“Habitat”, l’empatia sta nei suoni: intervista ai C’mon Tigre

Il punto è questo: se non sai parlare, se non conosci le parole, vuol dire che non puoi provare emozioni? No. Ecco che quindi il suono diventa una forma ancestrale di empatia.

Habitat è il quarto album in studio di uno dei migliori progetti attivi in Italia: i C’mon Tigre. Un collettivo che dona ai suoni un’indiscussa rilevanza mai secondaria né in competizione con le parole.

Di fronte una birra, il traffico romano di sottofondo e una pioggia leggera, timida e osservatrice, abbiamo conosciuto il loro vero e unico Habitat: un orgasmo per le orecchie.

Cosa significa per voi avere a che fare con un album come “Habitat”?

Portarlo in giro, ascoltare quello che gli altri hanno da dire, vivere (con) l’habitat che abbiamo creato. È un mood in cui recepiamo e prendiamo molto dagli altri. È quasi un cambio di ruolo.

C’mon tigre – Habitat [Ascolta qui]
Lo avete immaginato esattamente così l’habitat?

Quello che accade durante un processo creativo è che ti metti a fare, se pensi prima di fare, ti immobilizzi. Il pensiero analitico arriva quando hai smesso di fare e puoi guardare l’album da fuori. Hai tempo di assorbire quello che hai fatto, di assorbirlo.

Nell’album è saldamente protagonista l’aria e la scena brasiliana. Cosa c’è in comune con quella italiana e la vostra in particolare?

C’è un percorso. Questo punto di arrivo attuale, che ci porta a confrontarci con la musica brasiliana, è un’esigenza. Il nostro bisogno di sentirci meglio va supportato da un linguaggio e la musica brasiliana contiene in sé una vitalità ben definita e funzionale a questo tipo di racconto. La musica folkloristica italiana può avere nel suo grembo pezzi di linguaggi simili. Il tramite per arrivare fino al Sud America non è così distante da quello di cui ci siamo nutriti fino ad ora. 

Qualcuno scriveva che la vostra è una successione di suoni sbagliati correttamente. Ed è ciò che più si sente nel brano con Giovanni TruppiSento un morso dolce” in cui voi stessi dite che la ripetizione è la chiave. Si tratta di una seduta psicanalitica, ma di chi?

È un personaggio inventato. Non abbiamo scelto Giovanni per rappresentare quel ruolo. Con lui siamo molto amici. Quello che è successo è: “sarebbe fico fare una cosa assieme che vada in questa direzione dove tu interpreti questo ruolo”. Abbiamo pensato questa cosa insieme, partendo da un’idea, immaginandocelo come se fosse la mosca bianca, dato che è la nostra prima collaborazione italiana.

Chi avreste potuto scegliere per esempio?

È difficile dirtelo, magari qualcuno con un flow più morbido. Giovanni è un cantautore sui generis ed è molto difficile immaginarlo in contesti differenti. Lui stesso ha detto che questa collaborazione sarebbe stata un pò una sfida, perché non abituato a scrivere da input esterni. 

Quello che fate è mettere le cose così come stanno: non c’è critica,  non c’è polemica. Una pratica totalmente anti italiana, no? Sai la mania made in Italy di polemizzare nella musica…

In questo disco non c’è polemica, ci interessa solo l’energia. Abbiamo pensato a un habitat pregno di energia. Poi, beh, immaginalo anche portato dal vivo questo album.

Mi confermate che amate giocare più con i suoni che con le parole?

Sì, è evidente. Costruiamo il comparto sonoro e poi a un certo punto dobbiamo fermarci aspettando le parole.

Cos’è che le parole non sono in grado di dare rispetto a quello che da il suono?

L’empatia.

I suoni sono più empatici delle parole?

Sì, in questo caso sì. La nostra voce viene trattata come uno strumento musicale perché a noi interessa il suono. Le parole definiscono un concetto che parte dalle note. 

Una volta un tizio mi disse che il jazz non è un genere empatico.

Discutibile.

La musica riesce a cambiarti l’umore in un microsecondo e il jazz non si sottrae a questa magia. Se si parla di free jazz ok, ma anche quello è veicolo di emozioni. C’è una fruizione a livello inconscio della musica che non si riesce a recepire o di cui non ci si fida, perché magari ci mancano le parole e il linguaggio per poterla afferrare, ma la progressione di accordi può portarti da un parte piuttosto che da un’altra senza che tu te ne renda conto.

Il vostro è il genere di cui più vi fidate?

Il genere di cui più ci fidiamo è quello che ci viene meglio, fatto per raccontare nient’altro che un’emozione. Le parole devono prima passare dal cervello per essere capite.

Il punto è questo: se non sai parlare, se non conosci le parole, vuol dire che non puoi provare emozioni? No. Ecco che quindi il suono diventa una forma ancestrale di empatia.

Grazie C’mon Tigre per essere illuminanti.

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