trauma e poi lavori sul presente.

Essere figli è qualcosa che non si smette mai di essere. Cosa significa per te oggi sentirti figlia, dopo tutto quello che hai attraversato?
Sì, io mi sento figlia, mi sento figlia, ma sicuramente in una maniera più sana. Perché mi sento figlia dei miei genitori, ma anche figlia di tante altre cose. È perché ho costruito una mia identità che finalmente si è liberata un po’ da alcune dinamiche familiari che ovviamente quando sei piccolo non puoi decidere di cambiare. Prima non lo sai: non sai che cosa cambieresti. Cresci così.
Poi magari uscendo, andando via e camminando nel mondo capisci che esistono tante realtà: ti metti a confronto. Quindi mi sento figlia, ma nell’accezione più sana che ci possa essere. Definirsi figlia, ovvero nata da delle persone — proprio nell’atto del parto: io sono nata da loro, quindi sono figlia loro. Però mi sento figlia anche di tante altre cose: dell’amore per la musica, figlia del mondo… per dire una cosa un po’ più hippie.
Mettere a nudo le proprie ferite in una canzone è un atto di coraggio ma soprattutto di fiducia. Quando scrivi, in chi o in cosa riponi fiducia?
È stato difficile decidere di lasciarle andare, queste storie. Perché tu esponi davvero tanto del tuo privato e poi non sai mai come gli ascoltatori possono rispondere a questo tipo di proposta musicale.
Però nella mia storia — non musicale, proprio di vita — ho incontrato persone che spesso non avevano un “ancoraggio” per raccontare la propria. E nel momento in cui lo facevo io, magari perché ero abituata a farlo grazie alla terapia, avveniva una sorta di magia: trovavano la forza di lasciarsi andare e di aprirsi a loro volta. E quindi ho pensato: cavoli, se succede questo nella vita, coi miei amici, con le persone a cui voglio bene, figurati se io scrivo queste cose. Magari creo uno spazio sicuro anche per la gente che ascolterà il disco. Ed effettivamente è stato così, ma io non ero sicura. Sta diventando un disco che ascolti per sentirti confortato, quasi terapeutico.
Andare avanti è diventato quasi un imperativo: ripartire, reagire, rinascere. Ci concediamo abbastanza il diritto di elaborare quello che viviamo senza sentirci in difetto?
Penso che abbiamo sempre poco tempo per lavorare questo tipo di cose, perché siamo abituati a una società in cui succede una roba e noi comunque dobbiamo andare avanti. La macchina deve continuare a camminare: la macchina del lavoro, le nostre giornate devono continuare a funzionare.
Io credo che un dolore abbia bisogno di tantissimo tempo: magari anni, magari una vita, per essere lavorato. Perché tu lo porti sempre dentro di te: trasformi quel dolore, trasformi una perdita. Non c’è un tempo giusto per parlarne, non c’è un tempo giusto per viverla. Non è definibile.
Cosa ti fa ridere oggi, e cosa invece ti commuove?
Mi fanno ridere i bambini. Mi fanno molto ridere: perché dicono quello che gli viene in mente, sono puri. Paradossalmente è anche ciò che mi commuove, quella spontaneità. Non sono ancora riuscita a separare dolore dalla gioia.
Se potessi lasciare un pensiero a chi oggi si sente un “guaio”, cosa gli diresti?
Gli direi sicuramente di fare terapia e poi di tornare a porsi la stessa domanda.

Che musica stai ascoltando in questo periodo?
Sto ascoltando musica elettronica strumentale. Perché in questo periodo sono un po’ concentrata sul ballare, sul fare, sul corpo che non sulle parole. Sto uscendo un po’ da questa dimensione troppo mentale ed emotiva.
Un viaggio che ti ha segnata e un libro che consiglieresti — o che ti ha ispirata — in generale nella vita?
Un viaggio: i Paesi Bassi. Ci vado “per amore”, perché ho una relazione a distanza. Andare in Olanda per me è diventato qualcosa che mi rimette al mondo. Mi piacciono molto le loro abitudini, i loro costumi, proprio la “caratteristica” dei Paesi Bassi. E sicuramente ha condizionato lo sviluppo di questo disco, soprattutto in alcune sonorità.
Un libro: te ne direi due, ma rimango su questo: “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. È un libro neuroscientifico: parla di casistiche neurologiche di pazienti che improvvisamente cominciano ad avere disfunzionalità molto particolari, tipo che non sentono più le gambe e poi c’è tutto il processo di come questo medico finisce per affrontare questi problemi. Non è leggero, però è interessante.
Torno alle tracce: Non vuoi più drogarti alle feste. Il titolo è crudo, il testo è profondo. Qual è la più pessima decisione che hai preso a una festa? E cosa volevi davvero dire in quel brano?
La peggior decisione che ho preso a una festa è stata restarci, quando io non volevo. Restarci per qualcun altro, per assistere qualcun altro.
Questa canzone parla di una relazione che io ho avuto, che in un certo periodo mi ha messa di fronte a scelte molto importanti, perché ho capito la nostra diversità. Improvvisamente ho visto questa persona nella sua fragilità più totale. È un po’ come se avessi scritto una canzone per lui, una canzone per aiutarlo a liberarsi da una serie di zavorre.
A volte nella vita abbiamo difficoltà a lasciare andare determinate cose anche alcune amicizie. È difficile chiudere dei rapporti, e quei rapporti poi feriscono sempre di più. E allora, è meglio lasciare andare delle cose piuttosto che lasciare andare te. Era questo che volevo comunicare.
E oggi, se dovessi descrivere l’amore con una parola sola senza pensarci quale sarebbe?
Mi viene “insieme”. Però insieme restando diversi: ecco, questo è l’amore.
Stai facendo un tour?
Sì: finisco questa prima parte del tour il 5 marzo a Milano.
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