Plastica: raggi UV e mutazioni sonore

Nell’ascoltare UV, fatica discografica di Plastica ed ennesima punta della lancia di Asian Fake, ho pensato per un attimo (divertito) al mio lavoro. Io gioco tutti i giorni con le radiazioni e ne conosco bene la paura intrinsecamente a loro associata. I raggi ultravioletti senza poter essere visti provocano benefici e danni imprevedibili. Ma questo è solo il prodotto finale del loro percorso all’interno degli esseri viventi: nel loro viaggio modificano la materia, ne alterano le strutture vitali, cambiano le informazioni genetiche (in estrema sintesi).

Ne usciamo, quindi, “diversi”.

Ed è proprio questo, come letto nei comunicati stampa legati al disco, l’augurio che la giovane artista offre al suo pubblico: esserne colpiti e cambiare in qualche modo le carte in tavola dell’ascolto o delle sovrastrutture legate all’ascolto.

Dicevamo: uscirne “diversi”. Il disco si presenta uniformemente variopinto, come quei caleidoscopi di cartone tanto amati dai cuccioli di turista. Nei quasi venti minuti di musica, si riconosce una fonte di luce (un artigiano super partes) che forgia e organizza i materiali sonori.

Le esperienze di Plastica sono tutte sul tavolo da lavoro: Verona, Milano, la night life, l’elettronica, gli sguardi attenti ad un mondo velocissimo.

Il resto delle tessere sonore provengono dalle collaborazioni: voci e progetti che aumentano entropia e curiosità. Il caleidoscopio che ne risulta affascinante e si pone all’attenzione di palati anche molto diversi tra loro.

Plastica – UV [Ascolta Qui]

Si parte con Splendore e Marta Tenaglia: FOMO si muove su rollerblade moderni e sul contrasto vocale e narrativo tra due artisti abituati a palette emotive molto diverse. Come sempre, Marta Tenaglia le regala un delicato retrogusto amarognolo riconoscibilissimo. GAME OVER ne mutua diversi aspetti: ELASI e Barro creano una hit track appiccicosa ma senza la terribile progressione da tormentone.

MARGHERITE (2 versioni) è una bi-traccia notturna in cui l’elettronica si superficializza in uno scenario quasi da club: Ethan e Marianne Mirage alzano il prezzo del biglietto per un prodotto che stuzzica la funzione repeat. Una traccia moderna ma difficilmente temporalmente collocabile: è quasi progressiva nell’approccio stilistico della base. Non sfigurerebbe (remixata ancor di più) in una playlist anni 2000. DARK DRAGONITE è la traccia che chiude il disco con Missey (che avevo già recensito): traccia “in evoluzione” e che lancia una fune verso i progetti futuri di entrambe le artiste evidenziandone le potenzialità espressive e gli sguardi pregiati.

Merita discorso a parte FAME con Laila Al Habash: traccia matura ed evoluta e che può essere presa come modello per il pop urbano meticcio e rabbioso che riempirà (sicuramente) le piazze nei prossimi anni.

Curioso questo lavoro.

Plastica, nomen omen, confeziona un lavoro riciclabile: scomponendo i vari tasselli musicali riusciremmo comunque a recuperarne la maggior parte. Questo è sicuramente frutto di rivalutazione ed osservazione: un utilizzo così completo e riconoscibile è meritorio in un mercato pret a manger. Le tracce si lasciano riascoltare e rivalutare.

Ne usciamo “diversi”.

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