Tutti in piedi per Calcutta

Quando uscirono le prime date del tour di Calcutta la cosa che mi stupì maggiormente fu che il brusio della polemica radical populista cercò di soppiantare l’entusiasmo di un evento che ha uniformato tre generazioni. La polemica era ovviamente per la scelta dell’Arena di Verona, perché è ormai assodato che il più grande problema di questo Paese è la perdita di memoria storica, e ci si è dunque dimenticati che non c’è nulla di più popolare di un’Arena.

Ogni sospetto di hybris da parte di questo scanzonato cantautore italiano viene spazzato via già da subito, appena si accendono le luci, nel momento in cui sale sul palco insieme a tutti i suoi musicisti, senza aspettare l’acclamazione del pubblico.

Io all’Arena di Verona non c’ero, ed ho quindi immensamente apprezzato la proiezione cinematografica, perché sono certa che quel 6 agosto 2018 sarei scomparsa nell’abbraccio di una folla di 13.000 spettatori. Invece così è come se fossi salita anch’io sul palco, perché “Calcutta – tutti in piedi” rende quella intimità che si voleva condividere in un posto del genere.

La magistrale regia di Giorgio Testi miscela alla perfezione l’immaginario di Edoardo, sapientemente colorato da Filippo Rossi. La traslitterazione musicale tra chi canta e l’eco del pubblico fa da coro a braccia e sorrisi spiegati diventando sinergia.

Ciò che traspare dallo schermo nei volti dei fans è giubilo e questo pone ancora di più il protagonista a proprio agio, che con stralunata premura orchestra la serata e ironizza con la sua consueta schiettezza rendendo ancora più intima e confidenziale la serata.

Ad aumentare la familiarità del concerto:
  • un immancabile intermezzo di Francesco Lettieri,
  • una dissetante parentesi goliarda di Pierluigi Pardo,
  • un caro amico bassista di passaggio giunto fino all’Arena per consegnare ad Edoardo la copia della carta d’identità,
  • una celestiale Francesca Michielin con la quale cantare ad occhi chiusi come due fratelli, come due amici da una vita
  • ed un Brunori che si lascia andare fiero tra le note come un nonno che suonando racconta una storia.

Una storia, quella di Calcutta che incontra e amalgama tante storie in un coro di fans; non solo durante i concerti ma anche in casa, in macchina ed ora anche al cinema.

Uno schema, quello di fondere solennità e intimità, che ritroviamo sia sullo schermo che sul palco. Un ensemble esemplare ed eterogeneo, che vanta istituzioni musicali e compagni di viaggio evergreen come l’eclettico Frankie Bellani alle tastiere, il portentoso Alberto Paone alla batteria, e due alfieri delle corde come Paolo Carlini (chitarra) e Giovanni De Sanctis al basso.

A rendere solenne a questa cerimonia un coro, un Re come l’ineccepibile Giorgio Poi ed un Maestro. Daniele Di Gregorio più noto probabilmente negli ambienti jazz seppur familiare alle nostre orecchie per le sue collaborazioni con Paolo Conte, Anna Oxa, Mina, Concato.

Il tutto suggellato e sapientemente orchestrato dal sound designer Daniele Gennaretti a cui va un plauso speciale.
Calcutta

Insomma Calcutta ha iniziato la sua carriera in Mainstream quando c’era la necessità di capovolgere il cantautorato da megafono generazionale a diario universalmente intimista, diventando un Evergreen nel panorama musicale. Il film non ha la presunzione di puntare all’Oscar ma state pur certi che la sua biografia un giorno sarà un best seller. Calcutta volente o nolente detta legge nel panorama musicale pur non volendo legiferare, perché in fin dei conti Edoardo D’Erme è un anarchico stralunato.

La musica ormai è 3D , quindi andate al cinema!

Soprattutto se siete dei repubblicani della musica nei posti puzzoni o nostalgici del Circolo degli Artisti, andate al cinema perchè il nuovo underground, ha superato l’adolescenza e non riesce più a rimanere in camera. È così grande da essere per strada, in radio e persino nelle orecchie di tua madre e questo significa che siamo la rivoluzione.

Ah giusto per rendere giornalisticamente attendibile tutto questo devo fare due cose:
  1. ricordarvi che ci sono le prevendite disponibili su https://www.calcuttatuttiinpiedi.it/#
  2. fare della polemica complottista. E se Calcutta fosse il McCartney italiano? Qualche indizio mi porta a pensare che l’abbiano rimpiazzato. Questo spiegherebbe alcuni passaggi: lo smarrimento della carta d’identità e la frase “fammi vedere il campo di kiwi dove mi vuoi seppellire”. I poteri forti però non vogliono che si indaghi: “Oh mondo cane tu fatti gli affari tuoi”.

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