Nessuna Accezione In Particolare: N.A.I.P. tra sensi e significati

Che N.A.I.P. sia un genio è ormai universalmente riconosciuto, ma che sia il compagno perfetto per entrare in un’altra dimensione fatta di discorsi esistenziali sull’essere umano e sulla sua facoltà di parola forse non tutti lo sanno. L’intervista a Michelangelo è iniziata proprio come se fossimo due extraterrestri su pianeti diversi che cercano di comunicare tra loro: “Prova. 1, 2, 3. Mi senti?”.
In effetti, il fulcro della nostra conversazione è stato proprio questo: la lingua e tutto il mondo che le ruota attorno.

“Nessun Album In Particolare” è il titolo dell’opera con cui ha fatto il suo ingresso nel pianeta Terra, come se a un certo punto avesse sentito il bisogno impellente di gridare all’umanità intera: “Ci sono anch’io, e questo è il mio mondo”. Un mondo fatto, nella sua essenza, di sensi ed accezioni: la realtà di N.A.I.P. è (s)composta da innumerevoli sfumature, in cui tutto è il contrario di tutto e niente ha mai la stessa forma. Il suo è un album che non va semplicemente ascoltato: è necessario aprirsi completamente per accogliere e lasciarsi attraversare da un flusso di musica, pensieri e parole.

Le parole: quelle di Michelangelo sono essenziali, taglienti, cangianti. Nei suoi testi spesso si incontrano frasi minime reiterate all’infinito, tanto che il significato che racchiudono passa più per l’implicito che per l’esplicito. È per questo che la prima, naturale domanda che viene da fargli è:

Ma tu che rapporto hai con le parole?

È un rapporto che è cambiato nel corso del tempo. Prima ero molto più orientato verso la prosa e la scrittura in generale, adesso invece sono più affezionato al suono, a quello che le parole raccontano. Della ripetizione mi piace come riesca a cambiare il senso: una parola può avere una luce diversa se viene detta in un determinato modo, in uno specifico momento, a tempo o fuori tempo. Quindi tra me e le parole ci sono buoni rapporti, andiamo d’accordo va’!

Tra l’altro, quando ti sei esibito a X Factor con “Bla Bla Bla”, hai anche citato Hawking quando dice che a un certo punto “abbiamo imparato a parlare”. Questo stabilisce un primato del linguaggio rispetto al suono o sono sullo stesso piano?

Diciamo che è come risolvere il dilemma di sempre: è nato prima l’uovo o la gallina? L’enunciazione può cambiare tutto il significato di una parola, a maggior ragione nel contesto musicale. Pensa a quante incomprensioni si basano su come ci vengono dette le cose. Però questa non è una condanna, è uno stato dal quale possiamo difenderci diventando padroni delle parole in entrata e in uscita: quelle che ascoltiamo e quelle che diciamo.

N.A.I.P – Nessun Album In Particolare [Ascolta Qui]
A proposito di quello che diciamo, in “Attenti al Loop” parli del fatto che spuntano continuamente nuovi artisti che hanno qualcosa da gridare al mondo. Ma è realmente possibile esprimere qualcosa che sia nuovo, mai sentito, o è solo la maniera in cui lo si dice a cambiare?

Beh, se pensi ad amore e morte, sono concetti che avrebbero dovuto annoiarci da tempo ormai, eppure sono millenni che si parla di amore e di morte. Questo perché anche se i tempi cambiano, sono due temi che riguardano sempre il presente. Ci sono miliardi di modi in cui possono essere affrontati e il cambiamento della società fa sì che gli argomenti risultino cangianti pur rimanendo gli stessi, quindi è sempre interessante.

Nel brano “Un rapporto senza alcun senso”, però, la parola viene meno, mentre si rafforza la comunicazione sensoriale: citi la lingua, gli occhi, il gusto. Cos’è che i sensi possono trasmettere meglio delle parole?

Il piano sensoriale ha sicuramente una potenza maggiore rispetto alla parola, altrimenti non sarebbe così bello fare l’amore. Si scriverebbero solo poesie e saremmo appagati, invece l’esperienza tattile è fondamentale. In quel brano il gioco è proprio lì, sulla perdita dei sensi e quindi la morte. Quella canzone l’ho scritta mentre ero a un funerale, quindi non so se mi riferisco a una donna o a Dio.

Come mai l’hai scritta proprio a un funerale?

Non ne ho la più pallida idea! Ho iniziato a scriverla sul telefono mentre ero in chiesa. Accanto a me c’era un amico: ricordo l’esatto momento in cui mi sono girato verso di lui, Roberto, e gli ho detto: “Mi sa che sto scrivendo un testo”. E lui “Vai, vai, continua!”. Ed è uscito fuori quel brano, tutto direttamente così: sono stato colpito da una meteora di parole.

N.A.I.P.
Un’illuminazione divina?

Beh accademicamente parlando io sono agnostico, quello in cui credo sono le energie che ognuno di noi ha, custodisce ed emana.

Quindi non ti ha convertito quell’episodio.

(Ride) No, credo di essere stato molto suggestionato dall’esperienza sensoriale di quel momento. Diciamo che queste cose capitano quando uno è disposto ad accogliere: le idee appena vedono una porta aperta ci si infilano.

La canzone che chiude l’album, “All’alba di questo Natale”, è invece un racconto per immagini: “Incastrati qui, in questo pacifico inquietante oblio ambiguo”. Quale significato si cela dietro la scena che descrivi?

Su questo brano il senso è aperto, non è assoluto. Quelle che posso darti sono le sensazioni che ho provato componendolo e quello che sento io cantandolo. Ciò che accomuna il momento della scrittura e quello dell’esibizione è l’idea di solitudine all’interno di un contesto. Io ho lavorato in diversi posti di notte quindi dentro di me si è sviluppato questo seme di solitudine notturna. Qui chiaramente parla Michelangelo, quel ragazzo che è tornato a casa alle 4 del mattino dopo una nottata di lavoro e ha scritto quella roba lì. Poi c’è N.A.I.P. che la esegue: in quel momento esprimo e butto fuori la solitudine che mi rende malinconico. Caccio via della sofferenza.

È un’esperienza catartica.

Sì, la liberazione è il fine ultimo dell’esibizione live. Il fortunato di turno ogni volta non può che esorcizzare il pensiero positivo o negativo, la sensazione positiva o negativa: nell’atto della scrittura, dell’esecuzione, dell’ascolto. È bello quando qualcuno ascolta il proprio male o il proprio bene cantato da qualcun altro. Del resto, siamo fatti di incontri ed è grazie a un altro che a volte possiamo di nuovo venire al mondo: rinascere è una cosa che accade davvero.

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