Colapesce, la Sicilia e una delicata malinconia

“L’angoscia di stare in un’isola, come modo di vivere, rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale” (Manlio Sgalambro)

Ho conosciuto Colapesce un po’ per caso quando la musica indie non si sapeva bene che fosse indie e non si capiva cosa fosse l’indie italiano. Così nel 2010 Lorenzo Urciullo, siciliano di Solarino, già negli Albanopower, decideva di incominciare il suo progetto da solista e io, nello zapping tra Dente, Brunori e gli altri, incominciavo ad ascoltare il primo Ep. Ero molto incuriosita e sapevo che non bisognava perderlo d’occhio.

“M’illumino, la notte non c’è stata mai, e dalle feritoie sanguina il castello”, è così che ho visitato il Castello Miniace di Ortigia all’alba. Con Un meraviglioso declino del 2012, e la sua edizione deluxe in modo particolare, ho incominciato a captare la poetica di Colapesce, con suoni anni ‘70-’80 che si discostavano audacemente dal cardine De Andrè-Gaetano, ma soprattutto mi colpiva il suo modo di raccontare la terra alla quale è molto legato: la Sicilia e, soprattutto, Siracusa e le zone limitrofe. Una Sicilia presente quando in modo palese, come in Talassa che ruba racconti dei pescatori e descrive: “Mangio pesce azzurro come i tuoi occhi / guardo il cielo, come l’acqua dopo la tonnara”; quando sotto forma di sentimenti, quali la nostalgia, “Le storie di questa casa vuota / Bastano a riempire una reggia / Quando eravamo dei nani impazziti. Ricordi?”, così, ogni volta che ascolto Bogotà e Colapesce canta della sua infanzia con il fratello, io ripenso alla mia, alle serate estive nella casa in campagna e al frinire delle cicale che faceva da sottofondo ai giochi di tre bimbi. Il cantautore isolano ha certamente il potere di riuscire a descrivere la malinconia, la nostalgia proprio perché le vive in prima persona.

Con Egomostro, del 2015, pare che la Sicilia sparisca quasi totalmente e compare al suo posto un’esigenza: “ridifendiamo le idee con il fiato e con le labbra”, ed è lampante anche la sua urgenza di essere sempre più netto e riesce a cantare “Stavolta non consulto più nessuno / Amare e basta e lo faccio a testa alta”, senza contorte elucubrazioni che alla fine servono solo a edulcorare la percezione delle cose. Sicuramente la sua terra è più nascosta, ma c’è sempre un fondo di malinconia che solo gli isolani sanno descrivere. Un attaccamento che c’è anche se non si vede, che si trasforma in una sorta di immotivata tristezza generale che però, con un accordo maggiore, non toglie la speranza che “con un leggero malessere / riconquistiamo la bellezza”.

Alla Sicilia non si sfugge, anzi, sempre nel 2015, diventa la cornice della graphic novel La Distanza, firmata con Alessandro Baronciani. Il protagonista, del tutto simile a Colapesce, facendo da cicerone a due turiste, ci fa scoprire una Sicilia che non si va a vedere solitamente: luoghi incontaminati, incantevoli e spesso stupefacenti.

Colapesce immortalato da Simone Cargnoni

“Una montagna foriera / Una necropoli intera / Mi mette in mano la vita / Quindi mi passa la morte” fa riferimento a Pantalica, prima traccia di Infedele, uscito lo scorso ottobre, estremamente moderna grazie all’elettronica (Jacopo Incani-Iosonouncane partecipa alla produzione del disco, e si sente). Traccia dai contenuti ancestrali che fanno riferimento a un luogo dell’infanzia di Colapesce (e in Totale canta che “Il sapore dei ricordi è aspro come limone”), una necropoli antichissima in cui ci sono le prime forme di insediamento nell’isola. C’è anche la sua delicata malinconia in Vasco De Gama, che pare andare a braccetto con Mai vista di Egomostro, ma richiama anche Talassa col sottofondo di voci di marinai che si riesce a sentire quasi solo in cuffia e con “I tonni (che) sembrano specchi”; una malinconia in una declinazione più speranzosa in Decadenza e panna quando canta “E quando ti vedo spuntare / Si scioglie la mia verità”; o un senso di incompiutezza alla Ciampi in Sospesi, traccia conclusiva del disco che spinge a riascoltare tutto dall’inizio.

In Colapesce si percepisce quasi costantemente una tristezza di fondo, un senso di inadeguatezza certe volte, una sorta di saudade altre. Ma si sente anche che nulla di questa tristezza è fuori luogo, anzi, sembra attraente, auspicabile quasi; che sia dovuta alla Sicilia, “Terra ca nun senti / ca nun voi capiri / ca nun dici nenti / vidennumi muriri”, o alla sua indole predisposta a questo sentimento, forse è questo il leitmotiv che rende Lorenzo Urciullo un cantautore attaccato alle origini ma proteso alla scoperta del nuovo.

Ascolta qui “Infedele”, Colapesce

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