HOOD: cosa significa suonare in un collettivo

Se dico “collettivo” cosa vi viene in mente? Poco e niente, se non qualche immagine di ragazzi che rappano in strada uniti dalla sola voglia di freestyle. Eppure il collettivo è una realtà fantastica, immensa, di più da quella classica di una band. Per dirne una: gli Arcade Fire sono un collettivo, così come i Massive Attack.

In Italia se ne parla poco e spesso viene mente il collettivo Brokenspeakers, che si è fatto strada discretamente e non solo grazie alla presenza di Coez. Oggi di collettivi se ne sentono pochi, ma qui da queste parti, è giunta la voce di un certo HOOD, formato da sette anime raccolte per amore e con amore.

Venerdì 6 maggio HOOD ha dato vita a sei canzoni confezionate in un ep di nome “SANT’EMERENZIANA” uscito per Thaurus e distribuito da Universal.

Il collettivo HOOD

Ho scoperto che HOOD è prima un luogo immacolato e caldo, e poi un collettivo di gente sparsa per tutta Italia che fa musica. Ho scoperto che HOOD è una famiglia che si comporta come una famiglia. Che un bene così viscerale e profondo non l’ho visto neanche nella più “tradizionale” della famiglie. Partiamo del presupposto che la tradizione nel concetto di famiglia sia ormai un concetto abusato al punto da farci vomitare, ma arriviamo pure al presupposto che la tradizione sta nelle cose più intime e mai ostentate, come per esempio l’affetto che crea musica.

Qui, ad esempio, l’affetto ha creato musica, e la musica ha creato affetto.

Hood

Il collettivo HOOD e non “gli HOOD”

Come precedentemente accennato, HOOD lo si intende come un luogo, e no, la traduzione letterale non è “cappuccio” come comunemente si crede. Questo luogo, infatti, che loro stessi definiscono “etereo” e fraterno, è composto da sette anime una più diversa dall’altra. A partire dalla provenienza che spazia tra Napoli, Milano, Veneto, Brianza. (Ecco, diciamola tutta: già fa ridere che dei napoletani riescano ad unirsi così bene con dei polentoni). In seguito, la diversità la fa il genere musicale da cui provengono: c’è chi fa rap, chi trap, chi rock e metal, chi altro R’n’b e qualcuno pure lo-fi. È una mezcla di roba che chi non li ha mai ascoltati definirebbe “mappazzone”. Chi, invece, ha ascoltato anche trenta secondi della loro musica, riuscirebbe a distinguere tutti gli stili nella maniera più eterogenea e al contempo omogenea possibile.

Il collettivo vuole rappresentare un luogo ameno e spirituale che forma un’unica forza. Ecco perché sarebbe un errore chiamare questi sette ragazzi “gli HOOD“. Loro sono un luogo, uno ed uno solo, nato dalle radici profonde di ognuno dei componenti che da vita ad un’unica realtà: l’hood, appunto. La chicca dell’HOOD è che dentro ci sono due produttori: Sillage e Vittorio Arnò, quindi si immagina bene il sapore di home made all’interno della famiglia. Poi ci troviamo le voci, che sono: E1S (co-protagonista del brano “Cibo capolavoro” di Mattak e neo vincitore del Cantera Machete), Flaco, D-Broke, LÆRA, Sawyer; e, infine, la chitarra di Nicolò Bertaglia.

HOOD – Sant’Emerenziana [Ascolta qui]

“SANT’EMERENZIANA”

Nella stanza di piazza Santa Emerenziana a Roma i ragazzi si sono raccontati la loro vita convertendola in musica. Dunque l’Ep nasce da un’unione e racconta l’unione. Ciò che differenzia, infatti, un collettivo dal mero gruppo musicale è l’assenza della struttura gerarchica di una band, dove spesso il cantante è il frontman e la figura predominante e dove, inoltre, a volte si lotta per il controllo del progetto. In un collettivo, specialmente nell’HOOD, tutti ricoprono la stessa posizione “sociale” e lo fanno in primis legati da un profondo affetto reciproco e, poi, da una profonda passione per la musica diversa che si unisce.

In Storia Malata, ad esempio, E1S, che viene dall’R&B, beatboxando imita il suono della tromba che dà la basi di strofe del rap “calmo” di Sawyer. Il brano racconta i tratti di una relazione tossica che sfocia nella conseguente presa di posizione in “Faccio da me“.

Tu non ti aspettassi io fossi così lontano / Lontano / E dai criteri di quelli come te / Che mi fanno pena un po’ come te / Che non pensano a nient’altro che a sé / Che rinchiudono se stessi in sé

Chiudere se stessi in sé è cosa comune; ma rinchiudersi in se stessi è cosa poco nota, o meglio, poco chiara. In realtà lo facciamo (quasi) tutti: ci costringiamo in catene sempre più astringenti e asfissianti, dove l’unico limite è rappresentato da noi stessi e nessun altro. Il brano “Hood“, invece, è un invito a lasciare andare le catene dell’individualismo claustrofobico per entrare nel luogo ameno che il collettivo vuol rappresentare.

Hood

L’odio

Segue il brano “Se mi vuoi rispondi”brano portante dell’Ep e dipinto da quella “o” chiusa del “vuoi” napoletano che ne accentua la peculiarità.

Scrive male perché non ha mai provato l’odio

Come se per scrivere bene bisogna provare qualcosa di così profondamente forte e pericoloso come l’odio. Che poi s’intenda l’odio per gli altri o per se stessi, a chi importa. L’odio è il motore della scrittura perché vorrebbe calcificarci nelle emozioni più deleterie, ma lei, la dama “scrittura”, decalcifica l’essere umano e lo rende materia inalienabile. L’odio compare, poi, soprattutto nel brano “Canzoni d’odio”, che è una canzone d’amore che non ce l’ha fatta. Si mostra come un viaggio nella coscienza e senza ritmo, così come lo è la perdizione nell’odio.

Quando un “sentimento infranto che tutto a un tratto viene meno” (“Canzoni d’odio”, HOOD) ci calcifica le emozioni, qualcosa dentro di noi muore e preferiremmo sentirci persi piuttosto che stretti e certi di finire in un buco. Un buco che poi non è nient’altro che qualcosa che abbiamo creato noi stessi, così come il brano “Buco” dell’Ep.

Stanco di un buco stretto che mi brucia / In petto c’era un cuore dentro ora non più ah / Strano qui è tutto buio come in Dark / Matto da Shutter Island / La para mi perseguita non molla mai

HOOD parla di qualcosa di troppo personale e a volte struggente. È strano pensare che a farlo non è una sola testa, ma ben sette unite come in quella di un unico matto.

Ecco cosa significa suonare in un collettivo: nella banalità del concetto di “unione”, in realtà qui c’è qualcuno che ci riesce realmente: c’è qualcuno che riesce a ragionare come uno pur essendo in molti.

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