Era Indie: una lente d’ingrandimento sulla rivoluzione musicale dell’ultimo decennio

Pubblicato il 21 novembre per Arcana, ERA INDIE è l’esordio letterario di Riccardo De Stefano, critico musicale ed esperto di comunicazione del circuito indipendente italiano. Il libro, con la prefazione di Federico Guglielmi, è il racconto del decennio 2010/2019 della musica indipendente italiana. Un mercato discografico che da nicchia è mutato fino a diventare punto di riferimento della musica italiana e del mainstream. Abbiamo intervistato l’autore per comprendere come nasca una rivoluzione culturale di dimensioni spesso sottostimate e le prospettive dell’indie negli anni a venire.

Nel considerare l’indie italiano come una rivoluzione non solo musicale ma anche culturale, quali sono gli aspetti che travalicano la parte della rivoluzione di genere per rimanere impressi nell’immaginario culturale?

L’indie che abbiamo conosciuto negli anni ’10 si è proposto come un “modo” di pensare e forse ancor più di essere, più che un genere musicale. I nuovi autori del circuito indie ci hanno fatto vedere la parte più intima e “in minore” della vita, della post adolescenza, delle relazioni, con quello che io definisco in “Era Indie” disagismo, il modo cioè con cui affrontare il proprio sentirsi fuoriluogo e non pienamente dentro la visione standardizzata della vita che ci vuole tutti belli, ricchi e di successo. Una sorta di fuoricorsismo dell’anima, per autocitarmi. Ecco allora che ci immaginiamo i “cantanti indie” vestiti fuori moda, mai troppo belli ma anzi un po’ goffi, sovrapposizione perfetta dell’everykid di oggi.

Va comunque detto che il sottotitolo del libro sottolinea come la rivoluzione sia “mancata”. Se l’indie infatti, almeno fino al 2016, sembrava illuderci con l’idea che “chiunque può farcela”, oggi questo processo che all’epoca sembrava spontaneo al limite del casuale è diventato macchinoso e in alcuni casi di pura clonazione musicale, perfino grottesco.

Nel corso di questo decennio, quali sono i cambiamenti più rilevanti all’interno dello stesso sviluppo dell’indie?

Provare a ridurre l’epopea dell’indie degli anni ’10 in un solo genere sarebbe riduttivo, quindi deleterio. Se vogliamo comunque considerare l’indie una emanazione del pop rock, ci sono diversi approcci interni e ognuno ha avuto un suo sviluppo. Quella sorta di indie d’autore, molto cantautorale, alla Dente o Vasco Brondi per intenderci, ha trovato enormi ostacoli, non riuscendo a fare grandi proseliti né numeri equivalenti all’approccio più pop, con forse la sola eccezione di Brunori Sas. Ma ognuno dei cantautori di stile tradizionale gioca un campionato a sé.

Nell’indie più pop, c’è da una parte la deriva retromaniaca, che ha visto i Thegiornalisti come alfieri del movimento, mentre l’indie pop più disagista è slittato in quello che molti chiamano itpop, che benché altrettanto generico come termine, uso per identificare gli episodi più manieristici del genere.

In breve, le evoluzioni sono state due. Con il crescente successo, sono aumentati anche i soldi e quindi gli investimenti in produzione sonora. Questo ha spinto molti giovani autori a seguire le orme di chi ce l’ha fatta. Così, se l’indie di inizio decennio era fresco e nuovo perché autoprodotto alla buona e quindi nettamente diverso dai prodotti radiofonici, il cosiddetto itpop è solo una trafila di gruppi che “suonano come…”, diventando la nuova norma mainstream e radiofonica, rendendo banale e scialbo il linguaggio oramai vecchio degli artisti del giro indie. Molto più interessante il cosiddetto graffiti pop, che fonde un certo rap (e a volte una certa trap) con il disagismo dell’indie e le melodie del pop. Come i Coma_Cose, per me eccezionali.

Il titolo Era Indie, sembra alludere anche ad un possibile riferimento al passato, come se questa rivoluzione musicale fosse esplosa/implosa con il concludersi del decennio…

Ad oggi, che il più è stato fatto e abbiamo tutti dieci anni di più sulle spalle, si può vedere la parabola oramai discendente di questo fenomeno, per ovvi motivi. Non ascolteremo per sempre le stesse canzoni, e chi diventerà adulto in questo decennio avrà gusti e interessi diversi dai nostri. Paradossalmente il decennio indie è stato scandito da 3 eventi ad intervalli quasi precisi. Nel 2010 escono i primi singoli de I Cani, nel 2015 Calcutta pubblica “Mainstream” e nel 2019 i Thegiornalisti si sciolgono tra accuse reciproche e polemiche. Dalla “cameretta” di Niccolò Contessa al Circo Massimo dei Thegiornalisti c’è racchiuso dentro tutto il tortuoso mondo dello showbusiness, dell’evoluzione di queste band da artisti indipendenti a eroi del mainstream, e le conseguenze di questi cambiamenti. Oggi, all’alba degli anni ’20, viviamo un mondo musicale-discografico nettamente diverso.

Nel portare avanti questa analisi cronologica di un fenomeno che è cresciuto con una generazione di ragazzi, quale credi sia l’evento scatenante, l’artista pioniere che ha dato l’avvio alla scalata verso il mainstream di un genere prevalentemente di nicchia?

Ogni evoluzione è fatta di piccoli passi. Non a caso in “Era Indie” il primo capitolo è dedicato a quello che è successo – in breve – dagli anni ’90 al 2010. Senza comprendere chi c’è stato prima non si può comprendere il successo di certi artisti. Sicuramente l’importanza di progetti come Offlaga Disco Pax e Le Luci della Centrale Elettrica è centrale. Hanno portato un nuovo modo di scrivere e parlare al pubblico. Purtroppo per loro, appena qualche anno dopo arriva Niccolò Contessa con I Cani e rompe quel modello. Ne crea un altro, fatto di citazioni pop, quadretti di vita fortemente iconici e riferimenti a cliché e a immagini facilmente riconoscibili (come “i pariolini di 18 anni”, che nessuno conosce realmente, ma tutti sanno di che si parla).

Grazie al nuovo modo di scrivere musica e soprattutto di farla suonare emerge poi Calcutta, che solo con “Mainstream” ha i suoni – oltre alle parole – giusti per sfondare il mercato. E non a caso quei suoni sono figli di Contessa. E proprio nel 2016, Niccolò sparisce dai radar per diventare eminenza grigia dell’indie, come produttore di Coez e recentemente di Tutti Fenomeni, confermandosi Re Mida dell’indie.

Per concludere, domanda fatale e fatalista: l’indie è morto?

Se consideriamo il termine “indie” come riferito al mondo delle etichette indipendenti (cioè tutto quello che non è major), non morirà mai. Ci sarà sempre voglia di suonare e sempre disattenzione e incapacità in alto (pensateci: ditemi un solo artista scoperto dalle major negli ultimi 20 anni).

È finita un’epoca però, questo è sicuro. Nel mio libro ricordo il concerto di presentazione dell’omonimo disco di Giovanni Truppi, febbraio 2015, dove il suo chitarrista era un Motta post Criminal Jokers e pre “Fine dei vent’anni”. Il concerto lo apriva un ancora sconosciuto Calcutta, appena entrato in Bomba Dischi. Momenti come quello non torneranno più. Come non tornerà più quel modo di scrivere e suonare un pop “nuovo” (che spesso sembrava vecchio e forse lo era), visto che ormai, come già detto, quel pop così diverso dal canone è diventata la nuova norma. Ma verrà altro, qualcosa di altrettanto forte e dirompente, nuovo e avvincente. Non parlerà a noi, ma questo non importa. Speriamo di essere abbastanza intelligenti da non odiarlo, senza arroccarci dietro un “ai tempi miei…”.

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