Il nuovo Francesco De Leo si racconta alla prima de La Malanoche: dissacrante, strano e fantastico

La Grande Festa di Panico Concerti tenutasi a Bologna lo scorso weekend ha suggellato l’inizio di tante cose nuovissime e bellissime, contemporaneamente. Al primo posto c’è il motivo per cui è abbiamo festeggiato: la fusione della booking bolognese con l’agenzia di Modernista (già in collaborazione con Iosonouncane e C+C=Maxigross, per citarne alcuni). Ma non solo!
Infatti, durante la settimana di festeggiamenti in giro per il capoluogo emiliano, abbiamo fatto il nostro esordio anche noi di Futura con l’anteprima del nostro programma radio. Che cos’è Futura? Ve lo spieghiamo meglio sui nostri canali (li trovate in fondo all’articolo).

Oltre tutto questo, tra gli eventi più attesi della settimana da Panico c’è stata un’ulteriore primissima volta a cui tutti non vedevano l’ora di assistere: sabato sera all’una di notte Francesco De Leo ha presentato il suo nuovo disco. La Malanoche è uscito pochissimi giorni fa per Bomba Dischi, in seguito allo scioglimento (pausa? trasformazione? lo scopriamo tra pochissimo) della storica band L’Officina della Camomilla, di cui è stato autore e frontman.
Ora il suo tour prosegue con cinque aperture in acustico ai prossimi concerti dei Baustelle, per poi continuare accompagnato dai suoi musicisti (Roberto Redondi allele tastiere, Fausto Cigarini con il basso, Daniele Marzi alla batteria) durante una primavera-estate ricca di appuntamenti.

Sono state dette già molte cose sull’esordio di Francesco come solista: quel che è certo è che non lascia indifferenti. Ascoltarlo è un po’ come tuffarsi nella tana del Bianconiglio di proposito e mandare giù la pillola rossa di Matrix con cinque gin tonic al posto dell’acqua minerale. Un esperimento senza dubbio riuscito, ricco di sfumature, interpretabile in maniera diversa ad ogni nuovo ascolto.  In questo, De Leo è molto simile alle sue canzoni: dissacrante, strano e fantastico, passa da toni pacati e riflessioni sottili a scoppi di ilarità, per arrivare ad una lucidità chirurgica quando descrive le cose minuziosamente.
Vi ho incuriositi abbastanza? Questo è quel che mi ha raccontato del suo sogno.

De Leo canta La Malanoche in anteprima al TPO di Bologna – foto di Giorgia Salerno

Perchè hai deciso di intraprendere questa nuova avventura da solo, lasciando da parte L’Officina della Camomilla?

(Ride) ma si, non è che ho abbandonato il gruppo, diciamo che è arrivato un momento di crescita, tra virgolette. Più che altro volevo provare qualcosa di nuovo. Diciamo che l’Officina era il mio gruppo dell’infanzia, dell’adolescenza o meglio, della pre-adolescenza, e quindi ci stava fare un cambio, iniziare una crescita.

Credi che questo quindi sia un disco più maturo?

Si, si, si! Ho cambiato etichetta, ho fatto anche questo ulteriore passaggio, ora sono con Bomba Dischi, non più con Garrincha. Poi, certo, l’Officina farà sempre parte di me e me la porterò dietro.

Quindi magari un domani ci sarà un ritorno?

Ma si, magari ci sarà un ritorno, chissà… forse anche tra dieci anni! Non lo so, non è impossibile, però in questo momento mi serviva fare questa cosa da solo.

Com’è per te suonare a Bologna? 

Beh è molto importante, la mia booking è di qui (Panico Concerti, ndr) e anche la mia prima etichetta era di Bologna (Garrincha Dischi, ndr) e poi questo nuovo disco l’ho registrato sempre in questa città. In generale secondo me è un bel punto di ritrovo, tutti gli artisti vengono qui a vivere, ha il suo perché.

So che hai un rapporto speciale con Panico, collaborate da anni…

Si (ride), mio marito è Federico Rocca! (Booker di Panico Concerti, ndr) lo conosco da molto prima che lavorassimo insieme con Panico. Lui aveva questa Mocambo Booking con dentro noi dell’Officina e Pop X. Poi è diventato Amerigo, insomma ha cambiato diversi nomi e alla fine è diventato Panico Concerti. Lo conosco da molto tempo, ho un rapporto fraterno con lui, quando venivo a Bologna all’inizio stavo sempre a casa sua.

Qual è l’avventura più pazza che avete vissuto insieme? 

(Ride) no, no non si possono dire.

Ok, allora scegline una tu.

Una volta siamo andati a caso ad Amsterdam. Voleva andarci, mi ha telefonato una mattina e siamo partiti. Ci siamo fatti il nostro giretto e siamo tornati il giorno dopo. Avanti e indietro come dei desperados, nel cuore della notte, assolutamente senza senso.

A proposito del disco nuovo, raccontami: come nasce La Malanoche?

Nasce d’estate, precisamente quest’estate quando ho scritto dieci/undici pezzi, registrando le demo col telefono. Volevo fare queste canzoni e stavo cercando un produttore. Avevo pensato ad un paio di nomi, anche su Milano, come Dragogna ad esempio (Federico Dragogna, produttore, chitarrista e autore ne I Ministri, ndr), sapevo che era interessato ma poi non gliel’ho mai detto… e niente, un giorno sono andato al Covo al live di Giorgio Poi, sono entrato nella sala e la prima persona che ho visto è stata Davide Caucci (manager di Bomba Dischi, ndr). Io lo saluto, lui mi saluta e mi chiede cosa penso di Giorgio. Gli ho risposto: secondo me è uno dei migliori di quest’anno.
Il giorno dopo Rocca spedisce a Davide le mie cose per fargliele sentire e a lui viene l’idea di farmi collaborare insieme a Giorgio Poi. Io ho accettato subito. Già lo seguivo con i suoi altri progetti come i Vadoinmessico e i Cairobi. L’ho visto live, mi è piaciuto molto il suo disco, l’ho conosciuto, siamo diventati amici e blablabla… poi siamo finiti così!

Chi ha influenzato di più la stesura di questo disco? Sia a livello personale che professionalmente parlando. 

Beh sicuro i miei due zii, Colombre e Giorgio Poi a cui voglio stra bene. Conosco Giovanni (Colombre, ndr) da molto tempo, da quando suonava con i Chewingum ed eravamo entrambi con Garrincha Dischi. Sicuramente sono stato influenzato anche da I Camillas e da tutto quel mondo che era Il Pacchetto di Plastica, cioè Calcutta, Gioacchino Turù e insomma tutti loro.

E invece a livello privato? Me lo puoi dire?

Mah, no… mah c’è sempre la musa ispiratrice, dai.

Ma varie muse, come nella canzone che hai scritto, o una in particolare?

(Ride) alcune… al plurale.

Che cosa stai ascoltando ultimamente?

Di quello che è uscito quest’anno sto ascoltando l’ultimo disco degli MGMT e l’ultimo disco dei Beach House che sono uno dei miei gruppi preferiti, li ho sentiti anche live a Sestri Levante, hanno suonato in riva al mare, è stato proprio bello. In realtà ascolto un casino di roba, tante cose, non me le ricordo tutte.

Come te l’immagini questo tour? So che aprirai anche alcuni concerti dei Baustelle.

Si, aprirò cinque date dei Baustelle. Cazzo, pesissimo!

Sei un po’ in ansia?

Mah, un po’ si, è un gruppo che ho sempre adorato, fin dal liceo. Non li ho mai visti dal vivo e la prima volta che li vedrò sarà così: aprendo un loro concerto. Pazzesco, è stato molto bello per me ovviamente. Hanno chiamato la mia etichetta perché Davide (manager di Bomba Dischi, ndr) gli aveva fatto ascoltare il disco e gli era piaciuto molto.

Quindi pensi sarà un tour più maturo anche questo, come il disco, o resterà un’esperienza folle come quelli che facevi con l’Officina?

(Ride) ah non lo so! Dipende… dipende dalla sera, dipende dal concerto, dipende… (ride).

Si sa che Giorgio Poi ha seguito la produzione di questo tuo nuovo disco: se potessi scegliere un altro artista con cui collaborare, chi sarebbe? Magari anche all’estero. 

Mah, di estero non so, tanto sono cose inarrivabili! Mi piace molto Halfalib, ha fatto il nuovo disco di Generic Animal. Mi piace molto, sia come produttore che come artista. Magari chissà, ce scappa qualcosa.

I tuoi testi sono poetici e stranissimi: più che dream pop a volte sembra un incubo, un viaggio mentale. Come ti viene l’ispirazione per scrivere queste cose assurde e bellissime?

Facciamo la citazione? Dai. De Gregori dice non si possono stabilire degli appuntamenti con la creatività… l’ispirazione è una via di mezzo tra un fulmine a ciel sereno e un qualcosa che va rielaborato, riscritto con struttura. Alcuni dei miei testi sono proprio così, fulmini. Muse lo è stato. Avevo letto l’espressione “muse d’oltremare” in un saggio di filosofia: nel momento in cui l’ho letta l’ho cantata, di getto. Volevo un po’ dissacrare la serietà di tutto questo, non volevo fare l’elogio filosofico delle muse. Sono testi dissacranti, simpatici, scemi.

Scemi non direi proprio, ma sicuramente sono dissacranti, concordo. 

Certo, ma sempre con gioco, l’ho vissuta così.

Cosa consiglieresti ai ragazzi che vogliono iniziare a fare musica e lavorare in questo mondo?

Eh… non lo so. Mettersi in testa che non è facile, devi attraversare mille ostacoli, devi essere molto resistente. Ci sono tour e viaggi da fare. Devi essere anche un po’ un mezzo viaggiatore, un nomade… non è una passeggiata. Inizia magari come un gioco, come un hobby ma poi diventa un vero lavoro. Devi crederci davvero e andare sempre dritto per la tua strada.

Sai che questa è un’altra citazione a tua insaputa?  Di Colombre; è un consiglio prezioso che andrebbe ricordato più spesso, di andare sempre dritto. Sei già sulla stessa lunghezza d’onda degli artisti che stimi!

(Sorride). Si, si. Devi andare sempre dritto: le recensioni, le cose, la gente, magari all’inizio ai tuoi concerti ci verranno in pochi… ma tu vai dritto, credici. Poi se sei bravo davvero adesso arrivi, nel 2018.

Devo dire che Heroin Chic è la mia canzone preferita del disco, ma ho ascoltato molto Muse e ho visto anche il video. Sei stato coinvolto anche tu nella creazione del videoclip?

No, io ho scelto Jacopo Farina, il regista, e gli ho dato carta bianca perché mi sono piaciuti molto i suoi lavori precedenti con Cosmo. Io gli ho dato due o tre riferimenti cinematografici tra cui Gummo di Harmony Korine, infatti c’è la citazione quando saltano sul letto. Sempre di Korine mi piace quel cinema che parla anche un po’ di giovani outsiders.

Ragazze svestite, che ballano, che baciano… sono scene che ultimamente si vedono di frequente nei videoclip “indie” italiani, passami il termine. Non pensi che certe scelte stilistiche releghino un po’ troppo la figura delle donne a semplici muse, appunto? 

Si… è una domanda difficile. Ci vedi la donna un po’ sfruttata, dici? Che non ha una vita?

No, assolutamente, non parlo di sfruttamento ma di limitazione. Non credi che con l’utilizzo di questa estetica, se così vogliamo chiamarla, si corra il rischio di limitare le donne, confinandole appunto all’essere sole muse?

Sicuro, questo rischio c’è sicuro. Però nel mio caso la musa è intesa in tutto il suo carisma, non come strumento sessuale. Certo, poi nel video è stato espresso in questo modo, è venuto fuori così, a me piace.

Certo, il video è venuto fuori bene. Volevo farti questa domanda per capire il tuo pensiero in merito.

Certo, ma hai ragione, questo alle volte è un po’ un cliché e il rischio c’è sempre. Ci sono molti video così, anche quello dei Canova… diciamo che è la tendenza del momento, è un po’ la moda. Comunque non si sfrutta nessuno e anzi, viva le donne!

Francesco De Leo nel backstage – foto di Giorgia Salerno

Per salutarci, mi consigli tre canzoni che me le vado ad ascoltare prima dell’inizio del concerto?

Allora, ti consiglio Hotel Plaza di Faust’O, un po’ new wave, un po’ reietto e dimenticato dal mondo, e poi Italiani d’Argentina di Ivano Fossati che mi piace un casino come autore e musicista e la terza… dai, una dei Diaframma,  Diamante Grezzo che ti piace.

Chiudiamo in modo marzulliano…

(Ride) fatti una domanda e datti una risposta?

Esatto!

Non lo so, non ho fantasia!

Eh seh, detto da te è proprio una follia. 

Allora: riusciremo a sopravvivere a questi 27 anni senza morire? No! Moriremo… oggi.

Non oggi che deve partire ancora il tour! 

Ok, non oggi.

di Giorgia Salerno @dontcallmejoe

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