Il secondo disco di Arianna Pasini, “Danza gentile sull’orlo di una tempesta”, è uscito il 5 giugno per Factory Flaws, con il contributo di Nuovo Imaie e distribuzione di The Orchard. La cantautrice ravennate era già finita sotto la lente d’ingrandimento con Verso una casa del 2024 proponendo un disco raffinato sospeso tra indie rock e qualche prezioso sconfinamento nel racconto popolare.
Se il secondo disco è sempre il più difficile, questo realizza pienamente le promesse del titolo. E lo fa in modo affabile, sussurrato e, al tempo stesso, perentorio. Avete presente la sensazione di assoluta libertà che si prova dinnanzi a una tempesta (fisica, emotiva) quando decidiamo di riderci su ed iniziare a ballare? La leggerezza, la gentilezza come arma per affrontare le difficoltà della vita. Ed è proprio questa postura, più che qualsiasi altro aggettivo, a raccontare i nove brani.

I testi sono rarefatti, intrisi di una speranza vellutata.
Gli arrangiamenti di Fausto e Saverio Cigarini e la produzione di Marco Giudici valorizzano la scrittura di Arianna Pasini, rendendo il disco ancora più moderno e, se possibile, più accessibile a un pubblico più ampio. Rispetto al disco precedente, però, la sensazione è che l’asticella si sia alzata soprattutto per l’ampiezza dei territori sonori esplorati.
L’indie rock del primo disco si è ulteriormente meticciato: potenti sono le liaison con il dream pop (Migrazioni) e con il racconto folk internazionale degli anni sessanta e settanta grazie all’ampio ricorso a strumentazione vintage (elemento già distintivo del debutto, marchio di fabbrica ma ulteriormente arricchito). Scelta che può anche diventare un’arma a doppio taglio: non è questo il caso. È più un atto d’amore.
Si resta spesso sospesi in una nuvola sonora che ci spinge ad interrogarci e guardarci allo specchio senza giudicarci severamente. Ma l’utilizzo di questi suoni non è fine a se stesso o per creare tappeti sonori sterili: il prodotto finale è moderno, calato nei nostri giorni. È un art pop essenziale, che rinuncia agli orpelli orchestrali tipici del genere per affidarsi a pochi elementi timbrici ben scelti: non ci sono tappeti barocchi, né sale da ballo né cristalli: la bellezza è innanzitutto motore dell’anima.

Come Hope Sandoval che racconta la perplessità dei suoi giorni sulle note di un iPhone.
Tutto sembra orientato verso una precisa perfezione estetica ed emotiva: senza voler solcare i mari della banalità, un disco che si apre con una Intro e con l’invito a fermarsi e respirare non trasmette l’idea dell’ennesimo lavoro di plastica, serigrafato, confezionato per riempire una nicchia che nemmeno c’è.
Proseguendo con l’ascolto, si viene avvolti e accolti da storie di vita quotidiana di cui i titoli rappresentano indice e chiave di lettura. La quotidianità come micromondo universale, i confini dei sentimenti umani come ombrello per un’umanità ferita ma ancora capace di danzare sotto la tempesta. Umanità che ha il bisogno di sentirsi parte di qualcosa a cui donare mani tese: i continui richiami alle api, operose e capaci di costruire comunità di protezione, rafforzano questa idea.
Colpisce la narrazione del tempo, sospeso tra l’ineluttabile e la speranza di un giorno nuovo in cui rimettere con certezza i piedi sul suolo. Si cerca un momento di rottura, una crepa, un’esplosione d’incazzatura (e sarebbe umano): non c’è. La gentilezza è una cieca religione.

In copertina vi è un particolare del dipinto dell’artista emergente romagnola Arianna Zama, intitolato “La storia dei cinesi convertiti dagli sputi”. Nell’opera si scorge un vaso di fiori timidamente accennato con segno fine tra le pennellate materiche, accostato a due piccole calzature di un nero intenso. Il contrasto tra la delicatezza del dipinto e il titolo grottesco è coerente con le contrapposizioni sonore e testuali racchiuse all’interno dell’album che si presenta sin dal titolo quasi come un ossimoro.
Dalle didascalie trovate su Bandcamp
Il disco di Arianna Pasini attraversa vite spesso sull’orlo del precipizio ma invitandoci a raccogliere ogni energia per sentirci umani. Il grottesco delle nostre vite è la pressione che ci spinge a sentirci sempre con il volto sporco nel fango. L’ascolto di un disco del genere, antinfiammatorio per chi lo ha scritto e per l’ascoltatore, ci ricorda la forza che ognuno di noi può esprimere e la consapevolezza di non essere mai soli. Anche sussurrare alla luna, piangendo, può spostare le nuvole colme di pioggia.
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