Ci sono dischi che, più che ascoltarli, li incarni. Non perché parlino di te, ma perché sembrano saperti a memoria. Schegge, l’ultimo lavoro di Giorgio Poi, è uno di quei dischi lì: ha qualcosa di liquido e spigoloso insieme, come certe emozioni che si infilano sotto pelle e non se ne vanno, nemmeno quando la traccia finisce.
Ti ci inciampi una notte in cuffia, mentre cerchi qualcosa che non sai nominare. O ti ci infili apposta, tipo quel vestito che conosci a memoria, che ti cade addosso come ti senti davvero. “Schegge” è qualcosa di indefinito e chiarissimo insieme. Una raccolta di esplosioni piccole, private e allo stesso tempo cosmiche. Tipo quelle che ti fanno tremare una sola ciglia, ma che ti cambiano le orbite, il modo di guardare.
C’è dentro la materia del tempo – quello che passa, quello che esplode, quello che ricomincia. C’è la solitudine, ma anche la dolcezza di certe promesse sussurrate al buio; un amore che finisce e invece di morire si disperde, come polline nell’aria. C’è la malinconia delle cose vere. E una lingua, musicale e letteraria insieme, che non gioca a fare l’indie, lo è davvero: autentica, disordinata, piena di bellezza.
Lo diciamo subito: questa non è una recensione.
Non ci interessa spiegare l’album traccia per traccia, né fare la radiografia ai testi o agli arrangiamenti (che sono, peraltro, notevoli – ma se ci sei dentro, lo sai già). Abbiamo fatto un’altra cosa.
Giorgio Poi non scrive solo canzoni. Scrive stati emotivi che sembrano playlist per momenti mai raccontati: la fine di qualcosa, la malinconia prima di un inizio, l’amore che non sai più dove mettere, ma nemmeno vuoi buttare. È una collezione di ti amo ma non so come dirtelo, di resto ma sono già andato via.
Quindi abbiamo preso queste canzoni come si prendono certi sogni dopo averli fatti: li abbiamo raccontati attraverso le immagini che ci hanno evocato. Ogni brano è diventato una piccola galassia fatta di parole, suoni, visioni. Un libro. Un film. Una città. Un paesaggio. Una serie tv. Una poesia. Una scena che abbiamo vissuto e ci è rimasta appiccicata addosso.
Siamo in tre – Carmen, Filippo e Francesco – e abbiamo ascoltato Schegge ognuno dal proprio punto di frattura. Con le nostre biografie, i nostri gusti, i nostri traumi sentimentali e le nostre playlist del cuore.
Quello che ne è venuto fuori è una mappa emotiva. Un atlante personale. Un modo diverso per dire: questa musica è anche nostra. E magari anche tua.
Non è una guida, non è un commento tecnico, non è nemmeno una playlist estesa: è il nostro modo per dirvi che “Schegge” parla anche di voi. Perché, spoiler: siamo tutti un po’ esplosi. E va bene così.

“Giochi di gambe” mi fa pensare a “Una giornata particolare“, ma diretta da Céline Sciamma.
Tutto è lieve, eppure tragico. Un passo falso può cambiare la coreografia del quotidiano. È il momento in cui ti rendi conto che l’amore è anche una questione di equilibrio, ma che non basta avere fiato per stare al passo: bisogna anche sapere quando fermarsi. Io, per esempio, inciampo spesso. Poi ci scrivo sopra.
“Nelle tue piscine” è come Her, ma senza l’estetica pastello. Questa è la parte in cui ti rendi conto che l’altro non ti guarda più, anche se ti chiama ancora amore. Le piscine sono la promessa di un tuffo che non arriva mai, un luogo artificiale dove l’acqua non disseta e il blu è troppo chimico per somigliare al cielo. Come in certi quadri di Hopper, anche qui si resta a bordo, con la pelle secca e gli occhi pieni di cloro.
“Uomini contro insetti” sembra un episodio di Black Mirror scritto da Kurt Vonnegut. L’assurdo come unica forma di verità. È il momento in cui ti rendi conto che le relazioni non sono guerra dei sessi, ma errori di protocollo emotivo, tra due specie che si studiano da secoli senza capirsi mai. Io, a volte, mi sento più scarafaggio che donna. Ma non lo dico mai ad alta voce. Ops…
“Non c’è vita sopra i 3000 kelvin” sembra una lezione di fisica dei sentimenti.
Come se Frida Kahlo e un ingegnere della NASA si fossero scambiati le lettere d’amore. Oltre i 3000 kelvin non c’è vita, ma c’è tutto il calore che non ci siamo concessi. Un po’ Lost in Translation, un po’ I’m Thinking of Ending Things. Un titolo così te lo tatuerei sul braccio sinistro, quello del cuore. Poi mi ricordo che è già occupato.
“Les jeux sont faits” è una frase da film francese, detta con la sigaretta in bocca e le mani sporche di passato. Mi ricorda La Nouvelle Vague, Godard, ma anche La solitudine dei numeri primi. Il gioco è fatto e io ho perso, ma almeno ho giocato. O forse no. Forse mi sono solo fatta giocare. (Alberoni ci avrebbe scritto un saggio intero).
“Schegge” è Montale, è Cristina Campo, è il momento in cui ti restano in mano solo i cocci delle parole che non hai detto. “Schegge” è l’anatomia poetica della rottura. La canzone più dolorosa, ma anche la più vera.
“Tutta la terra finisce in mare” è una frase che potrei trovare in una poesia di Mariangela Gualtieri o in un dialogo di Before Sunset. È la resa finale. È la scena in cui lei parte e lui resta, e non c’è musica. Solo il suono dell’acqua che inghiotte le cose. Anche me.
“Un aggettivo, un verbo, una parola” mi ha ricordato Paterson di Jim Jarmusch. La poesia del dettaglio, la grammatica delle emozioni. Le parole sono materia viva, e anche un aggettivo sbagliato può spezzarti. O salvarci. Io scrivo per non dimenticare, anche se poi dimentico lo stesso.
“Delle barche e i transatlantici” è la Carmen che pensa a Virginia Woolf, e anche un po’ a Titanic (ma solo per l’orchestra che suona mentre tutto affonda). È una riflessione su chi resta e chi parte. Io sono la barchetta che sogna di essere transatlantico, almeno una volta.
Carmen Pupo

“Giochi di gambe” mi fa pensare a un film del 1935, Captain Blood (scoperto per caso su una tv privata laziale).
Medico, poi pirata, avventuriero in cerca di tesori e alla fine innamorato: sposa la nobildonna che l’aveva salvato dal mercato degli schiavi. Spingere le proprie navi nell’oscuro e poi desiderare solo il cuore di una donna bellissima. Le schegge della nostra vita che alla fine prendono forma nella normalità.
“Nelle tue piscine” mi ricorda l’attesa di Andrea Sperelli per Maria Ferres, ne Il Piacere di D’Annunzio. Tutto è Lei, ogni racconto, ogni volto ed ogni angolo di Mondo. Lui, che ha fatto dei suoi passi opere grandiose, ora non ha più trame o strofe. È tutto fermo: non ha più nulla da raccontare in un mondo che continua a tossire e chiacchierare.
“Uomini contro insetti” mi riporta a un vecchio episodio di Ai confini della realtà in cui gli uomini arrivano su un pianeta abitato da esseri giganteschi, e il loro modo di vedere il mondo cambia completamente. Di colpo tutto è complesso: loro sono gli insetti, e ogni attimo è un pericolo. Gli sfortunati astronauti perdono ogni punto di riferimento. La nostalgia è tutta per il mondo da cui provengono. Tutto è capovolto, e le regole di vita, stravolte.
“Non c’è vita sopra i 3000 kelvin” mi ha fatto tornare alla mente un fumetto letto quasi due decenni fa: “Gridare amore dal centro del mondo”.
Un amore che va oltre la morte, un amore totalizzante. Lui che, a un certo punto, con lei morente, analizza cosa fare: andare avanti o fermarsi. Oltre il dolore, oltre ciò che è lecito. Ma a un certo punto, tutto è oblio, buio.
“Le jeux sont fait” è la mia traccia preferita, anche se l’associazione è molto mainstream: Se mi lasci ti cancello. Non c’è molto da ricamarci su: gli amori finiscono e diventano cenere. Sarebbe bello non averne alcun ricordo e poterli cancellare. Ma non è così.
“Schegge” mi ricorda il Titanic, la profondità dell’abisso. Nessuna parola, solo vite spezzate. Sogni, amori, debolezze. Se fossi così coraggioso da immergermi per vedere il relitto, sarebbe la giusta traccia per ricordarmi di quelle vite.
“Tutta la terra finisce in mare” mi fa pensare a “The Notebook“.
Tutti i grandi amori finiscono. Non è molto centrato con la trama del romanzo/film, ma su quel letto, i due amanti stavano davvero per finire nell’oblio del mare. Sarebbe stata un’ottima traccia d’addio.
“Un aggettivo, un verbo, una parola” mi ha ricordato Nana e Ren nel famosissimo fumetto di Ai Yazawa. Seppur lontani, Ren suonava e scriveva canzoni per poter essere vicino. Il potere salvifico della musica. Una storia d’amore non a lieto fine, ma loro due mai veramente lontani.
“Delle barche e i transatlantici” chiude il disco: mi sono balzate subito agli occhi le paure di Stefano Accorsi ne L’ultimo bacio e le sue vane speranze di un mondo nuovo (emotivamente parlando). Tutta la traccia è profondamente sospesa tra quel che si ha e quel che si vorrebbe avere, tra gli amori veri e quelli sognati.
Francesco Pastore

“Giochi di gambe” è quella sensazione ben precisa dell’ultima cena in viaggio durante le vacanze estive, prima di tornare alle abitudini quotidiane.
La netta consapevolezza di essere inscalfibili, non capire com’è possibile che certe volte ci si possa sentire tristi, demotivati, sovraccaricati, se poi alla fine la vita è questa. Autoconvincersi, per un altro anno, che niente può farmi male, e se proprio capita, è perché niente è quello che cercherò.
“Nelle tue piscine“ mi ha ricordato una poesia di Matthew Olzmann, Mountain Dew Commercial Disguised as a Love Poem. La canzone però è un secondo episodio, con i sogni andati in frantumi e la fine della relazione. Il brano e la poesia però condividono un’idea di amore terreno, concreto, che dimostra che, quando trovi la persona giusta, è la cosa più semplice del mondo.
“Uomini contro insetti“ mi fa venire in mente il Qoelet (forse sono ancora gli strascichi del conclave che mi porto dietro) e quel periodo della vita in cui mi avventuravo dentro i testi sacri alla ricerca di Dio. La protagonista della canzone non è riuscita a trovarlo, e mi piacerebbe capire dove l’ha cercato, se aveva delle morfologie predefinite con cui poterlo riconoscere, o se invece è andata alla cieca.
“Non c’è vita sopra i 3000 kelvin“ mi riporta al quarto episodio della terza stagione di Bojack Horseman, Fish out of water.
Sì, perché come sopra i 3000 kelvin, nemmeno sotto il mare ci può essere vita. O meglio, c’è vita per i pesci e c’è vita per i sub, ma non c’è la vita che abbiamo sulla terra. Non si parla. Un grande amore di poche parole, sei così nuova, così europea, e fai con me quello che la luna fa con la marea – magari Bojack glielo avrebbe detto, a Kelsey. Ma né lei, né noi, lo sapremo mai.
“Le jeux sonts faits“ è un brano che mi mette in difficoltà, per il quale faccio fatica a trovare associazioni adatte. Un testo che narra di un disamore quasi “pavesiano”, con la morte che infesta il brano intero, dal diventare cenere a quella dei musicisti. Una melodia che però a tratti è forzata, con accenti ripetuti nel ritornello alla ricerca di un’eccessiva orecchiabilità che diventa quasi una litania, che quando riparte la strofa si tira quasi un sospiro di sollievo.
“Schegge” è un viaggio in nave da una costa all’altra quando il mare è calmo, non fa freddo, e il vento soffia con la veemenza giusta per non sentire le persone intorno che fanno rumore e costruirsi un intorno ovattato.
“Tutta la terra finisce in mare“ è un brano onirico, la colonna sonora per chi ha la testa fra le nuvole. E mi vengono in mente le passeggiate di Amélie Poulain tra le strade di Parigi.
“Un aggettivo, un verbo, una parola” parla la lingua di certi versi di Michele Mari, a sradicare i significati letterali ed etimologi e trasformarli in nuovi pensieri.
E poi c’è l’epilogo, “Delle barche e i transatlantici“. Un brano etereo, lento, con un pre-ritornello che solletica la pelle e fa crescere dei piccoli brividi che non esplodono, perché l’inciso non arriva, ma che rimano lì durante tutto il pezzo. Che mi fa venire in mente tante scene, tanti momenti, tante poesie, ma la verità è che certe canzoni, io credo, esistono da sole. E da senza pensare ad altro, vanno ascoltate.
Filippo Colombo
Il tour estivo in Italia
- 1 giugno – Rovereto (Tn) – Poplar
- 6 giugno – Lucca – WØM Festival
- 13 giugno – Roma – Forte Antenne (SOLD OUT)
- 14 giugno – Arsita (TE) – Dlen Dlen Festival
- 15 giugno – Caserta – Parco Maria Carolina
- 22 giugno – Ivrea (TO) – Apolide Festival
- 04 luglio – Soliera (MO) – Arti Vive
- 09 luglio – Arezzo – Men/Go Music Fest
- 12 luglio – Centobuchi (AP) – Cassandra Fest
- 18 luglio – Sarroch (CA) – Sa Rock
- 24 luglio – Corigliano d’Otranto (Le) – SEI Festival
- 1° agosto – Mogliano Veneto (TV) – Summer Nite Love Festival
- 13 agosto – Lamezia terme (CZ) – Color Fest
- 29 agosto – Cuneo – NUoVO Festival
- 12 settembre – Roma – Spring Attitude Festival
- 13 settembre – Bologna – GoGoBo
No Comment! Be the first one.