Spesso, basta guardarsi intorno per trovare cose da dire, per plasmare concetti da mettere in condivisione attraverso una forma d’arte. È un ragionamento che difficilmente si rivela errato. È quello che hanno fatto Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, le cui parole in questo articolo sono estratte da una nostra recente intervista, e diventano viva voce inerente al progetto Satantango.
Le origini dei Satantango
«Abbiamo sempre fatto musica tutti e due, poi viviamo nello stesso paese e ci conosciamo da quando eravamo piccoli, quindi è venuto naturale mettersi a scrivere insieme, per parlare di quello che ci circonda. Satantango fino a due mesi fa era una cosa molto di nicchia, sia il libro che il film, invece adesso in rapida successione tutti ne stanno parlando. Quindi è una cosa un po’ strana, forse una coincidenza, però in effetti è tutto molto strano, e sta succedendo adesso»
Un nome che, in origine, risponde a un romanzo scritto più di trent’anni orsono da Laszlo Krasznahorkai, premio Nobel per la letteratura 2025. Che è diventato, poi, un film di oltre sette ore, firmato dal regista Bela Tarr, scomparso di recente.

Tante notizie che finiscono per incrociarsi attorno un concetto
Una parola chiave che accomuna, anche perché c’è un senso condiviso tra le prospettive della periferia ai confini di Cremona (il luogo geografico vissuto dai Satantango) e l’agglomerato che si colloca ai margini delle grandi città e finisce nell’oblio (luogo protagonista della prosa di Satantango). Questo il parallelo che ha fatto scattare la scintilla dell’urgenza creativa.
«Ogni pezzo l’abbiamo fatto in modo diverso, non c’è un metodo e dipende da quello che salta fuori in quel momento. Alcune canzoni sono venute di getto, altre ci abbiamo lavorato alternandoci per sviluppare strumentale e linea vocale»
Tutte le province si somigliano, oppure in realtà hanno tutte caratteristiche peculiari, ma un senso condiviso. Proprio per questo l’importanza di riconoscersi amplifica il peso specifico di un percorso di musica inedita.
Si arriva così a Satantango (il disco), pubblicato lo scorso 21 novembre in formato digitale e con un’edizione in vinile di imminente disponibilità. Otto tracce che sono sintesi di una fase artistica, di scenari e frammenti del vissuto quotidiano.
«In generale [ci hanno ispirato, ndr.] i capisaldi dello shoegaze, quindi i My Bloody Valentine, Slowdive, Cocteau Twins, ma anche tante altre ispirazioni, in questo disco c’è la nostra identità e tutto quello che è il nostro background»
L’avvicendarsi dei brani durante l’ascolto mostra chiare influenze ma, in modo ancor più evidente, la volontà di elaborare un percorso proprio, autonomo e originale. C’è un equilibrio tra disillusione e realismo che non smette di ricercare quell’elemento magico, quella scintilla che aggiunge stratificazioni sognanti ed eteree alla fitta coltre di saturazioni alternative rock.

Il disco eponimo e la collaborazione con Dischi Sotterranei
Sono estremi che si trovano, sulla via di un prog mai finalizzato all’autocelebrazione, ma aperto a chi può riconoscersi in queste istantanee ingrigite. Un concept articolato, che Dischi Sotterranei come label ha deciso di valorizzare e supportare.
«Tra le varie etichette sicuramente era quella più affine a quello che volevamo fare. Loro [Dischi Sotterranei, ndr.] lasciano molto liberi e sono rispettosi del lavoro che vuole fare l’artista, non si impongono, abbiamo avuto totale libertà su tutto e questa è una cosa impagabile»
Ma le suggestioni non si fermano solo all’udito, coinvolgendo il visivo per favorire una percezione amplificata e con molteplici stratificazioni attorno la progettualità dei Satantango. I toni desaturati e rarefatti dei luoghi suburbani si tramutano anche in energia immaginifica, ben rappresentata dalla centrale idroelettrica dismessa, protagonista della copertina del disco.
«Per me è inscindibile la parte estetica e visiva con la parte di significato, musicale. Oggi è molto importante trovare un legame tra musica e immagine, avere già tutto chiaro aiuta molto nella costruzione del proprio progetto creativo»

Le parole rincorrono la strumentale
In registri tesi a ritrovare equilibri nel progredire della tracklist, si alternano tracce la cui componente testuale è molto più presente e articolata, ad altre dove tende ad annullarsi per lasciare libera interpretazione. Queste diventano un momento dove chi ascolta può aggiungere il significato squisitamente personale alle scelte compositive adottate in fase di registrazione.
«Ci piace l’equilibro fra testo e strumenti, abbiano canzoni più verbose che però si compensano con quelle dove la voce è più centellinata. Abbiamo cercato di tenere entrambe le cose, partendo dalle prime canzoni che abbiano scritto, “9.11” e “Cinema Tognazzi”, per poi mettere in tracklist le altre, finalizzate una dopo l’altra. È stato tutto molto naturale, il disco aveva già una chiara direzione»
Ascoltare dall’inizio alla fine. Fare tutto daccapo.
Satantango apre uno squarcio su realtà lontano da luci, frenesia e caos. Si mette ordine fra tumulti interiori il cui sviluppo, in modo plastico, rende concreti dei suoni che trascendono i decenni. Scelte espressive che arrivano attuali, vere e con molte cose da dire, altrettante in cui ritrovarsi.
Perché ognuno porta dentro almeno un pezzetto di provincia
A prescindere dal luogo che si trova a vivere: dalla grande metropoli fino all’eremo incontaminato, con tutto quello che c’è in mezzo.
«Stare lontano dalle grandi città ci ha aiutato molto anche a livello artistico, stare un pochino fuori dai grandi centri è stato uno stimolo. Per il momento è bello quando ci vai e poi alla sera torni a casa»
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