La porta è socchiusa, non abbastanza da poter vedere chiaramente dentro, ma quel tanto che basta per intuire che qualcuno c’è stato o forse c’è ancora. Non è una stanza ordinata, non è quella stanza che mostreresti agli ospiti. È uno spazio abitato in fretta, attraversato più che vissuto, dove le cose restano dove sono cadute. “La ragazza che suonava il piano”, secondo EP di Prima stanza a destra uscito il 6 marzo, comincia da un interno che non si lascia mettere a posto.
L’indie italiano ha sviluppato una certa abilità nel rendere immediatamente leggibili le emozioni: pochi elementi, immagini riconoscibili, una grammatica condivisa che permette di entrare e uscire dai dischi con una facilità quasi sospetta. Funziona, spesso anche bene. Ma raramente lascia qualcosa che resista oltre al primo impatto.
Questo disco si muove in direzione opposta
Non cerca di rendersi comprensibile in fretta, non prova a semplificare ciò che racconta. Al contrario, costruisce uno spazio in cui le cose restano leggermente fuori fuoco, abbastanza da costringere chi ascolta a fermarsi un momento in più o ad andare avanti.
Il punto non è l’urgenza, ma il modo in cui viene trattenuta. Le canzoni nascono velocemente, quasi di getto, come racconta l’artista, ma non si esauriscono nello slancio iniziale: si fermano prima di chiudersi davvero. Non c’è fretta di arrivare, né bisogno di trasformare subito un’intuizione in qualcosa di compiuto.
A quel punto anche il nome smette di sembrare una suggestione. È quella in cui entri quasi per caso e da cui non esci subito, anche se non sapresti dire perché. Non è centrale, non è evidente, ma è quella che ti mette comodo.

Dentro questo spazio, la musica si muove con la stessa logica
Non punta mai al centro, evita la soluzione più diretta, resta in una zona intermedia in cui le cose potrebbero chiarirsi ma non lo fanno. I suoni si stratificano senza diventare ingombranti, le melodie si aprono senza cercare l’effetto e la voce rimane sempre leggermente arretrata, come se non volesse chiudere il senso di quello che sta dicendo.
Anche la figura evocata dal titolo funziona così
La ragazza non è una presenza definita, non è un personaggio da afferrare. È qualcosa che continua a spostarsi, che cambia posizione senza mai fissarsi davvero. Ed è proprio questo movimento a tenere insieme il disco, più di qualsiasi tema dichiarato.
Il vero merito del lavoro non sta nella sua “maturità” ma nella capacità di restare aperto senza disperdersi, di esistere come processo più che come risultato.
Alla fine, la porta resta com’era all’inizio: socchiusa. Non perché ci sia qualcosa da proteggere, ma perché aprirla completamente significherebbe tradire la natura stessa di questo spazio.
Un palazzo qualsiasi, di sera. Le luci accese una dopo l’altra, la vita che scorreva quasi uguale in ogni appartamento. E in una di quelle finestre, la prima a destra, una stanza ancora in disordine.
Dentro c’era una ragazza che suonava il piano.
Il Club tour di Prima stanza a destra
20 marzo – Arci Bellezza – Milano22 marzo – Locomotiv – Bologna24 marzo – Monk – Roma- 26 marzo – Duel Club – Napoli
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