Ci sono tanti artisti che chiamati a spiegare la loro musica dicono di non badare alle mode, di non rincorrerle, salvo poi essere risucchiati dall’irresistibile desiderio dell’algoritmo giusto. Ce ne sono altri invece che non ci badano e basta, facendo parlare i fatti. “Lolito Ceresiaco“, il nuovo album dell’italo-svizzero, ma nato in America, Tatum Rush, ne è un caso esemplare.
Dieci brani per quasi un’ora di musica che mischiano suoni del passato, provenienti dai diversi sud del mondo, con la libertà compositiva ed espressiva di chi mescola sé stesso con i mondi sonori che si porta dentro. E anche il modo di registrare diventa una conseguenza naturale, per nulla forzata, di questo approccio.
Tatum Rush è un viaggiatore vero, con base in Svizzera, ma con la musica che lo porta in giro ovunque.
Ed è anche un viaggiatore del tempo, come quelli dei film distopici, che esplorano mondi ed epoche lontane, tornando con un bagaglio di conoscenze, in questo caso di suoni da far vibrare nelle canzoni che compone. Ed è così che nascono brani con titoli intriganti come Pellaccia d’Asino (con qualche eco di Vinicio Capossela) e ancora Madonna Strega, Paloma, Lingua di Fuoco o Lungomare.
Il suo disco, se restiamo ancorati all’Italia, ad un primo ascolto, ci riporta a Buscaglione e Carosone, alla canzone italiana degli anni Cinquanta. Ma le contaminazioni sono tantissime e allora per entrare ancora meglio nel mondo di Lolito Ceresiaco e soprattutto di Tatum Rush ci siamo fatti una chiacchierata per conoscere meglio lui e la sua musica.

Partiamo dal disco. La prima impressione ascoltandolo è che trasmette una grande libertà, proprio nell’attitudine, una sorta di suonata in presa diretta come si registrava in radio decenni fa, ovviamente ci vuole grande affiatamento e brani ben pensati per arrivare a questo.
Ci racconti un po’ la genesi di questo lavoro?
Mi accorsi, facendo un piccolo tour in duo con un batterista in America del Sud, che alcuni dei miei vecchi brani faticano molto a stare in piedi così spogli. Capii allora che era una questione di composizione, e che una canzone per funzionare va pensata nuda, chitarra e voce. Il vestito viene dopo. Stavo per pubblicarlo proprio così, chitarra e voce. Ma dopo vari concerti estivi con un gruppo che si andava componendo ho voluto estendere il piacere portandolo in studio dove abbiamo registrato tutto su nastro in due giorni. Due take al massimo, quattro microfoni, uno d’ambiente, à la Rudy Van Gelder, come si registravano i dischi jazz degli anni d’oro. La metà dei suoni che sentite incisi provengono da un solo microfono che penzolava dal soffitto.
Nella scelta musicale, si scorrazza in tempi e generi differenti. C’è jazz, swing, cantautorato e tante musiche del sud del mondo. Si intuiscono tantissimi ascolti, pure diversi tra loro.
Da dove derivano? Ricerca, dischi trovati in casa, live ascoltati in giro?
Mi sono ritrovato a riascoltare la collezione di vinili di mio nonno Angelo, che fu cantante da ristoranti di lusso e tassista, in tutta la sua vita, autoproclamatosi “L’ultimo Romantico”. Ho scoperto il bolero, il liscio, i mariachi messicani, i Los Panchos, in generale il “Besamemuchismo” come direbbe l’amico Dorian Monterosa. Il jazz ce l’ho nelle orecchie dalla prima gioventù ma qui forse è venuto fuori un po’ di Chet Baker.
“Lolito Ceresiaco” è un disco che ha una geografia precisa, luoghi di riferimento come il Sentiero di Gandria, e poi il lago di Lugano, insomma i tuoi luoghi, oltre ad alcuni riferimenti letterari. Intanto raccontaci l’origine del nome Lolito Ceresiaco e poi l’idea di far entrare nel disco anche la tua geografia.
Il lago di Lugano si chiama anche Ceresio, da li Ceresiaco. È un nome inventato dalla mia amica artista Concetta Spaziale una sera fra amici passata ad ascoltare appunto le cassette di Claudio Villa appartenenti a mio nonno. Vero, c’è qualche riferimento letterario, soprattutto nel brano dallo stesso nome. Mi piace tirare in ballo scrittori senza chiedere il permesso.

L’altra cosa che si nota immediatamente, durante l’ascolto, è che sei completamente disinteressato alle mode musicali del momento, ma attingi a ciò che senti possa servire per esprimenti al meglio. Questa cosa però immagino possa crearti qualche difficoltà con le etichette o le produzioni invece molto attente a “ciò che potrebbe funzionare”.
Come vivi questo aspetto dal punto di vista artistico e lavorativo?
Come hai ben intuito qui le label son scappate al primo suono di sax. Ho deciso di non pormi nemmeno la domanda di cosa potrebbe funzionare perché questo disco più che scriverlo mi ha scritto lui stesso. E ho voluto seguire una linea rigida simile a quella del movimento cinematografico “Dogma 95” del cineasta Lars Von Trier. Come per esempio registrare tutto in presa diretta compresa la voce, o non sapere quanto durerà il pezzo Maruzzella. Tutte scelte poco commerciali, ma molto appaganti artisticamente. Penso che per come suona è un disco che non invecchierà, perché non ha appigli al presente, forse al passato, ma è piuttosto senza tempo.
Vorrei soffermarmi un attimo sulla cover (e metto cover tra mille virgolette), perché è una nuova vita e una interpretazione originale del brano “Maruzzella”. Quello è un brano che nella versione originale contiene un travaglio e una malinconia che spesso le rielaborazioni successive hanno quasi cancellato trasformandola in una canzone da ballare in piazza. Tu invece hai rielaborato quel travaglio attraverso una rilettura diversa, della durata di un brano prog, che secondo me ne coglie l’animo anche in questa chiave.
Come mai l’hai scelta e come ci hai lavorato per l’arrangiamento?
È un brano che già cantava mio nonno, e che mi ha sempre affascinato per quest’aria stranamente orientale e antica e allo stesso tempo semplice e paesana. Il ritmo con cui ho scelto di farla in verità è ispirato al reggaetton, ma con gli strumenti acustici suona più mediterranea. L’arrangiamento è un’improvvisazione libera con i musicisti al completo compresa la mini sezione di fiati e un percussionista cubano.
La tua è una storia artistica che si basa anche su ascolti di molti anni addietro. Ascoltando la prima volta il disco ho pensato, tra gli italiani soprattutto a Carosone (quello diciamo meno noto, meno commerciale) e anche a Buscaglione. In che “rapporti” sei con il loro lascito?
È ancora colpa di Angelo “L’ultimo Romantico”. È lui che mi ha tramandato l’amore per la vecchia canzone italiana, e ci hai azzeccato, il mio preferito è Carosone. Quando il nonno è morto trovammo un bigliettino in cui chiedeva di far incidere sulla sua lapide “quello che c’è inciso su quella di Claudio Villa”. È già da anni che ho scoperto e che amo quella musica ma questa è effettivamente la prima volta che emerge nei miei brani.

Quali sono i tuoi musicisti e cantautori di riferimento? Quelli che ascolti magari non solo per trarre spunto ma proprio perché ti piacciono?
Ascolto quasi sempre musica dal mondo intero, o i vinili del nonno, o dall’app Radioooo in cui clicchi su un paese, una decade e parte una selezione casuale. In compagnia mi capita di ascoltare musica ultramoderna come pop-rap francese, Amapiano africana o baile funk Brasiliano. A casa ascolto molto jazz ora che sto studiando il sassofono.
Consiglio pop: Theodora – Kongolese sous BBL.
Consiglio free jazz: Sun Ra – The Lady with the Golden Stalking
Guardando anche i tuoi lavori passati si nota e si apprezza la tua capacità di restare di fondo te stesso, pur essendo molto eclettico nelle produzioni. Lolito Ceresiaco però sembra avere le carte in regola per diventare un punto di approdo importante e anche di nuova partenza, tu come lo vivi?
Quando finisco un lavoro non so mai quale sarà il prossimo passo, potrebbe essere letteralmente qualsiasi cosa.
Dicevamo dell’ecletticità, tu hai anche altri progetti artistici, e dunque un calendario “condiviso” con altri eventi (penso al progetto Wanderer). In questa fase porterai live in giro Lolito Ceresiaco? Lo farai anche in Italia?
Quest’estate farò pochissimi concerti per via appunto di un grosso progetto scenico chiamato Wanderer che porterò in giro in Svizzera. Poi vado in Brasile per alcuni mesi. Spero al mio ritorno in inverno di poterlo portare live in Italia, sarebbe bellissimo.
Avevamo parlato di Tatum Rush qui
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