Con 1000%, Umarell continua a trasformare il caos della crescita in materia sonora, mescolando fragilità, ironia e rabbia dentro un disco che sembra stare continuamente in bilico tra confessione e detonazione. Il nuovo album, pubblicato per Dischi Sotterranei, è stato presentato in un Covo Club di Bologna sold out. Il disco racconta quel momento ambiguo in cui si diventa adulti senza sentirsi davvero pronti: il passaggio dalla cameretta al mondo reale, dall’illusione di sentirsi invincibili alla necessità di costruirsi una corazza per sopravvivere.
1000% sembra raccontare quel momento preciso in cui si smette di essere adolescenti senza sentirsi davvero adulti. Quando hai capito che questo disco stava diventando una specie di diario della crescita?
“1000%” è un disco che originariamente nasce come musica per bambini. Stavo ascoltando un po’ dello Zecchino d’oro, perché i miei amici Rainer e Sano hanno scritto per lo Zecchino d’oro e ciò mi aveva molto ispirato. Così ho iniziato a concepire queste canzoni molto infantili, con una scrittura appunto molto naïf. Immedesimarsi nel mio fanciullino mi ha portato a ripercorrere delle strade non molto piacevoli. Quindi, da che doveva essere un disco molto solare e infantile è diventato quasi una psicanalisi del mio passato. Mi trovavo in un periodo della mia vita in cui ero molto confuso, perché stavo facendo ingegneria gestionale e avevo pressioni da parte di mio padre. Per lo stress accumulato ho avuto anche delle ripercussioni fisiche. Tutto ciò mi ha portato a prendere la decisione di renderlo un album autobiografico.

Nel disco convivono rabbia, ironia, paura e bisogno di protezione. Quanto è stato difficile lasciare entrare tutta questa fragilità senza nasconderla dietro il sarcasmo?
Per me c’è sempre un velo sarcastico nei pezzi di Umarell. Perché Umarell in sé nasce come un progetto “dissacrante” in cui mi piace mettere in discussione anche le convenzioni. Non ho cercato tanto di nascondere certe ironie, ma ho anche voluto mettermi a nudo e provare a parlare di come mi sentivo. C’è moltissima intimità in questo disco. Tante cose sono molto private. Ci sono i miei disturbi alimentari, c’è la mia ulcera, ci sono le mie posizioni affettive. C’è stato molto coraggio nel tirar fuori tutto questo, senza mai nascondere la vena ironica nel senso pirandelliano: quella con cui puoi anche pensare.
Il titolo 1000% suona quasi come una formula di sopravvivenza. Essere “al mille per cento” oggi è più una spinta reale o un modo per convincersi a non crollare?
Essere al 1000% è performare, è stare sempre “on top”, cavalcare l’onda senza mai esserne travolto. È il momentum, insomma, ed è tutto ciò che non sono riuscito a fare. Mi ha fatto riscoprire il mio lato umano, perché non si può stare al 1000% sempre. Si deve anche ascoltare il proprio corpo e sentire quello che ha da dire. Io parlavo letteralmente ad alta voce: dicevo quanto ero frustrato e quanto ero insoddisfatto delle mie scelte di vita l’anno scorso. Ho imparato molto ascoltandomi.
Nei tuoi pezzi c’è sempre un contrasto molto forte tra caos e tenerezza, tra esplosione e confessione. È una cosa che nasce spontaneamente o lavori consapevolmente su questi sbalzi emotivi?
Sono felice che si noti, perché io amo molto le canzoni, i film o i media che hanno questi contrasti forti. Amo tanto i Jockstrap (che sono il progetto più seminale per la traiettoria artistica di Umarell) e loro hanno tanti pezzi che partono molto acustici e poi vengono stravolti da 808 e bassi fortissimi. Secondo me l’ascoltatore deve affidare le proprie emozioni all’artista, e questo artista poi sceglie di stravolgerle e giocarci. C’è tanto di questa cosa qui e sì, è assolutamente consapevole.
Sonoramente il disco mette insieme folk, elettronica, autotune, chitarre acustiche, 808 e cori quasi popolari. Come hai costruito questo equilibrio tra organico e digitale senza perdere identità?
Io amo il termine “indietronica” perché mette assieme due parole che mi rendono molto elettrico. L’indie, non inteso come indie italiano, che è un concetto abbastanza obsoleto, ma nel senso di musica indipendente lo-fi. E poi l’elettronica, che ascolto tantissimo. Per questo disco c’era la necessità di far convivere questi due elementi. Amo tantissimo i progetti che li mettono in contrasto, facendoli danzare assieme. Sono soddisfatto di come questi due aspetti giochino nell’album. Io non volevo fare un album così suonato alla chitarra, ma si è rivelata una necessità. Quella classica è uno strumento molto viscerale, se non il più viscerale, per cui è stato bello prendere delle demo che erano acustiche e poi stravolgerle.

Dissacrante è uno sfogo molto diretto contro certe dinamiche della musica contemporanea. Ti senti spesso fuori posto dentro l’industria musicale attuale?
Non è che mi senta fuori posto, quanto più che mi piace puntualizzare, spaccare il capello ed essere abbastanza “vocal”, come si dice in inglese. Sento il bisogno di espormi su certe cose che vedo e che mi fanno impazzire in senso negativo. Di sicuro non mi sento un estraneo, anche perché “industria musicale” è un parolone che ci siamo un po’ inventati. L’ambiente lavorativo è così complesso e vasto che qualsiasi insulto generico rischierebbe di essere vago e qualunquista. Però ci sono tante dinamiche particolari: essendo quello della musica un mondo meno tutelato e più rischioso, dove è più facile prendersi gioco di chi fa questo mestiere, avvengono cose che in altri lavori non esistono o si manifestano diversamente. Per questo in tutti i miei dischi c’è almeno una canzone in cui do sfogo a questo aspetto.
Allo stesso tempo, non mi reputo una pecora nera o un outsider. Sto lavorando e sono contento, ora più che mai, di avere persone che stimo o che ascoltavo anni fa che mi coinvolgono nei loro progetti. Mi piace che il progetto Umarell stia arrivando a più persone; quindi, non sputo nel piatto in cui mangio. Sono grato a Dischi Sotterranei, a DNA Concerti e a Sony Music Publishing: sono le realtà più “burocratiche”, ma sono quelle che fanno andare avanti la macchina
La copertina del disco è fortissima: il vestito di tua madre, il volto oscurato, la “foto della foto”. Quanto conta per te l’imperfezione nel raccontare qualcosa di autentico?
Tutte le copertine dei dischi e l’intero immaginario di Umarell sono concepiti dalla mia testa e realizzati “in casa” con Photoshop. Quando feci il primo disco, Cantiere, non avevo ancora una copertina e pensavo di ingaggiare un fotografo. Poi però ho scaricato il software, mi sono messo a fare due prove ed è uscita un’immagine che mi ha cambiato la vita. Mi ha fatto capire che potevo gestire tutto io, dalle grafiche alle locandine. Rispetto ai lavori precedenti, questa nuova copertina segna un’evoluzione: è molto diversa, meno stilizzata e con meno influenze Pop Art. Molti mi hanno fatto notare che le prime ricordavano lo stile di Andy Warhol, una cosa a cui io non avevo mai pensato fino all’anno scorso.
Questa volta invece preferivo un approccio più orientato verso lo scatto fotografico, perché la musica stessa oggi riflette proprio questo. Mi piace il fatto che sia una foto scattata dal telefono allo schermo del computer mentre ero in ospedale. Significa che ogni vinile o CD prodotto porterà con sé un pezzo di quella storia. È una sorta di cornice nella cornice, quasi un “effetto Decameron”. Volevo che la copertina fosse sporca e imperfetta, con le particelle di polvere ancora visibili sul monitor e il riflesso della luce sullo schermo. È un’immagine estremamente funzionale alla musica che contiene.
Bologna è sempre stata centrale nel tuo immaginario, ma qui sembra diventare più uno stato mentale che una città reale. Che rapporto hai oggi con il luogo da cui arrivi?
Bologna è stata il tema centrale del secondo disco di Umarell ed è una città che continua a formarmi e a regalarmi tantissime gioie. C’è stato un momento, circa un anno e mezzo fa, in un periodo di forte confusione, in cui volevo andarmene via: pensavo a Torino, a Berlino… città che amo molto. Eppure, alla fine mi ritrovo sempre qui, perché per noi bolognesi è difficile staccarsi. Credo che chiunque si trasferisca a Bologna faccia fatica a lasciarla. È una città comodissima, dove se hai bisogno di qualsiasi cosa, ce l’hai a portata di mano. Non è gigante come Roma, è quasi un “paesino” dove tutti si conoscono, nel bene e nel male. C’è un senso di comunità che spesso si perde nelle metropoli più grandi e fredde.
Bologna ha formato me e tutti i miei amici, ma questo nuovo disco, a differenza dei precedenti, è meno “coi piedi per terra” e più calato nella mia testa. È sicuramente il mio lavoro più introspettivo. Mi sono rifugiato molto nel mio interno, non tanto per insoddisfazione verso il mondo esterno, quanto per necessità. Ho dovuto fare una sorta di psicanalisi, dato che sono andato dallo psicologo per la prima volta nella mia vita, un’esperienza che mi ha cambiato profondamente. Oggi più che mai Bologna mi dà tanto, soprattutto da quando ho costruito qui il mio piccolo studio, sempre molto casereccio. Mi rendo conto che più ti esponi, più attiri persone simili a te. Sento di aver creato una comunità bella, connessa e molto unita.
Nei tuoi lavori si percepisce continuamente una tensione tra costruzione del personaggio e bisogno di verità. Quanto c’è di Martin dentro Umarell e quanto invece è diventato un modo per proteggerti?
Il progetto Umarell è nato originariamente insieme a una mia amica che poi ha preso altre strade, ma all’inizio doveva essere un lavoro più collaborativo. Dal secondo disco in poi me lo sono ritrovato interamente tra le mani e ho deciso di portarlo avanti da solo. Questo mi ha richiesto molto coraggio, perché non avevo mai cantato prima e pensavo che per farlo servissero chissà quali doti. Invece, col tempo, ho imparato a usare la mia voce. Più vado avanti, più lo sento mio, anche se fin dal principio l’immaginario era concepito e curato quasi al 100% dalla mia testa.
In questo nuovo disco ho voluto dare sfogo ai miei problemi personali. All’inizio provavo quasi imbarazzo. Mi chiedevo chi mai avrebbe avuto voglia di ascoltare i problemi di un ventenne privilegiato. Poi però mi è tornata in mente una cosa che disse Ketama all’uscita di un suo pezzo molto autobiografico: nell’esporre qualcosa di estremamente personale, alla fine fai il giro completo. È un po’ l’effetto Pac-Man: entri da una parte ed esci dall’altra. Scrivendo qualcosa di così intimo e autentico, paradossalmente diventi universale. Siamo talmente in tanti al mondo che è impossibile che nessuno abbia provato una sensazione simile alla tua.
Ho scelto di pubblicarlo come Umarell perché, a livello sonoro, è il progetto che meglio si presta a un lavoro del genere. In futuro chissà, magari farò musica come Martin Giovannella, un nome che tra l’altro mi piace moltissimo, ma per ora mi sono concesso questo sgarro. Rispetto ai primi dischi, che definirei “situazionisti” perché parlavo di contesti o sentimenti in modo più astratto e inconsapevole, questo album mi ha insegnato un nuovo modo di scrivere: una scrittura terapeutica, fatta per curarsi.

Dal vivo i tuoi concerti sembrano trasformarsi in qualcosa di molto collettivo, quasi liberatorio. Cosa vuoi che resti alle persone dopo un live di 1000%?
Vorrei che “1000%” rappresentasse l’apice di anni di sforzi, sacrifici e lavoro. Il mio obiettivo è esternare dal vivo tutta l’energia del disco e le sensazioni che ho provato l’anno scorso: vorrei trasmettere quella frustrazione in un modo che sia unico per me, arrivando dritto alle persone. Suonando al Covo ho già avuto un assaggio di tutto questo: vedere la gente cantare i pezzi dall’inizio alla fine è qualcosa che un tempo capitava raramente, e mi rende davvero felice.
Sono entusiasta delle canzoni e della squadra che ho al mio fianco. C’è Gumo, il mio batterista, che ha cambiato il volto del progetto. Stiamo lavorando con Giulia Marconi, la nostra violinista, e per alcuni pezzi abbiamo persino un coro che mettiamo su a ogni data, coinvolgendo amici della città o persone del pubblico. Voglio che stiano sul palco con me, perché “1000%” deve essere un’esperienza collettiva: vorrei che la gente la vivesse bene, sia sopra che sotto il palco.
Il tour di Umarell
- 22 maggio – MILANO – MI AMI
- 23 maggio – SIENA – Corte dei Miracoli
- 29 maggio – VERONA – Belle Party
- 27 giugno – FIORENZUOLA D’ARDA (PC) – Vusa! Festival
- 10 luglio – PADOVA – Sherwood
- 16 luglio – VICENZA – Jamrock
- 30 luglio – STRESA (VB) – Stresa Young
- 31 luglio – UDINE – Casaupa
Info e biglietti su www.dnaconcerti.com
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