The Freewheelin’ Bob Dylan: musica, amore, lotta

È capitato oggi. Sapendo che m’avrebbero fatto cosa gradita, un paio di amiche mie hanno ben pensato di regalarmi The Freewheelin’ Bob Dylan, il vinile. Azzeccattissimo, senza dubbio. Peccato solo che fosse già entrato a far parte della mia (esigua) collezione appena pochi giorni prima, ovviamente a loro insaputa. Che fare, allora? A questa domanda un po’ cernysevskijana ancora non ho saputo dar risposta. Una cosa però è certa: si è trattato di un chiaro segnale del fatto che di questo dovessi scrivere, qui ed ora. O almeno, mi piace pensarla così.

Scrivere di questo disco ma soprattutto scrivere di Bob Dylan cercando di scansare le difficoltà che necessariamente ne derivano, una su tutte quella di rischiare di erigerlo a monumentum intoccabile e inavvicinabile.

A sto giro quali idioti proveremo a mitizzare?”. Beh ecco, si dà il caso che Robert Allen Zimmerman (Duluth, 1941) proprio un idiota non sia, o almeno non un idiota qualunque. Fatto sta che il pericolo dell’idealizzazione sia sempre lì, dietro l’angolo.

In generale ad affascinarmi è sempre stato il lato più umano e personale degli artisti, a maggior ragione quando si parla di personalità che hanno realmente segnato un’epoca. E trovo questo anche il rimedio maggiormente indicato per riportare tutti – me in primis – con i piedi per terra e per tornare anche a guardare in maniera più lucida attraverso la lente. In fondo, all’epoca si trattava solo di un ragazzo di 22 anni spintosi dal Minnesota fino a New York ben deciso a seguire la sua strada, senza il bisogno dell’approvazione di nessuno.

Un salto al Greystone Hospital dove era ricoverato un Woody Guthrie ormai divorato dalla corea di Huntington. Una canzone, Song to Woody, contenuta nel primo album Bob Dylan (1962). Una poesia di cinque pagine, Last Thoughts on Woody Guthrie, recitata dal vivo durante l’esibizione del 12 aprile 1963 alla Town Hall di New York. Questo e non solo, per rendere omaggio alla “vera voce dello spirito americano” da parte di chi ne sarebbe ben presto diventato il discepolo più grande.

… puoi andare a trovare Dio nella chiesa della tua religione


Oppure puoi andare a trovare Woody Guthrie al Brooklyn State Hospital

E per quanto sia solo una mia opinione

 
Giusta o sbagliata che sia


Li troverai tutti e due


Nel Gran Canyon


Al tramonto.» 

E poi la stagione ai folk club del Greenwich Village, il quartiere bohémien della Grande Mela, dove inizia ad essere notato.

Lo sfondo su cui si staglia la realizzazione di The Freewheelin’ Bob Dylan (1963) è fatto di musica, amore e lotta. Se il repertorio musicale che porta avanti Dylan in quegli anni è costituito soprattutto da brani blues e folk tradizionali, restano da chiarire gli altri due termini della triade sopracitata.

Amore: come ci ricorda una delle copertine più iconiche del Novecento, al centro della vita sentimentale del menestrello poco più che ventenne, c’è in quel periodo Suzanne Rotolo, diciassette anni, figlia di due immigrati italiani di seconda generazione vicini agli ambienti comunisti e perfettamente integrati nella controcultura newyorkese. È proprio lei che introduce il “provinciale” Bob nei luoghi più radicali e politicizzati della metropoli, segnandone in modo netto e profondo formazione culturale (Brecht, Cézanne, Kandinsky, Verlaine) e coscienza critica e la cui influenza sarà riconoscibile nei lavori musicali immediatamente successivi. Ma durante la registrazione dell’album, Suze decide di puntare tutto su se stessa e di sfuggire a quella presenza che sempre più nella sua vita si stava facendo ingombrante.

Voleva uscire dal ruolo di “musa di Dylan” che, suo malgrado, le sarà attribuito d’ufficio negli anni a venire.

Si reca quindi in Italia, a Perugia, dove perfeziona i suoi studi artistici. Brani come Down the Highway (My baby took my heart from me/She packed it all up in a suitcase/Lord, she took it away to Italy, Italy) e Don’t Think Twice, It’s All Right (che «non è una canzone d’amore» ma «qualcosa che dici a te stesso per stare meglio») nascono dall’esigenza di esternare e canalizzare il magma di emozioni di un Dylan tormentato: rabbia, frustrazione, nostalgia.

I got a real gal I’m lovin’
And Lord I’ll love her till I’m dead

(Bob Dylan’s Blues)

Lotta: L’attivista Suze ha senz’altro contribuito anche ad accendere la passione “politica” [nel senso più ampio possibile del termine] di Bob o meglio, a fargli aprire gli occhi sulle contraddizioni e le ingiustizie del mondo. La musica di Dylan inizia così ad acquisire un certo tipo di spessore e di contenuti. Gli anni Sessanta – a detta della Rotolo – “sono stati anni straordinari perché non avevamo niente da vendere e non volevamo vendere niente. Volevamo solo raccontare”.

Raccontare gli anni del movimento giovanile che si stava formando, a seguito delle aperture progressiste in politica interna attuate da un John Fitzgerald Kennedy da poco eletto (1961).

Raccontare le lotte per i diritti civili, sviluppatesi già nell’arco di tutta la seconda metà degli anni Cinquanta coinvolgendo inizialmente la comunità americana e minoranze di radicals bianchi e rafforzatesi in un secondo momento grazie all’adozione di un documento politico – il Port Huron Statement – volto alla conquista non-violenta di una “democrazia partecipativa”, che consegnasse ai cittadini un controllo politico diretto sulle decisioni che li toccavano più da vicino.

A questo movimento ampio e articolato si vanno ben presto ad affiancare gruppi musicali “di protesta” e cantanti folk, con repertori formati in larga parte dalle canzoni sindacali di Woody Guthrie o da inni recuperati dalla tradizione religiosa. A Hard Rain’s A Gonna Fall, Masters of War e Blowin’ in the Wind guadagnano rapidamente popolarità negli ambienti finora descritti, erigendosi a veri e propri inni della rivoluzione culturale in atto. E ci riescono in quanto si configurano naturalmente come espressione massima di un certo sentire comune: il presagio di una forte, forte pioggia apocalittica – nucleare (poco prima che gli Usa annunciassero ufficialmente l’apertura della Crisi missilistica di Cuba), una collera talmente esasperata – And I hope that you die/And your death’ll come soon – rivolta ai “signori della guerra”, da sorprendere anni dopo lo stesso Dylan, lo sforzo sincero ed instancabile a non girarsi dall’altra parte e fingere di non vedere.

How many roads must a man walk down
Before you can call him a man?

La maniera migliore di rispondere a domande come questa e ad altre ancora, rimane continuare a porsele.

Allo stesso modo in cui – forse – dovremmo continuare a chiederci se l’intento di Dylan fosse veramente quello che noi oggi gli attribuiamo retroattivamente, ossia di incarnare tout court lo Zeitgeist, lo spirito del (suo) tempo. La grandezza di Bob sarebbe stata quella di raccogliere ciò che era nell’aria e di trasformarlo, se pur inconsapevolmente, in ballate generazionali. E nonostante in No Direction Home [film documentario del 2005 diretto da Martin Scorsese] lo stesso Dylan rilasci affermazioni del tipo “non sono un cantautore d’attualità” o, come riporta Joan Baez: “non so da dove escano – riferendosi alle canzoni -, non so che cazzo vogliano dire. Saranno gli altri a scrivere cosa vogliono dire”, a prevalere era sicuramente la consapevolezza che quelle fossero invece canzoni “giuste”, contemporanee, capaci di “percepire il cuore palpitante della nostra generazione”, di avere risonanza in chiunque. Il subconscio collettivo americano, ammesso che esista davvero, Bobby l’aveva colpito in pieno.

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