Tutti muti quando parla Speranza

C’è una linea sottile che separa l’essere dall’apparire.
Passa in modo imprescindibile da quello che si dice, e le azioni che supportano le parole.

Ugo Scicolone, noto a tutti come Speranza, non ha di certo bisogno di presentazioni. I suoi singoli a metà fra spaccato sociale e fenomeno virale l’hanno proiettato nel novero dei progetti più interessanti riconducibili alla scena hip-hop/trap, scevro da apparenze e con le tasche piene di sostanza. Anticipato dai consueti singoli promozionali, arriva il primo disco: Speranza è “L’ULTIMO A MORIRE”.

So’ dieci anne ca nun faccio na cosa del genere / pure vinte ca martello ma me chiammene emergente, mo degenero

Il verbo essere cristallizza l’intero concept attorno al quale ruotano queste quattordici tracce. Tra Francia e Campania, il rapper classe ’86 mette in barre i suoi trascorsi ed il suo presente, fatto di sudiciume e sentimenti puri, minacce di morte e amicizie decennali, spaccio di droga e sacrifici per alimentare la propria passione. Quello scenario di brutture che caratterizza la vita di provincia, maestra durissima che insegna le lezioni più importanti.

Perché cresci affamato di riscatto, perché lontano dall’estetica del bello tutto il cemento si assomiglia e impari a riconoscere (e distinguere) volti fidati dai falsi amici. Succede così che Caserta diventa capoluogo del Texas, che azzeri le distanze fra Cerignola, Gioia Tauro e Chinatown. Perché vuoi conquistare “il mondo, chico…e tutto quello che c’è dentro”, masticare il frutto per poi sputare il nocciolo.

Speranza – L’ultimo a morire [Ascolta qui]

Le quattordici canzoni di Speranza

I valori ideologici (le barre di silenzio per le vittime di Gaza in CASERTEXAS ed il ricordo dei defunti a Lampedusa in CHINATOWN sono più eloquenti di tanti discorsi di maniera) e il sentimento fraterno predicato da Speranza nelle liriche, puntualmente presente attraverso nomi e riferimenti, si trasformano in un disco dal forte orientamento collaborativo. Riley Beatz, simoo, Maiole (che sta facendosi strada con notevoli produzioni) e Frank Carozza sono i producer fidati; in aggiunta, le guest di Crookers, Night Skinny e Don Joe completano un versante sonoro che francamente non ha eguali nel panorama italiano. Ogni canzone indossa l’abito musicale migliore; che sia tuta Legea, Zeus o Givova, i beat sono modellati con soluzioni eterogenee, contribuendo ad un crescente senso di curiosità che si fa spazio nell’ascoltatore. È tutto coerente, ma nessuna nota suona similare a tre minuti prima.

Basi così solide sono la struttura portante per sostenere le corse sfrenate della penna. I testi di Speranza vanno a trecento all’ora, sia per gli argomenti affrontati che per l’agilità linguistica.

Multilinguismo come necessità espressiva, con buona pace delle featuring più strategiche quali Guè Pequeno, Tedua e Massimo Pericolo. Non mettiamo in dubbio l’interesse artistico che li ha portati a prestare voce per questo album, ma la sensazione personale è che non riescono a stare al passo dell’attore principale, senza troppi giri di parole. Molto più convincenti le collaborazioni con Kofs e Rocco Gitano. Speranza unisce le forze con persone che condividono trascorsi e visione della vita, ed è stupefacente come in CAMMINANTE la trap gitana prenda l’aereo per suonare come quella latina di Cardi B e Bad Bunny, vincendo tutto quando tra le parole si insinua una citazione agli 883.

Mi parli di 6ix9ine, ma noi non cantiamo uguale / non mi importa di quello che sei, ma di quello che fai

Questo disco è un ascolto paranoico, e permette di saggiare in modo consistente cosa passa nella testa di Speranza. C’è amore, ci sono sani valori ma anche il fuoco sacro di chi è incazzato e vuole il riscatto dalle rinunce e dai soprusi. “L’ULTIMO A MORIRE” non scende a compromessi, strizza l’occhio al funk, alle aperture melodiche e si concede anche incursioni in campi tech-house (100 ANNI e RUSSKI PO RUSSKI) dove l’invidiabile flow di Ugo segna la traiettoria di quella che si potrebbe definire traptronica.

Un esordio esemplare

Decisamente uno degli ascolti più interessanti e meglio sviluppati di questo 2020, pulsante di contenuti e rovente di energia dalla prima all’ultima nota. Talmente zingaro da avere le radici piantate tra Caserta (resa vivida dal suo dialetto, affine al napoletano ma con differenze peculiari) e la Francia, coinvolgendo come minimo un paio di religioni. La celebrazione dell’identità ed appartenenza, che arriva da chi invece ha l’attitudine nomade.
Una bella lezione che mi riporta alla mente una storia risalente a più di venti anni fa: quella di un bianco capace di rivoluzionare il rap americano, oggi un franco casertano mette a ferro e fuoco la scena italiana per non lasciare neanche le briciole.

La scelta di Iris come primo estratto promozionale non è di sicuro un caso. Probabilmente il fatto che sia emblema e sintesi della poetica di Speranza è una felice coincidenza. Una produzione avanti almeno di cinque anni rispetto alla proposta attuale che convola a nozze con l’italiano, il casertano ed il francese tra saliscendi in extrabeat. Ripetere quattordici volte per ottenere un disco dinamitardo.

Non parlo d’amore, parlo di rancore / sentimento molto più sincero, più profondo

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