Tra le immagini che i gioielli evocano scegliamo quella più romantica, romanzesca, vagamente misteriosa che riporta a storie di pirati alla ricerca del tesoro nascosto, perduto, da riportare alla luce, seguendo tracciati di improbabili mappe. Poi l’apertura di uno scrigno, di una scatola o di una cassa. L’improvviso luccichio di pietre preziose svela che il tesoro c’era davvero. Sara Gioielli questo tesoro ce l’ha inciso nel cognome e custodito nella voce.
Gioielli Neri è l’esordio discografico di Sara Gioielli che in otto brani crea delle atmosfere avvolgenti, profonde, scolpite dalla sua meravigliosa vocalità che negli anni ha coltivato e sperimentato in contesti molto importanti fin da bambina, a partire dal Coro delle Voci Bianche del Teatro San Carlo di Napoli.
La centralità della voce nel disco è affiancata dal suono del piano e talvolta anche da cori.
Sarebbe riduttivo però attribuire la riuscita di questo lavoro al solo talento di Sara Gioielli, perché dietro c’è un lavoro di scrittura e composizione di grande spessore, che sperimenta e sfiora varie tendenze musicali, a partire dalla composizione classica, fino a costeggiare il jazz e un certo soul, e a strizzare l’occhio al pop contemporaneo internazionale più raffinato.
I testi scavano nel vissuto della musicista che fa i conti con il superamento di momenti difficili, di fragilità, che però vanno affrontati a superati per conquistarsi sempre più frammenti di consapevolezza e serenità. È in questo quadro che l’ascolto di canzoni come Paramia, Anche Di Giorno, Dove sei?, la stessa Gioielli Neri, diventano delle password di accesso all’immaginario sonoro e cromatico costruito in questo lavoro.
Gioielli Neri è una manciata di canzoni che non cerca facili scorciatoie perché nasce dall’esigenza di raccontare, tirare fuori e portare alla luce una vita interiore intensa. Ascolto dopo ascolto emerge sempre più la sincerità e la forza di questo disco di esordio così importante e differente dal resto del nostro panorama musicale. E allora abbiamo chiesto a Sara Gioielli di raccontarci di più in questa bella chiacchierata.

Allora Sara, piacere di conoscerti e complimenti per questo disco molto bello. Da dove arriva un disco così? Quali sono le scelte che ci sono alla base e quale poi il percorso per realizzarlo?
Ciao Rane! Il piacere è tutto mio e grazie mille per i complimenti! Mi viene da dire che questo disco arriva dalle viscere e dal cuore. È stato tutto molto istintivo: sentivo da dentro la voglia di raccontarmi, di liberarmi da alcune cose del passato. Poi, una volta ascoltata questa intuizione forte, l’ho concretizzata seguendo ciò che le orecchie mi suggerivano. Ci ho messo in totale due anni per realizzarlo ed è stato uno step by step. Prima ho cacciato, poi ho messo a fuoco e, piano piano, l’ho concretizzato.
Anne Briggs, una cantante folk inglese dei primi anni Sessanta, diceva che “per una canzone basta la voce, gli strumenti potrebbero essere anche superflui”, in realtà però poi ci vogliono voci straordinarie e la capacità di saperle usare. Ascoltando il tuo disco ho pensato a quelle parole. So e ho letto che studi da quando sei una bambina, prima il coro delle voci bianche del Teatro San Carlo di Napoli, poi il canto jazz al Conservatorio e nel tempo tante esperienze importanti.
Come è entrato tutto questo nella scrittura delle canzoni?
Negli ultimi anni ho fatto un lavoro profondo di ricerca sulla mia vocalità, cosa che non avevo mai fatto prima, ed è una fase arrivata in modo naturale dopo gli studi sia classici che jazz. Quando lo strumento principale è la voce, lo studio ti insegna soprattutto a fermarti, ad ascoltarti e a dare tempo a ciò che stai costruendo. Tutto questo è entrato nella scrittura in modo diretto.
È stato fondamentale decostruire, liberarmi da automatismi e fare una ricerca sul “cacciare” la mia voce, intesa proprio come gesto umano, primario. Sento che è un processo ancora in corso e che non finirà mai, un po’ come i percorsi interiori. Nella scrittura ho lasciato uscire a flusso automatico quello che sentivo, affidandomi alla voce come strumento narrativo. In questo modo nei brani non è venuta fuori solo la parte compositiva, ma anche il frutto di quello che sono oggi vocalmente.

Gli altri elementi presenti nel disco sono, oltre la centralità della voce, soprattutto il piano e a volte i cori. I pezzi sono nati piano e voce?
Non tutti i brani sono nati allo stesso modo. Alcuni sono partiti dal piano, altri solo dalla voce, e in altri casi le due cose sono nate insieme. Ho avuto stimoli diversi e ho cercato di accogliere quelli che sentivo più potenti dentro di me. Aspettami Altrove, per esempio, è nato da un riff di piano: ero a casa di alcuni amici musicisti, stavamo festeggiando un compleanno e, come spesso succede, ci siamo messi a suonare. In modo spontaneo sono arrivata a suonare quel riff, l’ho sentito subito forte e l’ho registrato.
Dove Sei, invece, è nata completamente a flusso, piano e voce, da sola nella mia stanza, con la foto di mio padre di fronte. Mi piace pensare che mi sia stata donata. Anche Di Giorno è nata interamente dalla voce. L’armonia mi era chiara, ma in quel momento era soprattutto uno sfogo, quindi ho lasciato che fossero la voce, e quello che stavo provando, a guidare tutto.
Come è stato pensare e immaginare i cori nelle tue canzoni questa volta, per te che ne hai sempre fatto parte e magari hai contribuito a dischi o spettacoli di altri?
In realtà è stato molto semplice [ride]! Era già tutto chiaro nella mia testa. Ho cercato di sperimentare, seguendo sempre l’identità e l’energia di ogni brano che stavo arrangiando. Ci sono canzoni in cui i cori hanno funzioni specifiche, accompagnando anche la voce narrante della storia, come in Paramia e Aspettami Altrove. Su Anche Di Giorno, invece, c’è stata un’evoluzione particolarmente speciale. Il brano è stato arrangiato da Gino Giovannelli, che oltre a essere un artista, pianista e arrangiatore straordinario è anche uno dei miei più cari amici. Ho poi realizzato uno dei miei sogni da quando ero piccola: far dirigere il coro a Stefania Rinaldi, la mia “mamma musicale”, e farlo eseguire dalle mie amiche del coro del San Carlo.
Il suono del piano crea atmosfere mutevoli, perfettamente in sintonia con la tua voce, riesce ad andare in profondità verso mondi più cupi, quei chiaroscuri che accompagnano anche le grafiche e le foto del disco sembrano preparare anche all’inquietudine che traspare. Ho percepito un forte aspetto anche emotivo alla base di questo lavoro. È così?
Sì, è così. Lavorare alla parte visiva è stato complesso, ma allo stesso tempo liberatorio anche quello. Quando ho iniziato a lavorare con Davide e Salvatore, feci loro una richiesta: avevo bisogno di scattare nella mia vecchia casa, quella in cui ho dei ricordi con mio padre e dove è finito. Credo che i luoghi conservino le storie e che l’energia di chi li ha vissuti influenzi chi li abita, anche per un giorno. Mi piace immaginare che questa energia rimanga impressa nelle mura, nelle pareti, nella pietra, e continui a trasmettersi a chi entra, influenzando anche la percezione e la creazione artistica. È come percepire la presenza di Dio.

Nei testi si avverte un viaggio verso una sorta di guarigione emotiva, faticosa, complessa, a volte dolorosa da raggiungere ma che poi tende a imparare a prendersi meglio cura di ogni cosa, come se fosse un’esperienza necessaria alla crescita…
Quando ho finito di scrivere tutti i brani, mi sono resa conto all’improvviso che c’è sempre una conclusione o una riflessione. Ripensando a quei due anni e a ciò che stavo affrontando emotivamente, tutto ha avuto un senso profondo. Emotivamente io ero alla ricerca di quello. Sì, è doloroso, però si affronta e in qualche modo prende forma. Credo che la vita ci metta davanti le persone e le situazioni nei momenti giusti, anche quando crediamo l’esatto opposto. E quando si è ricettivi a ciò che accade intorno, la strada interna è meno sbiadita, diventa nitida e illumina. Questa, per me, è l’essenza del prendersi cura.
L’ordine della tracklist rispecchia un poco questo percorso con “Gioielli Neri” e soprattutto “Paramia”, forse più personali, per procedere e concludersi con uno sguardo aperto alla realtà, un canto dedicato al mare …
Si. Non è un caso che l’ultimo pezzo sia proprio Che Gelosia Il Mare. Per me è il brano che racchiude il concetto di “accettazione”: ritrovarsi in solitudine a guardare il mare e riflettere sul fatto che ci sono delle cose che sono e basta, che hanno un senso perché sono come sono, e l’unica possibilità dall’altra parte è accettarle. Tutti gli altri brani hanno una “stanza visiva”, questo no. Questo è aperto. Ho sentito l’esigenza di registrarlo, a Pozzuoli, vicino al mare, per simboleggiare ancora di più questa apertura.
Un’altra cosa che funziona a meraviglia a mio avviso è l’impianto classico delle composizioni che, grazie al tuo modo di cantare e ai testi, diventa molto moderno. Sono tendenze che forse in Italia non sono molto in voga, ma a livello internazionale sono alla base del successo di grandissime artiste…
Sì, per ora non sono ancora in voga, ma secondo me bisogna avere speranza. Sento di vivere in un momento storico in cui la musica sta subendo grandi cambiamenti, sia positivi che negativi, a seconda dei punti di vista. Proprio per questo credo sia importante trovare il proprio modo di comunicare, dando il giusto peso e investendo il giusto tempo nella propria arte. Percepisco anche una crescente necessità di tornare a ricercare nella musica del passato, quella suonata dalle persone, quasi come una forma di ribellione rispetto a questa nuova direzione.

Come corista hai avuto esperienze importantissime, oltre tutte quelle fatte al Teatro San Carlo, sei stata sul palco con progetti di grande successo come Liberato e La Niña ed anche a Pompei, niente meno che con Madonna.
Ci riassumi brevemente come vivi e hai vissuto queste esperienze?
Pazzesche. Riflettendoci c’è una cosa che accomuna queste esperienze, ed è proprio l’energia e la carica che mi hanno dato per credere ancora di più in quello che stavo facendo, per non fermarmi e “andare sempre”. Mi hanno confermato quello che già sentivo.
Quali sono i tuoi ascolti di questo momento e quali quelli che invece ti porti appresso da sempre? Mi riferisco sia a dischi che ad artisti
In questo momento sono in fissa con “Later that day, the day before, or the day before that” di Casey MQ, gli ho anche scritto nei dm [ride] e sto amando anche Lux. Per quanto riguarda gli ascolti di sempre, ci sono artisti di vari generi che mi hanno segnata tanto tipo: Rosalia, Ariana Grande, Alicia Keys, Mina, H.E.R. ma anche Sarah Vaughan, Chet Baker e tanti altri.
In che contesti e in che formazione porterai dal vivo “Gioielli Neri”?
L’idea di base è quella di suonare in duo piano e voce e portare il live in contesti dove viene ascoltato. Non mi prefisso un luogo, sono curiosa di ricevere la risposta dal pubblico senza limitazioni…E poi sarebbe un sogno potermi esibire con un coro, ma tempo al tempo.
Grazie Sara, speriamo di vederti presto in concerto
Grazie a voi !!!
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