Afterhours, i 25 anni di “Non è per Sempre”

Per raccontare un pezzetto della storia degli Afterhours bisogna andare nelle viscere dell’underground musicale italiano, quando si chiamava così e non ancora “indie”. Al centro di questo breve viaggio nella band di Manuel Agnelli andiamo a riscoprire il loro sesto disco, Non è per sempre, l’album che in questi giorni compie 25 anni.

Dopo i primi tre lavori, c’è il cambio di lingua, dall’inglese all’italiano, in un momento particolarmente felice per il nuovo rock italico che in qualche modo comincia a travalicare la cornice delle proprie nicchie per ampliare il proprio pubblico. I motivi saranno differenti, non ultimo l’attenzione crescente delle major verso quel mondo sommerso, impregnato di garage e sale prove, e la visibilità concessa tramite i videoclip dai primi canali musicali televisivi.

Non è per sempre” è l’album, secondo molti, più pop della band, quello in cui la forma canzone prende il sopravvento, cambiando un po’ le sonorità precedenti, aprendo a un pubblico più vasto. Ma è davvero così?

Sinceramente a riascoltarlo a distanza di 25 anni quel disco pare invecchiare bene. Migliora col tempo come il buon vino e soprattutto custodire per intero lo spirito Afterhours, fatto di ricerca, influenze internazionali, sperimentazione, provocazione, volumi alti e aperture melodiche.

Ma intanto ritorniamo con la memoria a quell’ultimo scorcio di secolo. Siamo nel Maggio del 1999, non un anno qualsiasi. Ora sembra tutto normale e scontato perché lo scorrere del tempo è una delle poche cose che non si mette in discussione, ma in quell’ultimo anno del millennio fobie e interrogativi, talvolta apocalittici, affollavano giornali e talk show ammiccando ad improbabili scenari da fine del mondo. Più concreto era il quesito rispetto al millennium bug, l’informatica avrebbe retto al cambio completo di data? Tutti i computer avrebbero meccanicamente accettato il passaggio da 1999 a 2000?

Non è per sempre
Afterhours – Non è per sempre [Ascolta qui]

Ma come detto la vita scorre a prescindere

L’Euro da pochi mesi era diventato la moneta ufficiale dell’Europa, Carlo Azeglio Ciampi il nuovo Presidente della Repubblica e Napster fa la sua apparizione ufficiale come piattaforma di file-sharing. C’è finanche l’Italia del basket sul massimo gradino del podio europeo, mentre i tormentoni pop riempiono le spiagge di tutta la costa dai Backstreet Boys a Ricky Martin, fino ad Alex Britti e a un Cremonini ancora in sella ai Lunapop e alla sua “50 Special”.

La Milano musicale, quella underground, intanto comincia a emergere, e negli anni Novanta si prende parte della scena nazionale con tantissime band che arrivano da lontano, da quegli anni Ottanta da cui gli Afterhours ammoniscono che non si esce vivi. Sarebbero tanti i nomi da fare che compongono ormai quella scena ma ricordiamo per esempio Casino Royale, La Crus, Ritmo Tribale e ovviamente gli Afterhours, che prendono in prestito per il loro nome una canzone (After Hours) dei Velvet Underground di Lou Reed.

Dopo i primi tre dischi in inglese, “All the Good Children Go to Hell” (1988), “During Christine’s Sleep” (1990) e “Pop Kills Your Soul” (1993), la rock band milanese passa alla lingua italiana e sforna due dischi che mettono le basi per il loro successo futuro, vale a dire “Germi “(1995) e “Hai Paura del Buio?” (1997).

In Germi vengono riprese e proposte in italiano alcune canzoni dei loro dischi in inglese, tra cui Dentro Marylin, che diventerà un classico del loro repertorio e sarà anche incisa da Mina in una sua versione dal titolo Tre Volte dentro me.

Ossigeno e Strategie saranno altri due brani molto amati di una tracklist in cui trova spazio anche una cover di Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico, riarrangiata per un tributo al cantautore calabrese e che sarà proprio la prima canzone a segnare il passaggio della band all’italiano. È in questa fase che le sonorità rock, molto dirette, della band si consolidano, con una notevole capacità di muoversi in generi contigui ma differenti nelle sfumature, dal punk al post-grunge fino al noise e alla psichedelia, misurandosi crescentemente con la forma canzone, il tutto arricchito da rappresentazioni sul palco con trovate dadaiste.

Intorno alla personalità forte di Manuel Agnelli si consolida e cresce un gruppo forte e affiatato musicalmente, con Giorgio Prette alla batteria, Alessandro Zerilli al basso, Davide Rossi al violino e soprattutto Xabier Iriondo alle chitarre che alza muri di suono e livello di sperimentazione.

Il successivo Hai Paura del Buio? sarà una conferma di un solco già avviato, allungando la tracklist a 19 brani, e cambiando etichetta, passando dalla Vox Pop alla Mescal e facendo posto al violino a Dario Ciffo.

Per la critica è il miglior disco della band, forse non riconosciuto immediatamente ma apprezzato poco dopo. Molte delle canzoni diventano dei classici del repertorio che conferma anche le sonorità sperimentali, a tratti hardcore punk, insomma il suono duro degli Afterhours si manifesta completamente con brani come Lasciami leccare l’adrenalina, Male di Miele, Dea, Veleno, Rapace; non manca il sarcasmo con 1.9.9.6. e Sui giovani d’oggi ci scatarro su, lasciando un po’ di spazio anche alla forma canzone come nel caso di Voglio una pelle splendida e Pelle.

Afterhours

Si arriva così al sesto disco, “Non è per sempre”, quello “accusato” di essere pop.

In realtà bisogna centrare il punto di vista per collocarlo e comprendere che non c’è alcun “reato”. La forma canzone o perfino la ballad, è sempre stata una delle anime, o se vogliamo, delle vie possibili, esplorate dalla band, e certamente in questo episodio ce ne sono, peraltro di bellissime, a partire proprio dalla canzone che dà il titolo al disco, seguita da Bianca e Baby Fiducia.

Sono canzoni che i fan memorizzano in fretta, e in alcune parti del live cantano, emozionati, frasi che diventano per certi versi generazionali come “il tuo diploma in fallimento è una laurea per reagire“; forse cambia un po’ il clima solito dei concerti degli Afterhours, ma sono solo dei passaggi, che invece rafforzano la completezza di una band matura, pronta ad accogliere un pubblico più ampio senza perdere quello della prima ora.

Tuttavia all’interno della band, (che intanto vede al basso Andrea Viti), queste due anime musicali un po’ si scontrano e il chitarrista Xabier Iriondo abbandonerà proprio dopo questo disco, forse più preoccupato delle scelte sonore future che di quelle presenti, anche perché, nel resto del disco la cifra della sperimentazione e il livello dei volumi resta piuttosto alto: Le verità che ricordavo, Non si esce vivi dagli anni Ottanta, Cose semplici e banali, L’Estate.

Probabilmente, indipendentemente dai volumi, c’è più voglia di sperimentare e di ricercare, costruendo atmosfere e cambiandole all’interno della stessa canzone, addirittura con una libertà maggiore rispetto al passato, pensiamo a Oceano di gomma o a Oppio insieme a Cristina Donà, fino a Milano Circonvallazione Esterna, una delle tracce più riuscite che apre il disco.

Secondo Rolling Stone Italia “Non è per sempre” si colloca al numero 41 dei migliori dischi di sempre fatti da queste parti, “Hai Paura del buio del buio?” invece riceve il riconoscimento dal M.E.I. (Meeting delle etichette Indipendenti) come miglior disco indie dei venti anni di riferimento.

A stretto giro la band fa uscire un doppio live dal titolo Siam Tre Piccoli Porcellin frutto del tour e diviso in una parte acustica e in una elettrica. Addirittura l’idea originaria era di far uscire solo la parte acustica ma non tutti erano d’accordo. La questione acuì quelle differenze di vedute e certi timori sul futuro.
Inevitabile la separazione da Iriondo che, tuttavia, qualche anno dopo ritornerà a imbracciare la chitarra al fianco di Manuel.

È un momento di svolta per la band e Manuel Agnelli vuole ancora di più, provando a dare visibilità a tutto il circuito alternativo con il Tora! Tora!, portando sul palco insieme le miglior rock band in circolazione in un festival itinerante.

Manuel prende seriamente l’idea di dare visibilità al circuito indipendente. Qualche anno dopo ci riprova sfruttando la visibilità della partecipazione degli Afterhours al Festival di Sanremo 2009, creando la compilation collettiva Il paese è reale con lo stesso intento.

Ma non tutto era delineato o certo, mentre i computer avevano assorbito il cambio data, gli anni Duemila iniziarono con grande incertezza per la band.

Non ci fu niente di scontato, ma alla fine, nel giro di qualche anno, arrivò il nuovo disco, Quello che non c’è, che si rivelò un altro bel colpo messo a segno. Si compattò la line up e si scelse di non sostituire Iriondo dopo il suo abbandono; si integrò invece a tempo pieno Giorgio Ciccarelli, già al lavoro con loro dal vivo nell’ultimo tour.

Gli Afterhours sono un gruppo rock vero, che si è costruito passo dopo passo, in modo solido, nota dopo nota, dalla sala prove al palco; tra scazzi e sudore, tra viaggi in furgone in giro per l’Italia e strade anche esistenziali da percorrere per scommettere ancora sulla musica. Per questo raccontare un disco è raccontare un pezzo di carne viva di una band, e a volte per raccontare un disco c’è bisogno di raccontare anche un po’ di tutto il resto.

Siamo ai 25 anni di Non è per sempre e per fortuna a molti di più degli Afterhours.

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