“Un Sabato italiano” di Sergio Caputo: disco memorabile, decisamente alcolico

È il 1983. Il mondo è in gran fermento. L’Italia sembra essere quasi del tutto uscita dagli anni di piombo. Craxi diventa Presidente del Consiglio, a Roma si conclude il processo Moro. Nel frattempo, Bjorn Borg si ritira dal tennis, Charles Dauguet scatta la prima foto del Virus HIV. A Napoli vengono arrestate più di 800 persone accusate di avere rapporti con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. In Sicilia si muore di mafia, ogni giorno. Il magistrato Rocco Chinnici salta in aria con un’autobomba e, in Brasile, viene arrestato Tommaso Buscetta. A cinema escono film come Il grande freddo, Flashdance, Una poltrona per due, Io, Chiara e lo Scuro, Il tassinaro, Sapore di mare, Vacanze di natale. È in questo anno frenetico che viene pubblicato Un sabato italiano (CGD, prodotto da Nanni Ricordi), scritto, suonato e cantato dal cantautore romano Sergio Caputo (classe 1954).

Egli racconterà, anni dopo: «Non per vantarmi, ma io ho sempre le idee chiarissime su quello che voglio fare. Sono piuttosto pignolo, e anche se poi ho scritto sulla copertina “arrangiamenti di…” non c’è una sola nota in nessuno dei miei pezzi che io non abbia voluto esattamente dov’è»[1].

Scritto a Milano, è il primo lavoro di un ragazzo che a quel tempo faceva il pubblicitario di giorno e il musicista di notte.

Nel 1983 non ci sono i telefonini né i registratori vocali: se ti viene un verso in mente lo appunti su di un quadernetto o sul bordo di un giornale, ma se si tratta di un motivo musicale e sei fuori casa, come fai? Nessun problema, vai al primo telefono e cantalo registrandolo sulla tua segreteria telefonica.

Il disco non punta alle sperimentazioni sonore elettroniche tanto in voga in quel periodo, ma ripesca sonorità provenienti dal jazz e dallo swing. Oltre ai classici strumenti che formano una band (chitarra, batteria, basso e tastiere) vi è un massiccio uso di fiati. Il sax in particolare sarà il fil rouge che accompagnerà l’intera carriera di Sergio Caputo. Basti pensare che nel 1985 uscirà un brano poetico dal titolo Ho l’hobby del sassofono. Sul retro del vinile, come fosse un bugiardino, per ogni canzone è consigliato l’abbinamento ad un drink: era la Milano da bere d’altronde…

Un sabato italiano (retro)

Il primo brano, Bimba se sapessi, (da abbinare con Idrofobina vegetale), è diventato, nel tempo, molto famoso, non soltanto per la sua ritmica travolgente, quanto per l’estrosità del testo, caratteristica peculiare della poetica di Caputo. «Abito qui perché non sali, ho una collezione di medicinali, e due bicchieri, gli avanzi del pranzo di ieri». Qualcuno ha mai sentito parlare di Io e Rino (da gustare, naturalmente, con una birra Guinness)? «Barbe finte, occhiali scuri ce ne andiamo, sotto i salici inconcludenti di un tramonto stile Hollywoodiano. Via delle Comiche Finali incrocio Viale degli Orrori, ed è una vaga tristezza, quella che ci prende dentro e fuori».

In un riff ancora animato si stende Mettimi giù (da ascoltare bevendo Bloodhound), canzone disarmante e sognatrice. «Mettimi già uno schizzo di come è fatto il tuo paradiso, oggi ho una brutta tosse, sai, non mi sono niente divertito. […] Due ore all’alba e siamo ancora qui a fumare. Che ne diresti di andare al mare, o hai di meglio da fare o hai problemi di diversa natura? Chiudi un po’ la finestra che la luce di un nuovo giorno mi fa sempre paura». È il sax di Antonio Marangolo a scivolare nell’introduzione di E le bionde sono tinte (sorseggiando Paradise), dove «la vita è come un party di alta moda che ti vende all’orecchio ogni sorta di volgarità».

Veniamo adesso al brano che dà il titolo all’album, Un sabato italiano (bevendo Eggnog), colonna sonora per eccellenza degli anni Ottanta.

Una canzone che non invecchia mai, nella quale c’è tutto: la Roma felliniana degli anni Cinquanta e Sessanta, il Festival dei fiori, la malinconia ma anche la positività: «Guidiamo allegramente è quasi l’ora delle streghe, c’è un’aria formidabile le stelle sono accese. E sembra un sabato qualunque, un sabato italiano, il peggio sembra essere passato. La notte è un dirigibile che ci porta via, lontano».

Ecco come l’atmosfera si smorza improvvisamente, ricreando subito l’ambiente di un night, dando voce a Mercy Bocù (da gustare con Abat-jour). Il pianoforte simula, sovente, proprio il ritmo terzinato caratteristico degli arrangiamenti anni Cinquanta e Sessanta, quando la vita costava poco, c’era il boom economico ma ancora tanta miseria, abbondavano cinema e locali dove i complessi potevano esibirsi e, chissà, diventare famosi.

«Alla fine quasi tutti sanno tutto, sempre così… conviene alzare i tacchi, via di qui… pago il conto ed esco fuori per la strada, Mercy bocù. Un’orchestra di gatti sta provando l’overture, la mia stella da spettacolo, lassù».

Invece, per il fine settimana? «Venerdì, niente birra in frigidaire, l’ennesimo caffè brucia indisturbato lì sul gas. Tardi per un film, testa tra le nuvole, ballo il cha-cha-cha mentre metto in ordine». E chissà poi come andrà il Week-end (da trascorrere sorseggiando Alexander). Forse si potrebbe andare al Night (bevendo Margarita), di notte per l’appunto, con le orchestrine, i telefoni a gettoni, Ives Montand e la spensieratezza di una serata.

«È così che mi ritrovo a divagare su chimere e aspirazioni da viveur, nell’intrigo della notte, in quest’oasi di lamé, a prescindere dai fatti penso a te».

Si dice che il brano di chiusura è sempre il più bello. Lo si mette alla fine proprio per dare un’impressione positiva all’ascoltatore.

In realtà, l’album di Sergio Caputo non ha bisogno di questo poiché ogni canzone è da custodire ed è già storia da tramandare. In effetti, però, la decima pillola, dal titolo Spicchio di luna (da gustare con Tung), è un vero e proprio capolavoro. È il pianoforte di Toto Torquati ad introdurre la canzone con una cadenza che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta nella vita. In un’aria soffusa, si sciolgono i primi versi, come fosse un’ode alla luna. Senza nulla togliere a Saffo, Leopardi, Baudelaire, Garcìa Lorca, i versi di Sergio Caputo brillano di speranze e solitudine.

«Piccoli sogni in abito blu ammiccano discreti dall’insegna di un locale, mentre tu mi proponi discoteche inquietanti e amici naif… Io speravo in un incontro galante cheek to cheek. Spicchio di Luna, ormai, non navigo più da molto tempo in quelle stesse acque tempestose dove tu mi trovasti tanto male in arnese da scappare via, no, non voglio abbandonarmi ai ricordi tuttavia…».

Richiudendo il disco, se dietro troviamo le ricette dei cocktail, in copertina c’è Sergio Caputo, giovane ed eterno ragazzo col ciuffetto, in piedi dinanzi ad un bar di Piazza Cavour a Roma, con le mani in tasca, una maglietta bianca e sopra una camicia azzurra aperta, rimboccata nei pantaloni scuri. Le scritte gialle della grafica, in contrasto con il blu notturno, conferiscono la giusta luce ad un lavoro che ha segnato la storia della musica italiana.

[1] Sergio Caputo, Un sabato italiano. Memories, Mondadori, Milano, 2013.

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