Un disco che attraversa, in nove tracce, il mistero della vita e dell’esperienza umana: la lotta interiore tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, la libertà, la solitudine, il lutto, la perdita e la rinascita, l’amore, il coraggio di lasciarsi andare all’imprevisto – nei luoghi nuovi come in quelli che chiamiamo casa – ma anche l’amara consapevolezza che il mondo di oggi non è sempre giusto con chi ama. La fine della guerra, quarto lavoro di Svegliaginevra, uscito lo scorso 6 febbraio, sembra ridestare nella discografia dell’artista campana un’estetica e un sound legati a quella Londra che ormai porta sempre nel cuore, ma con un approccio testuale saldamente ancorato al cantautorato italiano.
«Ogni disco porta con sé nuove consapevolezze». – ci ha raccontato durante la nostra intervista – «Personalmente, con ogni disco, scopro cose di me che non conoscevo e che ho infine accettato esistano. La fine della guerra mi ha insegnato a lasciarmi andare e a seguire quella che è la mia identità artistica. Quindi mi ha dato anche forza e coraggio per sentirmi libera di esprimere sia musicalmente che testualmente quello che avevo bisogno di raccontare».
L’obiettivo dichiarato di questo nuovo album sembrerebbe proprio quello di staccarsi dal mainstream per parlare con la musica, facendo sì che le canzoni abbiano un tappeto sonoro adatto per esprimere poi le tematiche dei testi. Testi che sono rigorosamente, nonostante i propositi dichiarati in un’intervista di qualche anno fa, in lingua italiana.
«Se non avessi la mia famiglia qui, in Italia, penso che scriverei in inglese, come peraltro già ho fatto in passato. L’inglese resta la lingua per me più musicale, dove mi è anche più facile esprimermi. Ultimamente però ho scoperto che la lingua italiana è una lingua complessa ma anche interessante» – continua svegliaginevra – «E che tradurre in poche parole tematiche amplissime con un linguaggio così ricco di sfumature come il nostro diventa un lavoro davvero stimolante. Diciamo che non ho più il pallino di dover scrivere in inglese».

La fascinazione per un’estetica londinese, specialmente anni Settanta, permane però sia nel sound che nella grafica del nuovo progetto.
L’idea della copertina l’avevo da un po’, prima ancora di avere pronti tutti i pezzi del disco. Ho seguito la mia passione per il vintage, per le epoche che non ho vissuto. Londra mi ha sempre affascinata sia per la storia che ha avuto, sia per la libertà, per il poco pregiudizio, per la rivoluzione che ha messo in atto nella musica, con artisti che hanno tratto ispirazione proprio dalla linfa di questa città per scrivere delle opere d’arte incredibili, copertine comprese. Mi piaceva l’idea di associare la copertina del disco, così esteticamente anni Settanta, all’idea di una scrittura che sentivo essere già molto vicina a quell’epoca lì.
In quali termini?
Si tratta sicuramente di una scrittura musicale fuori dalle convenzioni e dalle tendenze. Fuori da quel vincolo che ci porta a dover fare per forza qualcosa che possa andare in trend su TikTok altrimenti le persone perdono interesse. Ecco, io ho pensato che sto facendo musica perché mi piace e, se mi piace, la devo fare nel miglior modo che conosco. Ho allora cercato di fare un disco che riprendesse un po’ a mio modo quelle reference lì: anni Settanta, Inghilterra. Se ci pensiamo anche Battisti l’ha fatto. E anche De Gregori, in strutture un po’ strane, a single verse.
Il disco, partendo da questo pattern di base, attraversa tematiche diverse. Con un faro però sempre acceso sull’amore e sulle lezioni d’amore che tu stessa sembri aver imparato negli ultimi anni.
Assolutamente. Si tratta di una sorta di diario di bordo. Si parte da Caramelle, che narra le prime fasi dell’innamoramento. E si arriva a Voglio quello che vuoi tu, dove il tema è invece amare nella maniera più consapevole e matura possibile. È stato un po’ come mettere nero su bianco quello che ho imparato sull’amore. Voglio quello che vuoi tu si contrappone ad un altro brano, Fino a quando non ti vedo con un’altra. Quest’ultimo parla infatti di un amore tossico, dove ci ostiniamo a pensare che l’unica persona che vogliamo sia in realtà quella che non vuole noi. Voglio quello che vuoi tu propone invece la visione sana di una relazione in cui si comunica e si è se stessi. In cui si accettano i difetti e le paure dell’altro, prendendosi per mano e andando nella stessa direzione, senza ostinazione o controllo.

“La fine della guerra” invece, title track dell’album, esplora i due concetti di guerra e pace sempre all’interno di dinamiche intime e relazionali. O forse lo sguardo si estende anche ai tempi così difficili che stiamo vivendo, politicamente parlando?
Diciamo che avevo la necessità anzitutto di trovare una canzone che racchiudesse tutto il significato del disco. E questa è stata forse la parte più difficile. Ci ho messo un po’ a capire che tutti i brani avevano in comune un processo di metabolizzazione. Il processo cioè di digerire le cose che mi erano successe, venendo a patti con l’imprevedibilità della vita. Significa, in poche parole, affrontare le battaglie quotidiane con l’intento di arrivare alla pace.
Musicalmente parlando, chi ti ha ispirato per questo brano?
Ho pensato tanto a Blackbird dei Beatles. Di questa canzone mi aveva affascinato il fatto che Paul McCartney l’avesse registrata in live session, suonando, cantando e battendo il piede in presa diretta. Mi piaceva molto questo strano coesistere di urgenza ed intimità, spesso due concetti ingiustamente contrapposti. Ispirandomi a lui, ho dunque scritto prima la parte di chitarra e poi il testo, tutto molto di getto. “La fine della guerra” era un verso che si ripeteva, quasi naturalmente. E mi ha fatto subito capire come tutto il disco girasse attorno alla speranza della fine di una guerra interiore. Sicuramente anche l’apocalisse che ci sta attorno, fra guerre, violenza e la forza utilizzata come strumento politico, è una cosa che mi ha molto destabilizzato. Mi ha portato ad essere più riflessiva.
Come stai pensando di portare in tour quest’intimità così sui generis? Chitarra e voce, oppure una formazione più complessa?
Il tour che ho prodotto mi ha fatto selezionare turnisti con lo scopo di dare forma ad uno show capace di valorizzare appieno queste canzoni. E questo anche dopo l’esperienza di alcune aperture. Con i Rovere ho aperto semplicemente chitarra e voce, ad esempio. E mi sono accorta che a livello di comprensione dei testi era più facile per le persone starmi dietro. Stessa esperienza con i Pinguini Tattici Nucleari, nonostante ci fossero un sacco di persone fra il pubblico. Ho pensato dunque ad un trio: batteria e pad, chitarra acustica ed elettrica suonate da me e un jolly fra basso e synth. Vorrei ricreare esattamente lo stesso tappeto sonoro del disco, valorizzando prima di tutto voce e chitarra.
Svegliaginevra porta in tour “La fine della guerra”
- 21.02 – FUSIGNANO (RA) – Brainstorm
- 08.03 – MILANO – Arci Bellezza
- 19.03 – FIRENZE – Volume
- 21.03 – PISA – Backstage Academy
- 25.03 – BRESCIA – Belafonte
- 26.03 – BOLOGNA – Cortile Cafè
- 28.03 – BERGAMO – Ink Club
- 11.04 – BENEVENTO – Reset
- 12.04 – ROMA – CoreTheHub
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