Non tutta la nostalgia nasce dal ricordo: alcune sensazioni sembrano esistere ancor prima della memoria. Da un tempo che non ricordiamo, eppure continuiamo a riconoscere. Come se certe emozioni ci venissero consegnate in anticipo, prima ancora di imparare a nominarle. Restano lì, sotto pelle, a lavorare in silenzio, semplicemente perché sono inscritte dentro di noi. “Cose fatte prima di nascere” disco d’esordio di Simone Famiglietti, uscito lo scorso novembre, si muove dentro a questa orbita.
Nelle sue canzoni Simone Famiglietti racconta in modo mai banale di ciò che ci attraversa senza farsi afferrare: legami, luoghi, partenze, un’idea di casa che non coincide mai del tutto con un indirizzo. Di un mondo che si eredita senza averlo vissuto, fatto di voci, gesti, immagini che sembrano appartenere a qualcun altro e invece ci somigliano fin troppo.
Nelle canzoni di Simone Famiglietti convivono più livelli di realtà: quello che si dice e quello che resta sospeso, quello che si prova a tenere insieme e quello che inevitabilmente si spacca. La lingua cambia quando il pensiero vacilla, quando l’emozione si fa più ruvida, quando l’autocontrollo va a farsi benedire.
Il disco pare pure attraversato da una malinconia che non è mai compiacimento. È una malinconia attiva, che spinge al movimento, allo spostamento, in cui luoghi non sono mai solo sfondi: sono tensioni distanze da attraversare e la partenza non promette salvezza, solo la possibilità di non restare fermi.
“Cose fatte prima di nascere” è un esordio che non cerca di presentarsi bene, ma di presentarsi onesto. Di un giovane che si muove in quella sensazione persistente di essere sempre, in qualche modo, tra due rive. Un disco non racconta un’origine: racconta il peso di averne più di una. Lo abbiamo intervistato.

Sei classe 2000 ma ti muovi dentro un linguaggio che guarda molto più indietro: cantautorato, gospel, jazz. Come hai sviluppato questa attitudine?
Ho iniziato a studiare canto a 15 anni, ma la musica è sempre stata presente nella mia vita. I miei genitori cantano – non sono musicisti teorici – e mia madre insegna musica alle elementari. In famiglia la musica è sempre stata una cosa condivisa: con mio fratello cantavamo spesso insieme, anche a quattro voci e completamente ad orecchio. Questo mi ha dato una naturalezza nel cantare che viene proprio da lì.
Il mio percorso artistico vero e proprio è iniziato quando ho incontrato Segwit Jacob Villa, cantante legata all’afro music e alla black music. Mio padre, a mia insaputa, mi mandò a studiare canto da lei dopo averla conosciuta a Sanremo 2015. Con Segwit Jacob Villa ho costruito tutta la mia formazione iniziale: soul, gospel, pop e soprattutto un certo modo di intendere la tecnica vocale, molto legato a quella scuola.
Fino al 2020 scrivevo principalmente in inglese. Provavo anche l’italiano, ma senza una vera maturità o un progetto definito. L’ingresso in conservatorio è stato importante per continuare a studiare e per entrare in contatto con altri linguaggi musicali. Il rapporto con il jazz è stato complesso, perché l’ambiente è molto formale e distante dal mio modo di vivere la musica, ma allo stesso tempo mi ha dato moltissimo.
In conservatorio ho conosciuto anche Simone Matteuzzi, con cui ho lavorato a stretto contatto su questo progetto. È uno dei produttori del disco e con lui c’è stato uno scambio continuo tra cantautorato, jazz e progressive rock. In generale, il Conservatorio mi ha permesso di assorbire molti linguaggi diversi: musica classica, composizione, scrittura per il cinema.
A un certo punto è nata l’esigenza di scrivere in italiano e di fare un progetto che mi rappresentasse davvero. Da lì abbiamo deciso di sperimentare senza limiti. L’EP “Terre del sacramento” è stato un primo passo ancora acerbo. Questo disco, invece, lo sento come il mio primo lavoro pienamente consapevole e soddisfacente.
Per parlare del disco volevo partire proprio dal titolo, “Cose fatte prima di nascere”. Che cosa intendi con questa espressione?
Questo disco parla di tutto quello che ho vissuto fino al momento in cui è uscito. Pubblicare un primo album, infatti, significa “nascere” a livello commerciale. In questo senso il titolo è anche una critica a come viene vissuta la musica oggi.
Io ho 25 anni, faccio musica da tempo, ma per “nascere” davvero devi pubblicare un disco. È una cosa un po’ assurda, ma è così.

I tuoi testi sono intrisi di nostalgia. Kundera diceva che la nostalgia è il sentimento dell’ignoranza, e altri che dicono che il tempo speso a ricordare lo sottraiamo a noi stessi. Tu che ne pensi?
Per quanto mi riguarda, il rapporto con la nostalgia è molto legato al dialetto. Io sono nato a Milano e ho sempre vissuto qui, anche se in modo discontinuo. Tutti gli anni dell’età più importante li ho passati lontano dalla mia terra, dai miei parenti, dalla mia famiglia. Non ho mai vissuto davvero dei miei nonni, in realtà, non ho mai avuto un rapporto continuativo. Col tempo ho sviluppato una sorta di “Napolitudine”, una Napoli mia, costruita anche a distanza.
Per questo non sono del tutto d’accordo con l’idea che la nostalgia sia un sentimento ignorante, o meglio: secondo me è il sentimento più puro, ed è proprio per questo che può diventare “ignorante”. È onestissimo, nel senso che spesso qualcosa di ignorante è qualcosa di non filtrato, di non corretto. In questo senso sì, sono d’accordo: la nostalgia è ignorante perché va oltre il consentito, perché sovraccarica certi ricordi, li porta troppo in alto. Ma è inevitabile.
A proposito di dialetto mi ha colpito il fatto che entri nel testo quando il discorso diventa instabile più che assertivo, come se fosse la lingua dell’incertezza e dell’appartenenza insieme.
Sì, io il dialetto lo uso quando sono molto stanco. Mi esce così, spontaneamente. Vado fiero di quello che ho vissuto qui, anche se ho un accento milanese. Ma quando parlo di cose che mi appartengono davvero, quando racconto certe esperienze, o quando sono arrabbiato, l’istinto mi porta lì. Probabilmente è anche quando mi mancano le parole: con il dialetto riesco a esprimermi in modo più diretto.
In “Whimsical” dici di fare “fragile musica sana”. La musica è un modo per esporti o per proteggerti?
In realtà il titolo “Whimsical” è nato quasi per errore: la traduzione che mi dava era “stravagante”, avevo iniziato a costruirci sopra. Se devo essere sincero, il titolo in sé non c’entra molto, ma mi piaceva tenerlo proprio per quella spontaneità. A me piace sbagliare, e mi piace che anche gli altri sbaglino: mi rende onesto, e spero che questa onestà arrivi.
“Fragile musica sana” per me significa questo: fare musica è esporsi agli altri, è darsi agli altri sapendo che il ritorno potrebbe non essere quello che immagini. Ti esponi, sbagli, corri un rischio, ed è proprio questo rischio che alimenta il senso profondo di quello che fai. Se non mi permettessi di mostrarmi fragile, non avrebbe senso.
L’ho fatto volutamente anche su una base molto movimentata, con suoni in contrasto, una cassa che spinge, proprio per creare un ossimoro. In realtà sto dicendo una cosa molto semplice: sono una persona che cerca certe cose, anche in modo goffo. Ma è proprio quella contraddizione che mi interessa.

In “Andare è ’na cosa bella”, il soggetto sa dov’è casa ma sceglie comunque il movimento. Quindi ti chiedo: andare è davvero una cosa bella?
Assolutamente sì. Già alle superiori avevo scelto turismo perché mi piacevano molto le lingue, viaggiare, scappare. Viaggiare, anche da soli, è fondamentale: ti aiuta umanamente, ti mette davanti a difficoltà reali, ti costringe a tornare a casa cambiato.Nel viaggio trovi tante componenti della vita: la fatica, lo spaesamento, la scoperta.
Forse è per questo che nelle tue canzoni ci sono molti luoghi, ma sembrano più metafore che spazi reali. Anche il mare, per esempio, non è mai un paesaggio da contemplare: è sempre uno spazio “tra”, uno spazio di passaggio. Possiamo leggere questi luoghi come una sorta di ferita geografica che non si rimargina?
Sì, è una sensazione che ho molto chiara. È proprio il sentimento che cerco di usare di più quando scrivo un pezzo. Provo a spiegarlo meglio: quel “sentimento di mezzo”, quello stare tra le cose, è forse il filo conduttore di tutto. Credo che venga dal fatto che sono profondamente affezionato al mare, alla città a cui sento di appartenere, ai miei parenti. Tutto questo insieme crea uno spazio che non è mai definitivo, mai risolto. È lì che mi muovo.
Se potessi scegliere un film a cui fare da colonna sonora, quale sarebbe e perché?
È difficile, però credo “Genio Ribelle”. Un po’ perché è ambientato a Boston, e un po’ per quella paura costante del protagonista di dover esporre la propria fragilità. Parla di viaggi, ma più che altro parla dello stare in un posto che non senti davvero tuo, farlo per affetto, per amore. E poi c’è il tema del contatto umano: il rapporto con lo psicologo, interpretato da Robin Williams, che riesce a tirare fuori la forza di esporsi.
Mi piacerebbe musicare i movimenti, i viaggi della ragazza del protagonista o presunta tale che parte per studiare altrove, o anche i viaggi in macchina degli amici. Non sono grandi viaggi, sono viaggi di quartiere, ma io vivo molto quella dimensione. Io e un mio amico facciamo questo tutti i giorni: ci veniamo a prendere, prendiamo una birra, stiamo insieme.
Stai già portando in giro il disco? Ci sono live in programma?
Sì, ho appena fatto un live a Bologna. I prossimi saranno tra aprile e maggio. L’idea è quella di fare un piccolo tour, soprattutto durante la prossima estate.
E che musica stai ascoltando in questo periodo?
Battisti. Stavo ascoltando Rai Radio 2 e ad un certo punto Luca Barbarossa ha iniziato a cantare “Perché no?” e ho scoperto che fa parte dell’album “Una donna per amico” di Battisti, mi sono innamorato.
Che idea ti sei fatto, invece, della musica mainstream e di quella dei tuoi coetanei?
Sono molto arrabbiato, lo ammetto. Mi dispiace che non tutti rischino davvero. Mi piacerebbe che ci fossero più maestri, più educazione musicale, come succede all’estero. Che si lavorasse sull’arte e sulla cultura partendo dai quartieri, dalle città, per educare le persone alla bellezza. Sono convinto che poi il pubblico si arrabbierebbe: direbbe “com’è possibile che ci proponete solo questo?”.
Mi dispiace per chi cerca solo la fama. Vorrei ci fosse più voglia di vivere di arte, non di usarla. In Italia riescono a farlo quelli che non sono sulla cresta dell’onda, quelli che possono permettersi di sbagliare e rischiare. Oppure artisti che sono mainstream ma non vogliono “diventarlo”: ci passano, ma restano fedeli a sé stessi. Penso a Caparezza, a Giorgia – anche se musicalmente mi interessa di più altro, artisti come ad esempio Marco Castello.
Il problema è che manca educazione agli artisti stessi. Molti arrivano al pop passando da un’educazione rap o underground, e quando fanno cose più consapevoli funzionano, ma quando entrano nel circuito commerciale si perdono e finiscono per amalgamarsi al resto. È una perdita enorme per la musica.
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