Battisti e il suo canto (finalmente) libero

Sembrava impossibile, ma ce l’abbiamo fatta: Lucio Battisti è approdato sulle piattaforme di streaming digitale. Finalmente ritorna al grande pubblico, e potrà essere ascoltato nel modo in cui, da qualche anno, la maggior parte di noi ascolta la musica: dappertutto, comunque e in ogni caso.

La storia dietro a questa misteriosa assenza di Battisti da Spotify (Deezer, Apple Music, ecc.) comincia più di dieci anni fa, e ha delle dinamiche che spaziano dal complesso all’assurdo. Tutto nasce da un litigio tra lo stesso Battisti e Mogol, per questioni di diritti d’autore, che causerà la fine del rapporto professionale tra i due. Alla morte dell’artista, sarà la sua famiglia, ereditaria dei diritti, a continuare la guerra, imponendo che quella musica rimanga disponibile esclusivamente su supporti fisici.

Una decisione allora applicabile, grazie alla percentuale di maggioranza in “Edizioni Musicali Acqua Azzurra”, ovvero la società che insieme a Mogol e Universal, si occupava della gestione del capitale derivato degli album dei due. Quel che è cambiato oggi è che “Acqua Azzurra” è stata messa in liquidazione, permettendo una serie di battaglie legali che hanno consentito la nomina di un commissario legale da parte del Tribunale di Milano, il quale ha concesso alla SIAE la possibilità di pubblicare (e monetizzare) quella musica anche sulle piattaforme digitali. Casualmente, proprio un anno dopo la nomina di Mogol a presidente della SIAE.

Quella di Battisti, a guardarla oggi, è stata una sorte immeritata.

Sebbene infatti le precedenti generazioni abbiano avuto modo di consumare e apprezzare la sua discografia, ponendolo nell’olimpo degli artisti italiani più influenti di sempre, non si può dire lo stesso dei giovani. La lontananza dalle piattaforme di ascolto moderne, ha significato infatti anche l’allontanamento dell’artista dai ragazzi di oggi, che non hanno avuto modo – nella maggior parte dei casi – di conoscerlo davvero. Insomma, ad oggi, per le nuovissime generazioni, Battisti è diventato un fantasma della musica del passato, chiuso in uno stanzino, insieme al suo significato culturale.

Si fa prestissimo ad incolpare i ragazzi di inconsistenza, superficialità – e in certi casi sarà anche vero – ma in una società che accetta di dimenticare e di non comprendere un artista come Lucio Battisti, è una tragedia annunciata. Non soltanto per la sua opera in sé, quanto per ciò che essa ha significato per tutta la musica italiana a seguire. In effetti, si può dire che egli sia stato il “Beatles” italiano. Basta ascoltare con attenzione i quindici pezzi più famosi scritti da Battisti-Mogol, per accorgersi che da ognuno di essi centinaia di artisti italiani (probabilmente anche il tuo preferito) hanno rubato qualcosa per le proprie canzoni. Riguarda qualcosa che purtroppo si fa davvero fatica a comprendere: la genialità dell’innovazione, del fare qualcosa che prima nessuno aveva fatto. La rivoluzione.

Ad oggi si è persa la cognizione che quando diciamo – in riferimento alla musica pop italiana – “tutto è uguale” in realtà dovremmo dire “tutto è uguale a Battisti”.

Perché se il suo genio di musicista non avesse fatto da terremoto cinquant’anni fa, oggi ascolteremmo cose molto, molto diverse. Eppure, abbiamo lasciato che strati di polvere si accumulassero su quelle canzoni, danneggiandone la memoria, mentre tanti altri artisti – anche di minore impatto – sono andati avanti, spesso conoscendo anche nuove ere di successo (basti pensare a Fabrizio De André).

Forse serviva più lungimiranza e meno conflitto d’interesse. O forse in questa storia si è dimenticata un po’ la musica. Forse chi ce l’ha tolto, ci ha privato della possibilità di essere consapevoli che, in Italia, una grandissima stagione musicale c’è stata. Se Lucio Battisti fosse stato disponibile sul web già qualche anno fa, magari non avrebbe sofferto di questa strana dimenticanza, che ha privato molti di noi giovani di alcune importanti lezioni sulla musica. Si salva forse qualcuno che da bambino, frugando nei dischi dei genitori, si è imbattuto in “Anima latina” o “Una donna per amico” e lo ha ascoltato, scoprendo casualmente un enorme tesoro.

Per fortuna dallo scorso 29 settembre (e ci piace pensare che non sia una data casuale, vero?) possiamo ormai consumare su Spotify i dodici album creati a quattro mani con Mogol, e recuperare tutto il tempo perso. Ma attenzione, non è tutta la discografia. Mancano all’appello i “dischi bianchi” scritti insieme a Pasquale Panella. Li avremo mai? Lo scopriremo nei prossimi dieci anni.

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