Vivere senza maschere: le “Nuove stanze” di Lena A.

Narrarsi, mettersi in gioco, far capire quanto i propri limiti facciano parte di un quadro e di un progetto più grande. Nell’album di esordio di Lena A. c’è tutto questo. “Nuove stanze”, sette tracce che hanno i profumi del mare di Napoli e della Spagna, le incognite di una generazione sospesa, paure che si celano dietro maschere ingombranti.

Lena significa respiro: non a caso nell’entrare in nuove stanze il primo contatto è quello dell’aria, del sapore di un luogo da scoprire. Alessandra esalta questo concetto facendolo diventare scheletro della sua narrazione musicale: dietro ogni traccia c’è lei (la A. sta appunto a ricordarci di Alessandra, come fosse una sorta di codice genetico) che adatta il respiro ad ogni nuova avventura le stia regalando la vita. Il dono del pianoforte, compagno ideale di vita, regala un abito da sera a tutte le sue tracce capaci poi di fondersi con oggettistica elettronica e suadenti influenze mediterranee. Alessandra è felice della vita e ne comprende l’unicità.

I testi si ramificano abbeverandosi alla traduzione cantautorale italiana: storie quotidiane sincere frammiste al retrogusto della fragilità, giorni passati a veder crescere e coccolare sogni ed obiettivi, notti passate a rimettere a posto il ritmo del cuore. C’è la visione del proprio io e la visione del mondo, due universi vicini e a volte terribilmente difficili da riunire. Sette tracce, sette storie da raccontare e farsi raccontare: per ognuna abbiamo scelto una domanda che ci aprisse, appunto, nuove stanze.

Lena A. – Nuove Stanza [Ascolta Qui]
Partiamo, banalmente, dal titolo. “Nuove stanze” può essere approccio a una parte del proprio essere non ancora compresa e un ricostruire qualcosa che non vorremmo fosse così. Cosa c’è alla base delle tue nuove stanze? Quale è l’idea di fondo del disco?

Alla base di Nuove Stanze c’è un percorso emotivo e di crescita, che mi ha portato a vedere con i miei occhi luoghi del mio animo e del mio carattere, di cui non avevo percezione dell’esistenza. L’idea di fondo prende spunto dalla poesia omonima di Montale e dall’esigenza di raccontare l’identità, l’io, la presa di coscienza di chi si è e chi si vuole diventare.

“Granada” è la degna intro dell’album. Le nuove stanze, i segreti che non conosciamo. Sonorità meticce, ritmi sensuali e spiazzanti. Quale è la parte di te a cui vorresti accedere e di cui pensi di non avere ancora le chiavi?

La parte intraprendente, che non ascolta sempre ogni parola sputata degli altri, ma accoglie solo ciò che è necessario, filtrando la verità.

“Giugno” è una traccia emotiva, quasi dolorosa nel suo racconto dell’incomunicabilità. I tuoi testi sono intrisi di personalità talpa, occhi che abbagliano al sole e tanta voglia di vivere liberi. Nello scrivere questa traccia quanto ha influito la situazione attuale e più in generale la nostra difficoltà nell’esprimere i sentimenti e di lasciarci andare?

Giugno descrive l’incomunicabilità, eppure è l’unica traccia del disco ad essere stata scritta a quattro mani, con un grande lavoro di comunicazione. La coautrice che mi ha regalato il ritornello emblema del brano è Cristiana Bifulco, dunque parlo per entrambe rispondendo a questa domanda. Spesso siamo abituati a circondarci delle stesse persone che fanno parte del nostro stesso ambiente, non soltanto per sentirci più protetti e in una confort zone, ma anche per paura del nuovo, di ciò che ancora non è svelato o scoperto. Sono quelle stesse persone a cristallizzarci dentro una forma che pian piano smette di appartenerci. Ci ritroviamo loro come specchio, insieme ai loro desideri e alle loro proiezioni, non affermandoci completamente. Ha quindi influito moltissimo la nostra incapacità di “attraversarci senza paura”.

“Pineta” è la fuga dalle proprie paure ed aspettative per rifugiarsi in un mondo protetto e in cui sentirsi meno alieni. Che bambina sei stata? La musica è stata la tua pineta?

Sono stata una bambina curiosa, timida, creativa, non in grado di rimanere ferma nei banchi, con sempre una scusa pronta per alzarsi e temperare le matite colorate. La musica è stata una gioia immensa, una pineta è troppo piccola per contenere tutto quello che mi ha regalato e che mi regala.

“Non sono Roma” è l’emblema di una miriade di frasi non dette e sogni non congiunti. Le relazioni amorose falliscono (spesso) per la mancanza di obiettivi comuni, di viaggi mai schedulati nel cuore. È una traccia-manifesto, da riascoltare nei momenti di sconforto. Come nasce una traccia così intima?

Vorrei poter rispondere con un aneddoto o con una serie di pensieri ben strutturati, ma purtroppo non ricordo come sia nato questo brano. L’ho scritto nel 2012, e anche se mi sforzo, proprio non riesco a recuperare il mio stato emotivo di quel tempo… come se mancasse una tessera al puzzle. Ho però revisionato le strofe nel 2019 e quelle due tre paroline cambiate qui e lì nascono dal riconoscimento della verità, dal guardarsi e capire che esistono rapporti belli tanto quanto impossibili e rapporti ideali che in fin dei conti rendono solo infelici.

“Ecco la tua femmina” è una sorta di carta d’identità, un tatuaggio delle tue intenzioni artistiche e personali. Quanto è difficile avere la voglia e la forza di credere nei propri sogni? Quanto è difficile essere donna ed artista?

Non penso sia difficile, penso sia però necessario armarsi di pazienza e entusiasmo, soprattutto cercando di comprendere chi siano le persone giuste in grado di affiancarti nei tuoi sogni o nei tuoi obbiettivi. Essere un’artista donna è a mio avviso complesso, anche solo per affermare la propria dignità artistica, il proprio essere cantautrice, il proprio pensiero. C’è tanta strada da fare, in una società come la nostra, bisogna lottare delle volte anche solo perché si venga riconosciuta la parola “cantautrice”.

“Adesso cera”, il confronto con la propria maschera. Il mondo è un palcoscenico: nell’epoca dei social è così strano essere se stessi? E a livello musicale è tutta una questione di storie e stream?

Essere autentici è una sfida, social o meno, che non sempre si è in grado di intraprendere. Fare i conti con chi si è davvero significa in primis accettarsi, dire “ti voglio bene” a se stessi, cercarsi e imparare ad amarsi. Il social ha ricoperto di una patina dorata questo percorso di consapevolezza, dando strumenti per camminare su strade alternative. A livello musicale, è necessaria una strategia comunicativa e organizzativa, soprattutto a livello social. Le storie, i post assottigliano la distanza da chi crea e chi usufruisce dell’arte, comunicare in modo efficace rende il proprio lavoro musicale sicuramente alla portata di più persone. Non è solo una questione di streams però… La musica, anche se in questo periodo non sembra, è fatta soprattutto di live: non basta avere una grande produzione, una buona idea, bisogna essere tutt’uno col palco, regalare un po’ di se stessi a chi ti ascolta: questo fa la differenza. Gli streams mostrano solo in che direzione stia andando la musica.

“Occhi verdi” è la summa teologica di tutte le narrazioni precedenti. Come suonerà “Nuove stanze” tra dieci anni? Sarà motivo di orgoglio o di nostalgia?

Ho scelto accuratamente le canzoni che facessero parte del disco, proprio perché tra dieci anni vorrei fossero un tassello a cui guardare con gioia.

Il disco si rifà ad una tradizione cantautorale italiana, ad una scrittura intima e fatta di piccole immagini che si legano nella forza della tua voce. Senza sovrastrutture, senza rigurgiti autocelebrativi. Chi sono i tuoi modelli?

Carmen Consoli, Cristina Donà, Tori Amos, Fiona Apple, Florence and The Machine, La Rappresentante di Lista.

Sublimando tutte le energie ed emozioni spese per questo EP, come lo definiresti in tre parole/aggettivi?

Pensato
Immaginifico
Denso

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