Surfando sulla maresia brasiliana dei Selton

In una scena musicale composta talvolta da meteore, da nomi che durano poco più di una stagione, da hitmaker seriali spremuti fino all’osso per poi lentamente eclissarsi, i Selton sono ormai un punto fermo. Gringo Vol.1 è il settimo album in studio del trio italo-brasiliano composto da Ramiro, Daniel e Dudu. Una band che è anche un luogo, un punto di incontro tra due culture tanto definite quanto diverse. Il Brasile delle origini da un lato, l’Italia, e nello specifico Milano e i panorami urbani di Loreto, dall’altro.

I Selton sono una band del buon umore.

Da anni mescolano sound latini a rimandi cantautorali, e hanno il dono di sapersi prendere poco sul serio – basta pensare a brani come Pasolini. Sono una band che è da sempre aperta a collaborazioni e contaminazioni. Non solo quelle geografiche, di cui parlavo sopra. Mi riferisco soprattutto alle incursioni degli artisti, prima di tutto amici, nei loro brani. Non solo con la classica forma del featuring, ma anche, per esempio, tramite EP registrati appositamente in dialogo – penso a Beats from the Lido, che uscì nel 2018 – o tramite campionature o altre presenze più nascoste, come quelle che hanno sperimentato nel nuovo disco.

Tutto questo, però, non significa che la musica dei Selton sia necessariamente “leggera”. Con la delicatezza e la dolcezza che li contraddistingue, in Gringo Vol.1 hanno dato voce a pensieri e riflessioni su temi di grande profondità e di urgente attualità. Ne abbiamo parlato insieme a Ramiro, alla vigilia della partenza per il Brasile, dove inizierà il loro tour sudamericano.

Selton – Gringo Vol.1 [Ascolta qui]
Per iniziare, ti faccio una domanda sull’ultima cosa probabilmente da guardare in un disco, la copertina. Come mai la scelta di crearla tutta verde, a tinta unita?

Dudu, il bassista, è da sempre il nostro grafico. Prima di arrivare a questa, ne aveva generate moltissime, più di duemila, perché voleva giocare con l’AI. Era arrivato a un’immagine che piaceva a tutti, incredibile, tuttavia sentivamo che in qualche modo non rappresentava a pieno quello che volevamo raccontare in questo disco. Era una copertina molto Selton, super colorata, piena di stimoli, ma con questo album volevamo comunicare una specie di rottura. Non è solo un altro disco dei Selton, è diverso. E quando siamo arrivati a quest’idea “all green”, ci è sembrato fosse un manifesto, come a dire che da ora in poi inizia una nuova epoca. Togliere tutto dalla copertina, e lasciare solo la musica – questa era l’idea.

Chi è il Gringo del titolo del disco? Chi ascolta il disco, siete voi…?

È una parola che mi piace moltissimo, perché è piena di sfumature. In Italia è subito associata all’africano cattivo che arriva a cavallo, mentre in Brasile ad esempio è il bar dell’Italiano, che arriva da fuori. O ancora, un disco che suona da paura, puoi dire “questa cosa suona gringa”. Ci piaceva molto quest’idea. Poi nella nostra storia, per ovvi motivi, la retorica dello straniero è sempre stata presente. Questa volta ci piaceva raccontare lo sguardo dello straniero. È un disco multilingue, abbiamo collaborato con un producer italiano, Riccardo Damian, che però vive a Londra, e che ci ha quindi dato uno sguardo esterno. Il Gringo, per noi, è un invito a mantenere questo sguardo, questa capacità di stupirsi, di innamorarsi.

Stavi raccontando che avete registrato il disco a Londra, nello Studio 13 di Damon Albarn. Che è esperienza è stata?

Ha fatto molto la differenza! Anche proprio la figura di Riccardo Damian – prima di arrivare a lui avevamo fatto diversi test, ma nessuno era riuscito a darci l’approccio che volevamo per questo disco. Non volevamo fare solo un altro disco dei Selton, ma il disco dei Selton. Lui ha sentito le demo, e ci ha invitati a fare una prova nello studio di Damon, dove lavora come studio manager, perché gli erano piaciuti moltissimo e aveva intravisto del potenziale. Noi siamo arrivati con molta calma, perché avevamo appena composto i pezzi, ma ci siamo capiti subito, a livello tecnico, di riferimenti musicali, ma anche umano.

Lì abbiamo capito tutti che era la squadra giusta per fare il disco. E lo studio di Damon è pazzesco – tutta la ricerca di anni di Blur, Gorillaz è lì a disposizione! Tutte le tastierine giocattolo, i synth, il suo pianoforte di quando era ragazzino. Sei costantemente stimolato, qualunque cosa tu voglia provare, è lì pronta. Per una ricerca sonora, è stato incredibile.

Abbiamo intervistato i Selton, ormai storica band italo-brasiliana giunta al suo settimo disco. Il titolo è "Gringo Vol.1" ed è stato registrato a Londra.
Selton, foto di Simone Biavati
Tra i singoli di apertura del disco, avete pubblicato Mezzo mezzo. Ma intendete lo spritz?

Non proprio. C’è lo spritz mezzo mezzo, con Aperol e Campari, noi ci siamo riferiti però a un drink che fanno a Bassano del Grappa che si chiama appunto Mezzo mezzo.

Ah, infatti volevo chiedervi come mai dei brasiliani che vivono a Milano conoscono lo spritz mezzo mezzo.

Sì è una buona domanda, viaggiamo molto anche in posti inaspettati!

E sempre in “Mezzo mezzo“, il brano, c’è la presenza di Any Other, che rimane sullo sfondo e fa le voci nell’ultimo ritornello. Non è l’unica, per esempio ci sono anche Ginevra o Gaia in ruoli simili in altre canzoni. Nell’era dei featuring, voi vi siete aperti a moltissime contaminazioni con colleghi e colleghe, in una veste che è decisamente inusuale. Una scelta più vera, più artistica secondo me.

Torniamo a quello che dicevo prima. L’unica cosa che ci interessava in questo disco era la musica. Dopo quindici anni di band, se dovevamo fare un altro disco, volevamo fare quello che volevamo, senza dover scendere a compromessi. Abbiamo pensato solo alla musica. È stato naturale per noi, le tre artiste che citi sono nostre amiche, volevamo i loro colori nei pezzi. La stessa cosa con Pietro dei Tropea che ha suonato il sassofono ne Loucura, il brano con Marco Castello.

Ti stavo proprio per chiedere come vi siete conosciuti, con Marco Castello.

Ci siamo innamorati del suo primo disco, tutti e tre siamo andati fuori di testa! Ci siamo scritti una volta, poi è venuto a cena da noi, e abbiamo scoperto che sa tutto di musica brasiliana. Siamo rimasti fino alle quattro di notte a suonare, è scoppiata una grande affinità, sono anche andato a stare da lui a Siracusa. Anche in questo brano, è stato tutto naturale: io ne avevo scritto una parte, gliel’ho mandato e lui l’ha completato.

Selton

Tra i protagonisti nel disco, c’è il mare, che è presente in diverse sfaccettature. C’è la parte più malinconica di “Maresia“, e poi c’è “Calamaro gigante“, che racconta un tipo di mare decisamente diverso.

Pensa che prima di arrivare a Gringo, l’idea era chiamare il disco Maresia. Il mare è un elemento molto presente nella nostra musica. Lì abbiamo pensato che, se il disco si doveva chiamare Maresia, dovevamo raccontare anche la parte scura, meno bella del mare. Dovevamo parlare anche di certe cose che succedono lontane dagli occhi di tutti. E quindi già lì volevamo parlare dell’immigrazione e di quello che succede, purtroppo ancora oggi, in mezzo al mare.

Dudu un giorno ha avuto il lampo di genio! Alle sei del mattino, con la sua bimba in braccio, ha scritto il testo di Calamaro gigante di getto, e ci ha lasciati senza parole. La chiave che è riuscito a trovare, per raccontare quella storia, ci ha entusiasmati. È riuscito ad essere politico senza essere didascalico, che è difficilissimo. Quando racconti in questo modo, dal punto di vista della natura, stai raccontando la verità. Stai parlando di umanità.

Siete in partenza per alcune date in Brasile. Che emozione vi dà tornare a suonare là?

Per noi è una soddisfazione incredibile. Per un po’ di anni, abbiamo fatto spesso tour in Brasile, ma dalla pandemia in poi non è più capitato – già dal 2017, a dire il vero. Tornare, e tornare con questo disco, è incredibile. C’è stato un allineamento dei pianeti: ci hanno chiamati per queste date prima che uscisse l’album, che comunque era programmato per metà maggio, e tutto si è incastrato perfettamente.

È più difficile far capire al pubblico italiano pezzi come “Sangue latino“, o spiegare cosa si intende con “Loreto Paradiso” al pubblico brasiliano?

Eh! Credo che la difficoltà sia la stessa. All’inizio era molto difficile spiegarci qua e là. Oggi, non so se perché siamo maturati noi o la musica, mi sembra che non abbiamo più bisogno di spiegare. Mi sembra che in Brasile apprezzino di più la musica italiana, e anche in Italia si apprezza della musica in portoghese.

Il set del tour sarà diverso nei due paesi?

Ci sarà un po’ di variazione, ma la struttura sarà la stessa. Giusto tre o quattro pezzi cambieranno.

Ndr. Il tour in Brasile è finito ieri

Il disco si chiama GRINGO Vol. 1: il volume due esiste già? Arriverà a breve?

Non abbiamo una data definita. La scorsa estate, abbiamo registrato in Puglia i venti pezzi, e poi a Londra abbiamo rifinito il volume uno. L’idea ora è di tornare a Londra, e rifinire il volume due. I pezzi sono già imbastiti, siamo già a metà strada diciamo… probabilmente l’anno prossimo.

Cosa si può spoilerare?

Una cosa pazzesca è che abbiamo un pezzo registrato ad Abbey Road. È venuto una roba incredibile! Ci siamo stupiti, non sapevamo cosa aspettarci, ma sembra che la magia e l’aura di quel posto siano cristallizzate in questo pezzo.

Per concludere, ti faccio una domanda che mi chiedo spesso, quando vedo band così longeve: che cosa vi fa venire voglia, ancora adesso, quando vi svegliate la mattina, di suonare e scrivere dischi tutti insieme?

È una bella domanda! Una delle cose successe con questo disco è stato proprio ritrovare quella fiamma, ci siamo innamorati di nuovo. Selton è come un matrimonio, sono quindici anni di convivenza. Come in tutte le relazioni, il rischio è di dare le cose per scontato. Con GRINGO abbiamo riacceso la scintilla, e non siamo mai stati così innamorati!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *