Andrea Laszlo De Simone è un viaggiatore del tempo

Quando ero bambina passavo buona parte delle mie giornate a casa di nonna, eppure non saprei proprio raccontarveli nella loro totalità, quei giorni lontani e felici.

Sono solo dei dettagli, soltanto piccoli sprazzi di quotidianità infantile a troneggiare senza sforzo sugli scaffali mnemonici della mia mente. Ricordo benissimo, per esempio, l’odore del sugo di pomodoro che lei, nonna, cucinava a pranzo. Allo stesso modo, se chiudo gli occhi, mi pare ancora di sentir l’eco del suono distorto proveniente dalla radiolina del soggiorno, destinata a rimanere accesa e sintonizzata sempre sulla stessa frequenza. Tutto il giorno, tutti i giorni, solo quell’oggettino sgangherato per riempire la stanza di canzoni d’altri tempi e di parole che oggi non pronunciamo (quasi) più.

La prima volta che ho ascoltato una canzone di Andrea Laszlo De Simone – credo fosse “La guerra di baci” – è esattamente lì che son tornata, a quelle giornate, in quel soggiorno abbrustolito, con quella radiolina. Un inaspettato e travolgente balzo indietro, un déjà-vu agrodolce che ha riacceso colori antichi e solleticato la nostalgia. Mi ha colta alla sprovvista come possono fare solo quelle canzoni intrinsecamente dotate del potere della serendipità.

Non può essere dei giorni nostri: questo pensai di Andrea, della sua voce intensa e inconfondibile e della sua componente testuale così visceralmente poetica.

Non un cantautore, ma un viaggiatore del tempo.

Un artista capace di connettere tra loro epoche diverse tramite canzoni che procedono per immagini reali ai limiti del possibile avvolte da sonorità oniriche, quasi sospese. Quello di Andrea è un progetto musicale che non somiglia a quello di nessun altro. È uno di quelli che per sentirlo – più che comprenderlo – puoi solo ascoltarlo e che, ancora, punta spontaneamente ad essere inteso e fruito come irripetibile esperienza del singolo, più che come ennesima sniffata di mainstream dei tanti.

Ed è esattamente questo, un’irripetibile esperienza, che Andrea ha voluto offrire al pubblico con “Il Film del Concerto”. Una produzione MI AMI con Triennale Milano che vede la regia di Fabrizio Borelli e la collaborazione con DNA concerti, The Goodness Factory e 42 Records. Quarantacinque minuti esatti, quattro capitoli musicali e una formazione composta da undici elementi.

Solo Andrea e l’Immensità Orchestra.

Solo loro tra luci ed ombre degli spazi della Triennale ad accompagnare lo spettatore passo dopo passo, nota dopo nota in un climax musicale ed emotivo di intensità crescente.

Ti sei un po’ spaventato; proprio come pensavo. / Vedrai, non serve a niente rintanarti in te stesso. Siamo solo conchiglie sparse sulla sabbia. / Niente potrà tornare a quando il mare era calmo.

Partendo dal binomio sogno/realtà e passando, poi, a quello spazio/tempo, Andrea sembra tenderci la mano nell’oscurità avvolgente del presente per condurci verso e dentro una dimensione nuova, abbagliante e scevra di paura: non una ripresa, ma una (ri)nascita.

Vivo, ma non ho scelta né un motivo. / Il mondo è un tipo irrazionale: fa come vuole. / Non dà nessuna spiegazione.

Niente Tardis, niente Giratempo: Andrea Laszlo De Simone oscilla tra passato e presente grazie alla potenza delle sue canzoni preservando quell’invisibile, eppur tangibile capacità di spingerci in avanti, proiettandoci ben più in là di ciò che ascoltiamo e vediamo. Ma, soprattutto, ricordandoci quell’intrinseco ed incommensurabile bisogno di speranza senza cui non esisterebbe alcuna (ri)nascita.

Non un cantautore, ma un viaggiatore del tempo: questo è Andrea Laszlo De Simone.

foto di Marco Previdi

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