OpenEconomics ha realizzato uno studio sulla mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali. Il danno per il PIL generato dalla sconfitta ai playoff ammonterebbe a circa 320 milioni di euro, con oltre 3.000 posti di lavoro mancati. A cui si somma il danno emotivo del non poter condividere le serate al bar con gli amici guardando la nazionale, tra birra e panini, facendo gli squatter nelle case degli amici con la televisione più grande. E percependo quel senso di comunità che, tra gli sport, solo il calcio riesce a dare. La mistica degli unisoni in attesa dei rigori. Convincersi che è solo un gioco, ma poi non ci crediamo quasi mai. Sperare di vivere anche una volta quelle notti in cui il rumore dei clacson sembra una serenata.

I risvolti negativi dell’Italia che per la terza volta di fila non va ai mondiali non riguardano solo l’economia e il bisogno di comunità e appartenenza, ma anche le canzoni.
O meglio, quello che le canzoni possono diventare per la società.
Quando ci sono i mondiali, c’è una parte dell’industria musicale che vi si consacra. Tra inni ufficiali, brani scritti per supportare le proprie squadre, e jingle pubblicitari. E poi c’è quello che succede attorno. Canzoni rilasciate in quel periodo, che coi mondiali non hanno nulla a che vedere. E che però fanno successo. Vengono trasmesse in radio, nelle auto, negli stabilimenti balneari. Vengono canticchiate tra una partita e l’altra, e diventano una colonna sonora involontaria dell’estate. In qualche modo, finiscono per intersecarsi con i campionati. Acquisiscono significati ulteriori e non prevedibili a priori, diventano la voce narrante della società e indelebili fotografie di quel tempo. Perché se tra tutte le opzioni, durante quell’estate abbiamo deciso di ascoltare proprio quel brano, vuol dire che c’è qualcosa che trascende il testo, la composizione e l’arrangiamento.
Ascoltando i brani che conquistarono la vetta delle classifiche in Italia nei giorni delle finali dei mondiali si ottiene un nitido amarcord di momenti che hanno segnato la cultura del paese.
E in alcuni casi, si finisce per far tornare in mente alcuni brani che col tempo hanno smarrito la via dell’immaginario collettivo.
Nel 1982, mentre le strade erano invase da gente impazzita per la conquista della terza stella, in radio passava Paradise di Phoebe Cates, colonna sonora dell’omonimo film. Per sua sfortuna, l’artista americana rimase una one-hit wonder, non riuscendo mai più a ripetersi.
Nel 1986, più che per la mano de Dios o il sogno di una doppietta, l’Italia impazziva per Madonna. Un anno più tardi, l’artista avrebbe chiesto agli spettatori di Torino se fossero pronti e caldi. Quell’estate, invece, toccò ai synth anni ‘80 di Live to tell e alla provocatoria storia di una gravidanza adolescenziale involontaria di Papa don’t breach. Mentre l’Argentina riusciva finalmente a trionfare.

Nel 1990, le notti magiche di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato conquistarono il paese
In un testa a testa con Madonna, che per la prima volta portò in luce la scena ballroom di New York con Vogue, e con i tenaci Amedeo Minghi e Mietta, che riuscirono in un’impresa di longevità con il loro trottolino amoroso, che dal podio di Sanremo approdò ai programmi radio dell’estate.
Nel 1994, toccò invece a Sweet dreams dei La Bouche, un synth pop che campionava Rollin’ with Kid ‘n’ Play e che, curiosamente, solo in Italia si guadagnò la vetta della classifica. Di quell’estate, però, non ricordiamo né questo brano, né gli altri che affollarono le radio. Ma il rigore di Baggio nella finale.
Le profezie apocalittiche sulla fine del secolo iniziavano a farsi preponderanti nel 1998, tuttavia c’era un antidoto: la disco dance. Life di Des’ree e The music I like di Alexia bombardavano le radio. Se la disco anni Novanta fosse rimasta in vita, forse non saremmo morti tutti con il cambio di secolo. O almeno, così credevamo.
Quattro anni dopo, nel 2002, per distrarci dallo scandalo dell’arbitro Moreno e dal golden goal di Ahn Jung-hwan, servivano delle hit mondiali. Il tormentone estivo arrivò dalla Francia: si chiamava Moi… Lolita, e lo cantava Alizée. Ma era l’estate di Whenever wherever e della consacrazione di Shakira, di Wherever you will go dei The Calling, e della genesi di quell’evoluzione del pop che avrebbero esaltato i teen idol degli anni seguenti.

Dal 2006, iniziò l’era del successo dei brani scritti apposta per i mondiali
Proprio quell’anno, Stop! Dimentica era l’indiscusso tormentone dell’estate. Poi però arrivarono il 9 luglio e il rigore di Grosso. Da lì, la popolarità dei White Stripes schizzò grazie a Francesco Totti, che canticchiò l’inciso di Seven Nation Army in campo durante la festa. E Ivan Zazzaroni, in radio, lanciò Checco Zalone con Siamo una squadra fortissimi.
Nel 2010, fu scritto l’inno ufficiale più fortunato (e sponsorizzato) della storia. Waka waka celebrava la prima volta che un campionato fu disputato in Africa, e spuntava tutti gli elementi della lista delle hit. Una popstar mondiale a interpretarlo. Una coreografia facile e memorabile. Una commistione tra pop e world music, con delle frasi in lingua fang. E una melodia che, sedici anni dopo, rimane inchiodata nel cervello. E infatti, rimase in vetta alle chart da giugno ad agosto. Fin quando, a spodestarla, non arrivarono Alejandro e California gurls, in quello che fu un anno d’oro per il pop al femminile.
Nel 2014, mentre tutta l’Italia cantava del delirio al Maracanà con Emis Killa, l’Italia usciva ai gironi in quella che rimane, ad oggi, l’ultima nostra partecipazione ai mondiale
Con grande dolore dei Negramaro. Che avevano colto il trend calcistico, e avevano rilasciato una cover di Un amore così grande di Claudio Villa, per supportare gli azzurri. Senza più qualificarci, scemò anche l’interesse radiofonico per i brani che parlavano di calcio.
Addirittura, nel 2018, in radio c’era Amore e Capoeira. Si giocava in Russia, e si cantava, con Giusy Ferreri e Baby K, degli antipodi del mondo. Di cachaça, e di luna piena. Nel 2022, al netto dell’inusuale collocazione invernale, ascoltavamo Scrivile scemo, mentre altre nazionali battagliavano in Qatar. E quest’anno, la lotta del tormentone è aperta. Ma se la giocano brani che parlano del sud, Macarene contemporanee, duetti made in La Tarma Records. Di quello che succede negli stadi in America, pare non importare al mercato discografico.

E dunque cosa ci rimane, di queste estati bellissime?
Qualche polemica contro la distribuzione delle squadre tra sistemi calcistici, ché 6 squadre partecipanti per la lega CONCACAF sono un po’ tante, ti credo che poi c’è Haiti e Curaçao. E il ricordo romantico di queste canzoni, di chi, col calcio e il romanticismo, ci sa fare.
Come Tacchettee, che è un brand che da anni racconta la società attraverso il calcio, e il calcio attraverso la società che gli sta intorno. E che proprio quest’anno ha creato una collezione partendo da queste canzoni, inventandosi un mondo in cui il calcio e la musica si fondono. Letteralmente. E così l’arbitro Moreno mangia un lecca lecca. Maradona ascolta Madonna da un walkman. La testata di Zidane è interrotta da un pop-up che recita “Stop! Dimentica“. Non ci resta che sperare che, in una delle prossime estati, ci siano nuove idee per una collezione sugli azzurri. O forse va bene così, ed è il tempo del ricordo. Mentre ascoltiamo un’altra canzone, e guardiamo un’altra partita distratti e apatici.
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