«Alla fine nessuno si salva da solo e penso che il disco parli proprio di questo. Mi piacerebbe instillare in chi mi ascolta un senso di collettività, che somigli all’amore». Si conclude così la nostra chiacchierata con Willie Peyote, nel modo più inatteso e meno scontato possibile. Perché il suo nuovo album – Anatomia di uno schianto prolungato, pubblicato lo scorso 15 maggio per Turet / Universal Music Italia – sembra parlare di tutto fuorché d’amore, almeno ad un primo ascolto.
A fare eccezione è Burrasca, canzone che parrebbe quasi interlocutoria rispetto all’impianto generale del disco, sia per quanto riguarda il suo sound avvolgente sia per il messaggio che veicola, lontano dal cinismo e dall’analisi critica e talvolta spietata della società, cui Guglielmo ci ha abituati. «Proprio Burrasca è invece il perno dell’album, – rivela quest’ultimo – il pezzo cioè che ha dato slancio all’intero lavoro». Una ballad uscita non a caso già a fine marzo, come primo singolo estratto, e tutta incentrata sull’importanza di avere qualcuno accanto a cui stringersi, quando si affrontano le tempeste di un mare, appunto, in burrasca.
Eppure, l’importanza di questo desiderio è oggi spesse volte messa da parte, in favore di una contingenza nevrotica e iperattiva come quella del mondo in cui viviamo, dove l’assenza di una boa in mezzo alle onde fa il paio con un tempo costantemente minacciato da schianti che, alla fine, non si concretizzano mai. «Viviamo un periodo in cui tutto sembra andare verso la fine senza arrivarci davvero. – spiega Willie Peyote – Si parla di fine delle ideologie, tramonto della civiltà occidentale, crollo del sistema capitalistico, morte del pianeta e talvolta addirittura estinzione della razza umana ma poi, pur di fronte ad un costante ed evidente peggioramento, tutto rimane ancora in piedi».

Assieme a questa considerazione più globale, nel titolo del disco parli anche di “anatomia”, quasi volessi vivisezionare te stesso.
Superati i quarant’anni è quasi doveroso farlo. Ogni corpo umano, il mio compreso, va incontro ad una lenta ed inesorabile caduta, altresì chiamata invecchiamento. Di fronte a questa nuova stagione della mia vita, Anatomia di uno schianto prolungato mi ha permesso di fare i conti con le contraddizioni che mi stanno attorno ma anche con quelle che, in qualche modo, incarno io stesso.
L’universale nel personale e viceversa.
Citando Dutch Nazari: “è nelle piccole differenze che ci si scopre uguali”. Dunque sì, penso che ognuno di noi possa ritrovarsi nelle vicissitudini dell’altro, anche quando sono apparentemente dissimili.
Ad un primo ascolto, questo lavoro sembra permeato da un ritorno preponderante di un sound palesemente anni Novanta.
Si tratta di una reference costante nella mia vita, ma anche di una lingua che sta pian piano tornando nel panorama musicale odierno. La prima traccia per esempio, In cerca di uno schianto, cita senza mezzi termini i Subsonica, veri e propri mentori per me. Nella scelta di farmi avvolgere musicalmente da quel periodo lì c’è dunque tanta gratitudine, ma anche la consapevolezza che una volta arrivati ad un certo punto si è capaci di guardarsi alle spalle con più tranquillità.
“In cerca di uno schianto” è la canzone che accompagna anche i titoli di coda del tuo documentario, “Elegia Sabauda”, uscito ai primi di maggio.
In quel lavoro ho cercato di raccontare il mio rapporto con Torino in maniera sincera e, appunto, grata. Anche Elegia Sabauda, in un certo senso, fa parte dello stesso percorso di rimembranza che citavo poc’anzi, ma soprattutto di riconoscimento delle proprie radici.

Nel disco vi sono alcuni featuring molto ben riusciti, fra cui “Mi arrendo”, scritta e interpretata con Brunori Sas. Anche lui ha un legame molto stretto con la propria terra e le proprie radici.
L’amicizia con Dario è legata a Sanremo 2025, anche se già in precedenza godeva della mia stima artistica. Ho imparato tanto da lui a livello di scrittura: la sua capacità di conciliare una cifra innegabile di contemporaneità alla giusta dose di tradizione cantautorale è qualcosa che ancora adesso mi lascia ammaliato. E dici bene, il rapporto con il sostrato da cui si proviene è dirimente anche nel suo modo di fare musica. Ma lo è per tutti, a mio modo di vedere. Quello che cambia è la scelta di palesarlo o di rinnegarlo, di viverlo con consapevolezza oppure no.
È nata prima la canzone o il desiderio di coinvolgerlo?
Direi che sono nati entrambi parallelamente. E questo vale per tutti e tre i featuring del disco. Non ero insomma alla ricerca di una collaborazione ad ogni costo. Quei brani – oltre a Mi arrendo con Brunori, anche Che caldo fa a Testaccio con Noemi e Air B&B con Jekesa – sono venuti alla luce in maniera piuttosto autonoma e mi hanno subito fatto pensare a questi tre artisti. Quando ho proposto loro il feat, sapevo già che in caso di un rifiuto non avrei coinvolto nessun altro e avrei pubblicato la canzone così com’era, senza il loro contributo.
A catalizzare la riflessione socio-politica di questo lavoro è a mio avviso un brano in particolare: “Luigi”.
Lì si parte dalla vicenda di Luigi Mangione – il killer di Brian Thompson, CEO di UnitedHealthCare – per riflettere su quanto il sistema turbocapitalista dentro cui viviamo riesca a fagocitare anche chi se ne discosta nel modo più estremo e violento possibile. Mangione è diventato meme di se stesso e della lotta senza apparenti speranze che voleva portare avanti, quasi come il Bombarolo deandreiano. La differenza sta nel fatto che Mangione è riuscito nel suo intento, quest’ultimo no. E forse è diventato un simbolo memorabile perché il mondo ne ha letto le intenzioni attraverso la lente di un canone, ancora una volta, più estetico che etico. Mangione è un bel ragazzo. Ma davvero la rivoluzione, oggi, per funzionare deve essere bella?

Oltre a porsi questi quesiti, nel disco trapela però anche il desiderio di non volersi arrendere per forza allo stato di cose che descrivi. Vi è una spinta propositiva su cui forse, in precedenza, il tuo approccio più cinico avrebbe soprasseduto.
La gestazione di Anatomia di uno schianto prolungato è stata fluida e naturale, priva di overthinking. E con naturalezza e fluidità ti dico che il bisogno di riconoscersi nell’altro è qualcosa che va di pari passo con la temperie socio-politica nella quale viviamo. La prima canzone sui cui ho lavorato per questo disco è stata Mi arrendo e l’ultima invece è anche quella che lo chiude, Preferisco non sapere. Già solo dai rispettivi titoli, incarnano entrambe due attitudini che negli anni ho fatto mie ma che qui vengono in qualche modo ‘scalzate’ da brani come Burrasca, in cui credo molto.
L’unico pezzo che parla apertamente d’amore.
Mi piace il fatto che gli antichi Greci possedessero parole capaci di definire ogni sfumatura possibile di amore. C’era l’attrazione passionale (ἔρως), l’affetto fraterno (φιλία), l’amore spirituale (ἀγάπη), l’amore familiare (στοργή) e quello più maturo basato sull’impegno (πρᾶγμα). Ciascuna di queste diverse accezioni del termine è capace, se non di salvarci, perlomeno di farci galleggiare nella burrasca della vita, riconoscendoci come esseri umani caratterizzati da idiosincrasie uguali e dissimili. Alla fine nessuno si salva da solo e penso che il disco parli proprio di questo. Mi piacerebbe instillare in chi mi ascolta un senso di collettività, che somigli all’amore.
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