Galoni racconta il suo terzo album: “Incontinenti alla deriva”

Emanuele Galoni, classe 1981, vive in provincia di Latina ma è da sempre attivo a Roma. Cantautore di matrice folk, guarda alla tradizione italiana e alle sonorità moderne del nord-europa.

Incontinenti alla deriva è il terzo disco di Galoni e tira le somme, riflette sulle anomalie del periodo storico attuale e sulla omologazione del tempo. “Difficilmente riusciremmo a distinguere un 2004 da un 2013. Oltre alla moda, al costume, all’arte, al cibo o al suo modo di vivere, l’uomo è riuscito a massificare  anche il tempo. Contrariamente al secolo scorso, quando gli eventi storici particolari, le innovazioni artistiche, le resistenze culturali riuscivano a dare una identità ad ogni singola pagina del lunario.” Ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Galoni, siamo qui per parlare del tuo nuovo album, uscito il 7 Dicembre per Goodfellas. “Incontinenti alla deriva”, da cosa nasce il titolo con riferimento chiaramente dantesco?

È un verso de “L’America è una truffa” terza traccia dell’album e prima che ho scritto. Mi piace dare il titolo ai miei album estrapolandolo da una canzone. È successo anche con “Greenwich” e “Troppo bassi per i podi”. C’è anche (presuntuosamente) un richiamo dantesco e a quei gironi dove vagano i peccatori incontinenti. Ci stava. Tuttavia quando decisi di dargli questo titolo pensavo alla “deriva dei continenti”. Li ho messi insieme ed uscito il disco.

In “Bansky” parli di un desiderio di felicità, a volte difficile da raggiungere. Ci sono stati momenti nella tua vita in cui hai faticato a trovare la felicità dietro l’angolo?

Certo, la felicità è una cosa difficilissima da raggiungere. Ma «Nessuno è infelice se non per colpa sua». Io credo che molti di noi in questa epoca cerchino la serenità. Già sarebbe tanto.

La mia canzone preferita è “Per andare dove”, lo ammetto. Ti va di dirmi come è nata questa canzone?

Nel mio dialetto si dice “Pè ì ndò”. È nata pensando ad alcuni miei amici, attivisti, che si sbattono per il territorio in cui vivono; e a quelli che cercano ostinatamente il proprio futuro da qualche altra parte. Prima o poi bisogna scegliere.

Solitamente gli artisti definiscono gli album in base alla propria situazione attuale. Ti sentiresti di dire che questo è il disco della tua maturità o lo definiresti in un altro modo?

È un disco giusto che oggi mi rappresenta

Scrivi testi poetici affrontando spesso tematiche sociali. Da cosa trai ispirazione?

Mi viene naturale. Anche se molti anni fa rimasi affascinato dall’effetto “Straniamento” nel teatro di Bertolt Brecht.

Che rapporto hai con il tuo pubblico e cosa ti piace del momento “live”?

Ottimo. Mi piace sentirli cantare e capire in quel momento esatto che conoscono le canzoni meglio di me. Appartengono più a loro. L’artista pensa sempre a scrivere cose nuove dimenticando spesso quello che ha già scritto.

Difficilmente riusciremmo a distinguere un 2004 da un 2013”, hai detto. Regalami un tuo pensiero sull’anno che è stato e questo che sarà.

Bè sicuramente li accumuna il fatto che a cavallo sia uscito questo disco. Sarà un po’ come una stagione calcistica: 2018/2019.

Un saluto per i lettori di Le Rane

Ciao futuri principi!

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