Elogio disinteressato: del perché dovremmo tutti voler bene ai Tropea

Verso la fine dell’anno, una delle ultime trovate delle menti che stanno dietro a Spotify è stata quella di proporre agli utenti più o meno affezionati un recap virtuale e personalizzato del proprio “decennio in musica”, oltre ad una sezione dedicata ai brani preferiti del 2019 – “Realizzata per te”, e, poco sotto, “Unicamente per te” (ok Spoty grazie, credo di aver capito).
Ricordo che, se rispetto alla prima classifica non ebbi grandi sorprese, la seconda invece mi stupì, e non poco. Nella top 5 compariva infatti Collapse dei Tropea.

Mi ci volle qualche minuto per realizzare che effettivamente io quella canzone lì, in una certo periodo della mia vita – anzi, del “mio 2019 in musica” – l’avevo ascoltata talmente tante volte da consumarla. Devo ammettere che mi succede spesso. Il fatto cioè di andare in fissa con un pezzo e di iniziare a spararmelo in cuffia in maniera compulsiva, consapevole allo stesso tempo che a questa fase di attaccamento quasi morboso per forza ne dovrà seguire una di distacco netto, violento, repentino. Avere la certezza che da quella stessa canzone mi terrò alla larga per un bel po’. Sapere che non potrebbe andare diversamente.

E sì lo so, è strano a dirsi. Ed è strano pensare anche che tutto questo possa accadere in un arco temporale tanto ristretto. Eppure è così. E se mai qualcuno dovesse esser sfiorato dall’idea di chiedermi perché, beh, probabilmente gli risponderei come in certe occasioni si risponderebbe ad un bambino: perché sì.

Comunque sia, questo “regalo” che Spotify ha deciso di fare a noi tutti, un merito nel mio caso l’ha avuto. Quello di rifarmici avvicinare alla canzone in questione e, giocoforza, ai Tropea.

Mi piace definirli dei “cazzoni premeditati”, nel senso che quando li si vede salire sul palco è facile arrivare a chiedersi: “Ma questi da dove cazzo saltano fuori?”. Però poi li senti suonare e capisci subito che dietro, o meglio, alla base, qualcosa ci sta. I loro live per me hanno funzionato da conferma, sono stati in grado di dare ancora più consistenza ad un giudizio già di per sè entusiasta che, quasi a pelle, mi ero fatta di loro.

Forse però c’è di più. C’è che io ai Tropea credo proprio di volergli bene. E gli voglio bene perché penso di potermici riconoscere e perché penso che la stessa cosa possa valere in potenza anche per tanti altri come me e non solo. Un po’ l’ho capito al MI AMI, edizione appena passata. Vederli lì in mezzo alla ressa e percepire immediatamente il loro far tutt’uno con l’ambiente milanese e il mostrarne contemporaneamente le contraddizioni.

La Milano che tutti ci vanno perché “è lì che le cose succedono”.

La Milano che però è anche l’emblema più immediato e a portata che abbiamo dell’ossessione dell’apparire, dell’apparire in un certo modo, ovvio. Del frequentare i posti giusti, le persone che contano. Del sublimare attraverso il mostrarsi sui social tutto ciò che ci rendiamo conto che della nostra cazzo di vita non ci soddisfa appieno, tutto ciò che non funziona come vorremmo. Che alla fine siamo gli stessi che nei momenti di presaammale totale ci rincoglioniamo volutamente con Netflix perché se mi frastorno in qualche modo almeno riesco a non pensare, a spegnere il cervello, a dormire.

Siamo gli stessi, che altre volte si sentono in dovere di trovarsi lì dove (in)direttamente viene richiesto di stare, di essere al posto giusto nel momento giusto perché le opportunità bisogna coglierle al volo che il treno passa una volta sola e poi non torna più, almeno non per noi.

Io ai Tropea credo di volergli bene da quella volta in cui appiccicarono sul collare per la cervicale di una mia amica un arcobaleno, pochi giorni dopo aver fatto insieme un incidente, mettendosi poi a scarabocchiarlo come di solito fanno alle medie i compagnucci di classe quando uno di loro arriva a scuola con il gesso attorno a qualche arto, dopo una brutta caduta. Piccoli, grandi cazzoni premeditati.

Foto di Lorenzo Arrigoni / Courtesy of MI AMI Festival

2 Comments

  1. Fabrizio 21/01/2020 at 3:46 pm

    Daie per quello che viene detto, su cui sono stradaccordo, e sui cui è difficile non esserlo; dispiace un po’ per la forma che è un po’ involuta, secondo me. Cieo


    1. Alessandra Faccini 21/01/2020 at 9:27 pm

      Per forma un po’ involuta cosa intendi di preciso? Che ho paura di non aver capito troppo bene ahah


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