Motta: diventare adulti tra paure e scelte

La pace non esiste. Certo, è auspicabile. Tutti la cerchiamo continuamente. Eppure le nostre giornate oscillano da alcuni momenti felici ad altri totalmente opposti, sfiancanti. Ogni giorno, dentro di noi, c’è in corso una vera e propria guerra, tra ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e ciò che la società e il mondo vogliono che noi siamo. Questa battaglia interiore sembrerebbe non avere mai fine e potrebbe, a tutti gli effetti, continuare all’infinito, almeno finché non si arrivi a un punto della vita – che può succedere a vent’anni, ma anche molto più in là – in cui accada una vera e propria epifania. Uno dei più grandi scrittori del Novecento, James Joyce, ha raccontato di questi sconvolgimenti attraverso i controversi, eppure così tanto realistici, personaggi dei suoi racconti, come in “Gente di Dublino”. C’è sempre un punto di svolta in tutti i suoi racconti. Un momento in cui il personaggio si rende conto del suo stato di sofferenza, di immobilità, di paralisi. L’epifania è infatti un’improvvisa illuminazione che può essere causata da un oggetto, da una situazione quotidiana o un gesto vissuti dal soggetto in un momento di difficoltà e crisi.

James Joyce

Francesco Motta ha il dono di saper raccontare questi momenti: i suoi testi ne sono pieni. Chi l’ha detto che i desideri che ci portiamo dentro sono così grandi e complessi da non poter essere raccontati? Motta anche in questo ultimo intenso e disarmante “Vivere o morire” ci prova e, come per il precedente “La fine dei vent’anni”, ci riesce. Tu sei lì e stai facendo, probabilmente, quello che fai tutti i giorni a quella stessa ora, solo che a un certo punto accade qualcosa di diverso. Non è necessario si tratti di un evento plateale o rumoroso. È sufficiente una mosca che si posa sul muro e che subito svanisce con la medesima velocità con cui è apparsa, la risata di alcuni bambini fuori in strada o una folata di vento sugli occhi, mentre si cammina verso casa. In quei momenti solitamente tutto intorno è silenzio e, improvvisamente, senza che quasi nulla avvenga, ti rendi conto che forse stai sbagliando tutto. Quei momenti hanno lo stesso sapore di una rivelazione e, come tutte le cose che trasformano, sono molto rari. Ad un certo punto si arriva come a una specie di strettoia che porta, di conseguenza, a una scelta quasi obbligata. Continuare a prendersi in giro per un illusorio quieto vivere o “lasciare tutto e godersi l’inganno”.

Copertina di “Vivere o morire” di Motta

Noi scegliamo ogni giorno, continuamente. Dai primissimi istanti del risveglio, in cui la luce, debole, oltrepassa le finestre e raggiunge i nostri occhi ancora socchiusi, sino a quando, nei fumi abbaglianti della notte, decidiamo di mandare quel messaggio a quell’amico che non sentiamo da un po’ o a quell’amore antico e disperso che non abbiamo mai dimenticato. In fondo siamo sempre gli stessi: quelli che se c’è un sole perfetto vogliono la luna. E nei nostri desideri non abbiamo ancora smesso di crederci. In un mondo pieno di parole finte, il più delle volte vuote, che molte volte non sono altro che un viatico per fregare il prossimo, fregando però poi anche noi stessi, sogniamo una realtà in cui la chiarezza sia dettata dalle cose semplici: “Finalmente senza spiegare niente / e senza dirci come siamo stati”. E ancora una volta le parole di Motta, in questo nuovo disco, risultano più vere del vero.

Quella stessa verità che imparammo a memoria, grazie a suo tempo anche a Riccardo Sinigallia, di cui si sente velatamente la mancanza. Eppure in realtà è giusto così: perché anche Francesco Motta ora cammina con le sue gambe, realizzando un disco tra Milano, Roma e New York “per amore e basta”. E se un tempo il mantra era “Prenditi quello che vuoi” ora il refrain è cambiato, restando comunque carico di una forza ammaliante, si trasforma in un ossessivo “Vieni via con me”. E non è per niente difficile dargli retta, fidarsi e andarsene via con lui per i trenta bellissimi minuti che si vorrebbe, una volta conclusi, ripetere mille volte ancora.

I vent’anni sono finiti, così come i suoni graffianti del primo disco, ora più riflessivi e accorti, ma non è ancora arrivato il momento di diventare adulti. “Ripeness is all”, la maturità è tutto, scrive Cesare Pavese ricordando le parole di Shakespeare. Che poi cosa significa essere adulti? E sembra chiederselo Francesco Motta, anche se pare non esserci una risposta. Restano, sopravvissuti a tutte le domande e le incertezze, con i loro contorni ben definiti, gli sguardi di chi ci è accanto e che alla fine, nonostante tutto, resiste al tempo (“Chissà dove sarai”), ai rimorsi (“La nostra ultima canzone”) e al cambiamento (“Quello che siamo diventati”).

Cesare Pavese

Forse è la scelta la conditio sine qua non della maturità. Iniziamo ad essere adulti quando troviamo il coraggio di scegliere. Se studiare o lavorare. Se essere liberi o schiavi di qualcuno o qualcosa. Se continuare a cercare quella pace oppure arrenderci a un accontentarsi di quello che già abbiamo. Se amare e aprirci all’altro oppure no. Se vivere o morire. La vita è proprio lì nel mezzo di quelle scelte e di quella ricerca. E così è quasi come essere felici. Motta lo sa e ce lo racconta nelle nove tracce di questo suo secondo lavoro, che arriva come la conferma definitiva del suo valore.

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